Le A(r)mate di Branca Leone

"Brancaleone", da Cinebazar.it "Medieval Mondovì", Lorenzo Barberis 2010

Avviso spoiler, come di solito. Rivisto ieri con amici la versione restaurata di un grande classico quale "L'Armata Brancaleone" (1966) di Monicelli, caposaldo della commedia all'italiana. Il film, restaurato nei colori, che assumono i giusti toni accesi e squillanti di un medioevo pacchiano e sgargiante - formidabile il cavallo Aquilante di un folgorante giallo limone - risulta notevolmente più godibile, anche grazie ai sottotitoli che permettono una corretta comprensione del pastiche medioeval-maccheronico parlato dall'eroe, spesso altrimenti difficile da seguire. Un'analisi ampia e completa dell'opera effettuata proprio in occasione del restauro si può trovare su questo bel sito di cinema, www.cinebazar.it L'opera non è certo "esoterica" in senso stretto; tuttavia è una riscrittura raffinata del medioevo crociato, centro di ogni ossessione ermetica occidentale e, di conseguenza, anche monregalese (nelle foto di copertina del post, si possono vedere affiancate una città medioevale che fa da sfondo alle avventure dell'armata e una foto della Mondovì medioevale così come si vede dalla mia finestra). Brancaleone si inserisco così nella lunga tradizione eroicomica italiana, che inserì il tema comico ed amoroso nell'austera epica carolingia della Chanson De Roland (XII secolo), tutta incentrata sul senso del dovere e dell'onore. Se già i cantari del Trecento mostrano tale innovazione, essa si accentua all'ermetica corte di Lorenzo De Medici nel Morgante (1478) di Luigi Pulci e in quella estense di Ferrara con l'Orlando Innamorato (1476) del Boiardo, fino al grande capolavoro dell'Orlando Furioso (1506-1532) di Ludovico Ariosto e al Baldus (1524) di Teofilo Folengo, che sarà poi il modello dei capolavori di Francois Rabelais (tra l'altro lungamente residente nella Torino francese), Pantagruel (1532) e Gargantua (1534). La crisi del romanzo cavalleresco nel '600 ispirerà in Italia ancora capolavori come La Secchia Rapida del Tassoni (1614) e il Bertoldo (1608) di Giulio Cesare Croce, corrispondente letterario dell'estenuante Marino, il definitivo, barocco affossatore del cavalleresco col suo ciclopico Adone (1623), tre volte la Commedia dantesca. Il Bertoldo di Croce, del resto, sarà trasposto filmicamente proprio da Monicelli, in una esplicitazione dei debiti letterari. Fuori ormai d'Italia, al florido filone dell'eroicomico - nel solco di una tradizione spagnola del picaresco - si ispirerà del resto Cervantes nel decostruire il poema cavalleresco nel primo romanzo moderno, il Don Chisciotte della Mancia (1616), modello cui il Brancaleone deve molto, non a caso ampiamente studiato, modernamente, da Pirandello nei suoi studi sull'umorismo come tragicomico (1908). In modo forse più spurio, al picaresco si rifece anche il Candide (1757) di Voltaire, in cui la satira dei residui del mondo nobiliare dell'ancien regime si fa oramai più spietata; e influssi permangono anche nell'ormai slavata ironia manzoniana, che dal 1821 al 1840 riscrive il mondo secentesco tramite le disavventure di un nuovo candido, ingenuo eroe perdente come Lorenzo Tramaglino, fino alla melanconica conclusione consolatoria ricalcata sul "coltivare il nostro orto" del Candide.
 
Fedele al modello carolingio, il fantastico è assente nel misticheggiante mondo crociato di Brancaleone; viceversa, motivo portante è il tema avventuroso-sentimentale, segnato ovviamente dal costante insuccesso dell'eroe, che scandisce ritmicamente ogni tappa del caotico viaggio. Egli è reclutato dalla sua stessa ciurma mentre tenta di conquistare la mano di una principessa in un torneo che finisce in malo modo per colpa di Aquilante; quindi concupisce una vedova appestata, poi salva Matelda, che piccata dal suo forzato rifiuto lo tradisce e lo accusa di averla violata; quindi concupisce la sadomasochistica Teodora, con cui ha un amplesso alternativo niente affatto desiderato, fino alla condanna a morte poco "da uomini" cui lo condannano i saraceni dopo averlo catturato, ultimo sfregio alla stentorea figura sessuale dell'eroe.


"Teodora e Brancaleone", da Cinebazar.it

Va segnalato che perlomeno il rapporto flagellatorio con la nobile bizantina Teodora è una citazione filologica: la grande imperatrice infatti, ultima - col marito Giustiniano - a tentare di riunificare l'impero romano, era nota per le sue pratiche sessuali controcorrente, di cui riferisce, per vendetta, l'ex cortigiano Procopio nella sua "Storia segreta": "Era persona affatto ignara di quel che fosse il pudore; mai nessuno la vide tirarsi indietro, anzi, non esitava ad acconsentire alle pratiche più svergognate, e quand'anche fosse presa a pugni e a schiaffi, riusciva a scherzarci sopra, e se la rideva della grossa; si spogliava e mostrava nudo a chicchessia il davanti e il didietro, che devono invece restare nascosti, invisibili agli uomini." (Procopio, Storia Segreta, IX) Una riscrittura antieroica del medioevo letteraria, quindi; ma meno ingenua - e, forse, meno falsa - della retorica versione ufficiale cui siamo stati, volenti o nolenti, abituati.

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