Cento di queste Battlestar

E così sono finalmente giunto al centesimo post di questo blog... il centesimo giorno devo averlo passato da un pezzo, visto che pur postando con regolarità (me lo sono imposto come esercizio quotidiano di stile) non ho realizzato un post al giorno. Per celebrare questo primo anniversario un post particolarmente significativo, dedicato a Battlestar Galactica, serie che ho appena concluso di vedere ieri (grazie all'annullamento dei fuochi monregalesi per via della pioggia). Ovviamente, avvertenza spoiler, come al solito. Galactical Hermetism Ho terminato la visione di Battlestar Galactica e devo ammettere di essere rimasto parzialmente soddisfatto. Il serial è, assieme a Lost, il grande telefilm di fantascienza degli anni 2000, andato in onda dal 2004 al 2009. Il tema centrale è di fantascienza classica, e riprende, come è noto, un telefilm del 1978 nato sotto l'onda del nuovo entusiasmo spaziale inaugurato da Star Wars (1977), e subito interrotto per ragioni di fondi. Dodici colonie spaziali provenienti dal pianeta Kobol, corrispondenti alle dodici costellazioni e ai dodici dei olimpici (ma anche alle dodici tribù di Israele), che hanno il loro centro in Caprica, vengono attaccate dai Cylons, i robot creati dagli stessi umani e poi ribellatisi. Con essi si era stipulata una tregua, ma ora i robot - che avevano l'aspetto di pesanti Centurioni (ah, l'eterna eredità di Roma!) - sono riusciti ad evolversi in più raffinati robot umanoidi ed hanno ripreso il conflitto, infiltrandosi nelle colonie ed abbattendone le difese. Sia il misticismo classico-giudaico che il tema del robot androide indistinguibile dall'uomo riprendono a piene mani dalla fantascienza di Philip Dick, ma il modo con cui è declinato riprendono tematiche ermetiche più vaste, quale quella della ciclicità della storia cosmica in un ripetersi infinito di età di splendore e di decadenze. Forse, più che alla cultura greca o a quella giudaica, per le Dodici Colonie bisognerebbe guardare a Roma come modello dell'Impero Eterno, eternamente destinato a crolli e resurrezioni in nuove forme (per l'appunto, dall'Impero Pagano al Sacro Romano Impero). La figura di Laura Roslin è particolarmente interessante perché cita, nel cognome, uno dei luoghi sacri dell'occultismo, la Roslin Chapel, edificata da maestranze templari nella Scozia di metà '400. Si tratta della prova centrale del continuum tra templarismo e massoneria medioevale, nel cui nome molti - ultimo tra i quali Dan Brown - hanno voluto leggere un riferimento alla Rose Line, la continuità della Rosa, ovvero la discendenza di Cristo, il segreto dei Rosacroce. Non va trascurato che l'interprete del personaggio, Mary McDonnelly (già moglie del presidente in Indipendence Day e madre di Donnie Darko, una veterana della SF), è di origini scozzesi, stando al nome e ai capelli rossi. Molti ne hanno sottolineato la somiglianza con Sarah Palin, l'autoritaria vicepresidente posta dai repubblicani a sfidare Obama, benché la Roslin sia precedente. Probabilmente il riferimento ermetico a Roslin sottolinea l'elemento dei capelli rossi, da sempre ermeticamente legato a (Mary) Magdalene, e comunque al principio dominante dell'eterno femminino come principio indomabile e ribelle (si veda per un parallelo il post su Ariel della Disney, sempre in "cinema esoterico"). L'avvicinamento alla Palin - che all'inizio della serie era comunque già in politica, sia pure confinata alla sola Alaska - è plausibile nel sottolineare il presidenzialismo dispotico, di matrice repubblicana, che caratterizza il governo Roslin (e che ricorda l'autocrazia romana dell'Impero più che una moderna democrazia occidentale). Interessante poi, ma decisamente insopportabile nel suo vieto stereotipo antiitaliano la figura del tenente Felix Gaeta. Il brillante ufficiale - che nel nome, non a caso, richiama un celebre carcere militare italiano - ha una complessa parabola che parte dal suo idealismo quando impedisce il broglio elettorale della Roslin contro Balthar, e ne viene ricompensato dallo scienziato con un ruolo di segretario presidenziale su New Caprica. Con l'avvio del collaborazionismo coi cyloni si redime passando informazioni alla resistenza, ma resta su di lui un marchio nero evocato soprattutto dai personaggi più fondamentalisti; quando quindi è l'ammiraglio Adama a stringere alleanza con gli stessi cyloni, nell'indifferenza ormai ai suoi antichi principi di fronte al dissolvimento sempre più compiuto del suo mondo, Gaeta ordisce un'efficace golpe contro l'imbelle Adama, fallendo nel suo scopo solo per la sua riluttanza a uccidere, subito, Adama senza un regolare processo (morto Adama, ogni eventuale resistenza si sarebbe spenta). "Battlestars! E' l'inizio della fine!" Infine, la conclusione cita in modo inequivocabile Spaceballs (1987), cosa che non può che far piacere (del resto, il film di Mel Brooks iniziava con la lunghissima astronave il cui muso citava la prima Galactica del 1978, quindi...), anche perché la citazione non è superficiale, ma sostanziale. Battlestar ripete in chiave tragica (e in parte edulcorata per lo spettatore più ingenuo) ciò che in chiave comica ci ricordava già Balle Spaziali: la fondamentale idiozia dell'essere umano, anzi, della Carne, che non può fare a meno di marciare verso la propria autodistruzione. Gli Spaceballs, come noi, nel modo più idiota, per estinzione di risorse (l'aria loro, l'acqua probabilmente noi); gli Umani di Caprica nel modo più nobile, tramite la creazione della vita di Metallo che distrugge poi la vita di carne. Il ritorno volontario alle caverne non fa altro che rallentare di centomila anni – un'inezia, in chiave cosmica – il riproporsi della dinamica. Tutto questo è già successo, e succederà ancora.

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