Gli Altipiani del Passato

"Gli alti piani del passato: panorama, cimitero, stazione."

Foto di Lorenzo Barberis 2006-2010


Inizio con questo una serie di post relativi a una mia piccola ricerca fotografica sul quartiere dove vivo, l'Altipiano. Da appassionato di cose ermetiche ho sempre invidiato lievemente i miei amici dei quartieri storici, che si trovano spesso a vivere immersi nel mito della Mondovì ermetica. Tuttavia, la recente ricerca su "Schiaparelli Somnium" sulle architetture futuribili di Savigliano (patria di Schiaparelli, l'astronomo scopritore dei canali marziani) mi ha portato a rivalutare anche i Piani come unico luogo monregalese dove il sogno del passato diviene il sogno del futuro. Prima di analizzare però l'italian dream altipianense ho voluto questo post per illustrare le radici su cui il Sogno si verrà a innestare. L'altipiano completa quasi naturalmente la logica planimetrica monregalese: dopo l'ergersi della collina di Piazza, il Mondovì, il monte di Vico vero e proprio, e lo sprofondamento di Breo, esso viene a porsi come punto mediano, sintesi alchemica tra l'Alto e il Basso. Esso diviene inoltre così un osservatorio naturale sulla collina, cui è collegato anche dalla sua antica matrice rurale. Il suo antico nome di Arciprete, infatti, deriva dal fatto che dove oggi sorge la moderna chiesa del quartiere sorgesse un tempo la cascina beneficio ecclesiastico del canonico della cattedrale, l'Arciprete appunto. I terreni agricoli del luogo erano infatti eccezionalmente prosperi, e venivano così a costituire il "boccone del prete" per antonomasia. Questa natura di zona rurale, ma in qualche modo sacrale, venne confermata nel 1794 dalla collocazione del camposanto, posto fuori dalla città con due anni d'anticipo sulla dominazione napoleonica, ma certo per influsso di quanto andava comunque avvenendo da tempo nella Francia rivoluzionaria. Nel 1870, a conclusione delle complesse vicissitudini unitarie, il camposanto verrà sostituito, sempre in loco, da un prestigioso Cimitero Monumentale dal raffinato gusto ossianico. Ma fu un altro il vero sviluppo che si accompagnava all'edificazione della necropoli monregalese: quello dell'avvento della linea ferroviaria di collegamento tra Torino e Savona, che avrebbe reso Mondovì, potenzialmente, uno snodo fondamentale della connessione (tale elemento, in realtà, sarà molto più sfruttato da Fossano, il vero snodo ferroviario, e da Savigliano con le sue officine ferroviarie). Già all'indomani della prima guerra d'indipendenza, nel 1852 (stando al fondamentale saggio di Billò e Morandini "Vent'anni e più sull'Altipiano") Mondovì brigava per tale connessione ferroviaria. Nel 1875 Breo era stata raccordata alla scomoda Torino-Bra-Savona; ma nel 1884 i Piani videro il passaggio del collegamento con Fossano, e nel 1888 quello con Cuneo. L'occasione venne con Giolitti, il nume tutelare della città. Dopo gli infausti anni 1890 della Banca Romana, Giolitti era tornato in sella nel 1903 per restare, avviando nel 1905 la nazionalizzazione delle ferrovie. E nel 1909 egli concesse a Mondovì il sospirato collegamento, che venne edificato negli anni della grande guerra con la manovalanza di prigionieri austriaci. Dal 1913 iniziò così a fervere la discussione sul nuovo quartiere che avrebbe accompagnato la stazione, e nel 1915 il comune commissionò ad Annibale Rigotti, architetto torinese, lo sviluppo di un piano urbanistico per la nuova città. Egli ipotizzò la stazione come la punta di un compasso massonico che generava un triangolo intersecato con il quadrato ormai formato da grande cimitero monumentale. Una struttura dai chiari richiami massonici, tipica dell'urbanistica dell'epoca. E su questa base avvenne lo sviluppo della nuova città, nonostante alcune riscritture intervenute con l'avvento del ventennio fascista, che in tali riferimenti iniziatici non si riconosceva.

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