CuNeoGothica


"Q-NeoGothica", Lorenzo Barberis 2006.

"Cuneo possente e paziente, e al vago declivio il dolce Mondovì ridente" (Carducci, Piemonte). Oggi visita alla capitale della Provincia Granda. Ho fotografato questa chiesa neogotica, che mi ha sempre suggestionato proprio in una certa sua pacchiana ed evidente falsità. Ovviamente, come Mondovì, anche Cuneo ha una sua dimensione misteriosa. Essa sorge nel 1198, come Mondovì; fonti ermetiche la qualificano come "Porta girevole dei Catari" provenzali, primo snodo sulla loro via di fuga. Questo mi ha fatto ipotizzare che Cuneo fosse la via di fuga "ufficiale", per le masse catare, Mondovì il buen ritiro per le élite graaliane. Verso il '300, un documento indica Cuneo come Caput Loci dei Savoia.

Città da sempre a loro fedelissima (a differenza di Mondovì, estremamente ribelle) era di fatto il fulcro della loro difesa, cinta di tre cerchia di mura e protetta naturalmente dallo Stura e dal Gesso, il "cuneo" naturale su cui sorgeva. Per i Savoia Cuneo regge sette simbolici assedi (che rimandano ermeticamente a Cherasco, città delle sette paci), e ne ottiene il loro motto dinastico, Fert, lievemente modificato: "Ferendo", ovvero "Sopportando". Esso, a un primo livello essoterico, indica infatti che solo "sopportando" pazienti gli assalti i Savoia possono vincere contro il soverchiante nemico francese. Sconfitta finalmente da Napoleone, la Cuneo dei sette assedi vedrà le sue mura abbattute, mentre Mondovì sarà risparmiata. L'irritazione di Mondovì (e delle altre città importanti del cuneese: le sette sorelle con Cuneo, numero ricorrente nelle nostre zone...) per la preferenza accordata dai Savoia alla città fedelissima si esplicherà nello sfottò per cui i cuneesi sarebbero eccezionalmente stolti.

Un sarcasmo cui condiscendevano, ostilmente, anche i Torinesi, e che si riversò infine su tutta la Provincia, a livello italiano, quando il Piemonte sabaudo unificò sotto di sé l'Italia. Fin dall'Ottocento vi è un vasto repertorio di storie sulle visite del re a Cuneo, sempre accolto con uno sciocco servilismo che, invece di favorirlo, gli provoca dei guai. In era moderna, un grande massone quale il principe Antonio De Curtis propalò tale leggenda a livello nazionale, ripetendo più volte a teatro e nei suoi film, con ironia: "sono uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo!", La frase, presente anche nel celebre "Totò A Colori" (1952), primo film a colori italiano, rimanda curiosamente al binomio mondo(vì)-Cuneo, sia pure nel segno di una antitetica ironia. Ma tale mito della stoltezza cuneese potrebbe essere una forma di dissimulazione alchemica. Torino attrae gli interessi dell'ermetista; quello più colto capisce però che la Capitale Esoterica è solo un faro che rimanda ad altro, si guardano intorno in Piemonte.

Alcuni, stolti, sono a questo punto deviati dalla dissimulazione cuneese; i più sagaci, invece, capiscono il gioco e ne sono attratti. la ironica Cuneo di Totò è del resto citata da Umberto Eco nel "Pendolo di Foucault" (1988) proprio nel momento cruciale, quando cioè si rivela il segreto del piano, il luogo dell'Umbilicus Mundi. Testualmente: "Dunque i Templari avevano organizzato il Piano in modo che solo i loro successori, nel momento in cui fossero in grado di usare bene quello che sapevano, scoprissero dove si trovava l'Umbilicus Telluris. Ma come avevano distribuito i frammenti della rivelazione ai trentasei sparsi per il mondo? Erano tante parti di uno stesso messaggio? Ma ci vuole un messaggio tanto complesso per dire che l'Umbilicus è, metti, a Baden Baden, a Cuneo, a Chattanooga?" Notiamo che Nietzche afferma che Torino gli ricordava una grande Baden Baden. Potrebbe quindi essere un indizio che, in modo progressivo, porti ad identificare Mondovì come Umbilicus Mundi, sostituendolo al riferimento del tutto incongruo alla quarta città del musicale Tennessee, universalmente nota per il lisergico cartone animato Hanna & Barbera dei "Chattanooga Cats".

Notiamo che Eco non cita qua l'umbilicus mundi come tale, ma come "telluris": altra dissimulazione, altro nascondimento di un indizio, per rivelarlo al cultore. Del resto Eco, nel 1980, aveva finto di estrarre il suo "Nome della Rosa" da un manoscritto ritrovato casualmente in una edizione spuria dei Vetera Analecta, raccolta di storie benedettine rivolte all'eminente Cardinale Bona (citato nel testo echiano), potente papabile monregalese a fine '600. Altro riferimento a Mondovì, sufficientemente occultato, in un'opera solo apparentemente precedente gli interessi ermetici dell'Eco nazionale.

Basti riflettere che, in un caso e nell'altro, nella Rosa e nel Pendolo tutto ruota sulla errata interpretazione di uno sfuggente manoscritto ermetico, e mentre il Pendolo ricostruisce il Piano templare, le vicende della Rosa sono immediatamente successive ai tempi del processo templare, citato di sfuggita negli inizi. Aggiungiamo che le zone sono quelle del Piemonte meridionale: le zone anche dell'alessandrino Eco, certamente: ma la più nota Certosa benedettina del periodo è di certo quella di Pesio, nel territorio monregalese, ed Eco sottolinea che la zona in cui si trova è area di caccia ai tartufi (Adso, il narratore tedesco, significativamente all'inizio equivoca tra Tartufi e Der Teufel, Il Diavolo).

E Mondovì - ancor più forse della nota Alba, che ci ha creato il business - è centro di estrazione preziosa di queste alchemiche Pietre Bianche e Nere. Tornando a Cuneo, il "cuneo" che essa forma all'incrocio di Stura e Gesso evoca fin dal nome quindi un Triangolo, una triangolazione da operare con Torino per giungere al risultato corretto. Quindi, tornando al Maestro, quel satanico Carducci sapido visitatore della Città, la Cuneo possente e paziente potrebbe non essere altro che una porta girevole per il vago declivio del Mondovì.

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