Orpheus Art


Come già accennato ieri, oggi posterò una sintesi della mia conferenza sulla figura di Orfeo nell'arte, tenuta a Ceva e Mondovì. Ho sintetizzato molto l'intervento e soprattutto la rassegna iconografica che avevo raccolto; ma devo dire che, nella sua stringatezza, mi soddisfa maggiormente così.

Il mito di Orfeo rappresenta il più potente archetipo della poesia e del Poeta nella letteratura occidentale, e pertanto il suo studio è di particolare interesse. Cantore divino, in grado di ammansire le belve feroci, Orfeo usa questa sua capacità per recuperare l'amata Euridice dopo la sua morte prematura; egli ottiene il suo ritorno al mondo dei vivi, ma dovrà essere lui a guidarla, senza voltarsi indietro. Egli fallisce in questo compito e, impazzito per la definitiva perdita, sprezza le Menadi, che quindi lo decapitano. Ma la sua testa continua a cantare il nome di Euridice.

Vediamo così fusi inscindibilmente nella figura del poeta: il poeta come mago, il poeta come innamorato, il poeta come folle (tutti strettamente interconnessi: il poeta è folle per amore, e questa follia è ciò che lo spinge a varcare la soglia degli inferi). I classici esaltarono di Orfeo soprattutto la sua dimensione di poeta-mago, come è evidente da questo mosaico romano del I secolo; la setta orfica, sorta in Grecia verso il VII secolo a.C., si ispirava ai suoi mitici insegnamenti per apprendere l'arte della metempsicosi.


La figura di Orfeo sopravvisse nel cristianesimo delle origini, dove divenne una metafora di Cristo; qui a fianco lo vediamo effigiato in una catacomba cristiana. Il parallelismo era del resto piuttosto evidente: come Orfeo scende agli inferi per salvare l'anima dell'amata Euridice, così fa Cristo per salvare l'anima dei suoi fedeli, sia pure con ben diverso successo.


Questa funzione di Orfeo come metafora di Cristo ne favorì la sopravvivenza medioevale: come vediamo in questa miniatura trecentesca, anche il serpente che morde Euridice a un tallone diviene allegoria di Satana,e quindi viene effigiato nell'aspetto di un orrendo dragone.


Mantegna è uno dei primi artisti rinascimentali a recuperare Orfeo in chiave esplicitamente classica, come è evidente da questo affresco minore della Camera degli Sposi (1465). Il rinascimento sarà profondamente affascinato dalla figura di Orfeo come mago pagano, omaggiandolo profondamente anche nel rinascente teatro. La prima opera teatrale laica è infatti la Fabula di Orfeo del Poliziano (1479), mentre il melodramma nasce con l'Orfeo di Monteverdi (1609). Ma anche molte altri spettacoli musicali e non, solitamente intermezzi, vennero dedicati in questo periodo alla sua figura.


Gradualmente, tuttavia, la figurazione di Orfeo in arte tende a tralasciare la pura celebrazione del mito classico per diventare scusa per l'ostensione di un paesaggio arcadico. Del resto, anche sotto tale profilo la figura del mago-poeta era congeniale, per la sua perfetta fusione con l'elemento naturale, rappresentato dalla capacità di ammansire le belve feroci. Il tema è già presente in diverse opere del '500, ma col paesaggismo secentesco di Poussin (1648) e soci diviene nettamente prevalente, come è possibile vedere nell'immagine a lato.


Col Settecento classicista, si ritornò al culto dell'Orfeo come eroe classico, non più tanto letto però nella chiave esoterica del Rinascimento, quanto come pura favola d'amore classica, archetipo puro della tensione amorosa. Si prepara così il terreno per la rilettura romantica, che insisterà proprio su questi temi. Qui, nella lettura scultorea del Canova (1775), vediamo la tensione tra le statue dei due amanti declinata nella raggelata tensione neoclassica.


L'Ottocento classico e romantico mise al centro, appunto, la vicenda amorosa eccezionale dei due antichi amanti. Ecco così che inizia ad apparire la dimensione patetica della follia d'Orfeo, qui ben colta dallo Stub (1811), un minore ottocentesco che però, stagliando le due figure sullo sfondo nero delle tenebre infernali, dà perfetta dimensione drammatica alla tragica follia orfica.


Saranno i Simbolisti ad approfondire nuovamente la dimensione magica di Orfeo, ma all'interno della sua folle tragedia amorosa sottolineata dal romanticismo. La sua testa decapitata divenne quasi un simbolo della loro poetica, che ricorre in questo periodo in numerosissime opere pittoriche. Questo dipinto di Moreau (1864) divenne quasi un manifesto del movimento, cogliendo con tratto inquieto e nervoso l'energia psicomagica che promana dalla testa parlante del folle poeta.


Nei primi anni del Novecento, Odilon Redon, fra i simbolisti, avvia una trasformazione del simbolismo orfico in chiave ormai decisamente più astratta dal reale. Come qui vediamo, resta protagonista la testa mozzata del mago, ma non vi è più alcuna rispondenza cromatica, e il paesaggio è deformato in un unico flusso di colori.


Negli anni '10, dopo la nascita del cubismo geometrico di Picasso nel 1907, saranno autori come Sonia Delauney ed altri a riprendere esplicitamente l'Orfismo come loro bandiera poetica, fautori di una astrazione non basata sulla razionalità compositoria, ma sul libero flusso irrazionale dell'artista. La definizione di "cubismo orfico" sarà coniata da Guillame Apollinaire, autore a sua volta di una raccolta poetica dedicata al "Corteo di Orfeo". Di lì a poco, influenzato dal dibattito francese che aveva recepito tramite i futuristi, Dino Campana componeva i suoi Canti Orfici (1914), che influenzeranno anche la poetessa Alda Merini, autrice nel 1953 de "La presenza di Orfeo". Anche Jean Cocteau,artista vicino al surrealismo, traspone il suo mito nel nuovo mezzo del cinema con la sua trilogia orfica, a partire dal 1925.


Il mito di Orfeo si incarna anche nel fumetto per mano di Dino Buzzati, che nel 1969 dedica il suo "Poema a fumetti" proprio alle vicende di Orfy ed Eura, ennesimi cloni (post)moderni del mito. La sottile ironia di cui è intrisa l'opera di Buzzati pare mettere in guardia dai rischi di saturazione e banalizzazione insiti nell'eterna reiterazione del mito, che per sopravvivere davvero deve sempre rinnovarsi, per restare sempre uguale a sé stesso.


L'ultima incarnazione, per ora, è nel sagace videogame "Don't look back" (2010) di Terry Cavanagh, dove il mito di Orfeo viene riscritto in chiave di videogame. L'operazione, in chiave retrogaming, recupera citazionisticamente gli schemi di gioco dei primi videogame anni '80: in questo modo, è tutta la storia del videogame moderno che viene riletta in chiave orfica, come una lunga storia di missioni di innumerevoli Orfeo impegnati (il più delle volte vanamente, nelle lunghe sequenze dei gameover) a recuperare innumerevoli Euridice in innumerevoli inferni virtuali, da Donkey Kong in poi. Ma il messaggio è ambiguo: "don't look back" può essere una descrizione del gioco (come in molti platform delle origini, si può solo andare avanti nell'ambiente virtuale di gioco), una ammonizione all'Orfeo-personaggio (la sua ricerca di Euridice è, ovviamente, vana) o una ammonizione all'Orfeo-videogiocatore (anche il rimpianto dei videogame di una volta è sterile).

Quanto al mito di Orfeo, anch'esso non ha alternative. Continua, da quasi tremila anni, a portare il carico dell'archetipo del poeta, mago-folle-innamorato-in-fusione-con-la-natura. E per ora pare condannato ad andare avanti così.

(Della mostra ha sinteticamente parlato anche la stampa locale, ad esempio qui)

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