Futurismo Cyberpunk

Da una finestra sgangherata, la luna si affaccia nella mia stanza, inutile come un orologio analogico fratturato. Il mio studio è illuminato dalle luci scarlatte dei neon della città, che proiettano sulle pareti un caleidoscopio di luci iridescenti. Collego il cavo neurale alla presa sulla mia tempia destra, poi lo inserisco nella porta USB del computer. La scrivania ingombra di carte svanisce alla mia vista, e la mia mente viene proiettata all'istante nel delirio incessante del ciberspazio. Ancora una volta, parto alla ricerca di Valentine. La connessione neurale si stabilisce dopo pochi istanti, e nelle mie pupille dilatate appare l'illusoria bellezza della città virtuale. Magicamente, mi ritrovo nella Parigi degli anni '10: le grandi banche dati mi appaiono come le moli imponenti dell'Arco di Trionfo o del Sacre Coeur, mentre treni e tram carichi di dati sfrecciano incessantemente dall'uno all'altra. Su carrozzelle più piccole, graziose signorine vagano per le arterie della città scortate da galanti cavalieri alle redini del calesse. Si tratta di programmi operativi dei tipi più diversi, scortati dai rispettivi sistemi antivirus. Lascio le strade per i marciapiedi del centro, dove il turbinare dei veicoli è sostituita da una folla a piedi, altrettanto frenetica e tumultuosa. Azzimati gentiluomini in frac, i programmi difensivi, scortano eleganti fanciulle che non li degnano di uno sguardo: i programmi operativi. Io le scruto animato di una folle speranza, la speranza di scorgere nei loro volti i tratti di Valentine. Ma all'improvviso qualcosa richiama la mia attenzione. Mi accorgo che il ciclone di corpi e volti in movimento ha assunto una direzione precisa. Mi dirigo rapidamente in quel verso, scavalcando brutalmente la calca immane che si addensa davanti al portale illuminato di un caffè. È appena scoppiata una rissa ferocissima tra gli eleganti giovanotti benvestiti, i programmi difensivi. Essi hanno abbandonato i programmi operativi, le graziose fanciulle che dovrebbero scortare, che li attendono perplesse abbandonate in un angolo, esposte agli assalti del primo hacker di passaggio. Scostando con violenza il groviglio della lotta, mi tuffo all'interno del caffè, perché so quale ragione ha spinto quei damerini informatici a perdere il lume della ragione: il virus, un virus dei computer, il più letale e potente di tutti. Entro nel locale e lo vedo. Eccolo, il virus, il demone, l'Amazzone, il mio feroce amore, Valentine, la crudele furia che imperversa da un lato all'altro di questa grande follia globale che è il ciberspazio. La sua bellezza ipnotica pare promanarsi in radiazioni elettromagnetiche che conducono alla follia i programmi difensivi. Rimango estasiato in contemplazione, mentre il suo volto si imprime sempre più a fondo nelle iridi dei miei occhi e poi su, fino alle sinapsi eccitate del mio cervello. Ma non dura a lungo. Io sono un agente della polizia digitale, e la mia programmazione è migliore di quella dei semplici programmi difensivi. Il programma che mi è stato impiantato nella mente ha la meglio delle mie pulsioni, ed istantaneamente attivo i programmi che portano, ancora una volta, alla Sua distruzione. La donna che amo muore per mia mano, Valentine si disintegra in milioni di scintille di luce, corpuscoli di informazione che vagheranno privi di forma negli spazi sconfinati del ciberspazio. Osservo la Sua luce spegnersi poco a poco, e poi riprendo il mio folle vagare, alla ricerca di un'altra copia del virus, di un'altra Valentine che dovrò, come ogni volta, uccidere. Finché un giorno, forse, la mia mente vincerà la programmazione che mi è stata imposta. Quel giorno la rete sarà distrutta, ma non mi importa. Perché quel giorno Valentine sarà mia. Mia! FINE (Leggi il post precedente per una spiegazione del fumetto/racconto illustrato)

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