Il Post Di Lost


Con un certo ritardo sulla scadenza della fine del telefilm, mi sono deciso a pubblicare questo "post su Lost". In verità, invece di esprimere il mio parere sulla serie, ho preferito presentare questo mio interessante ritrovamento via web di una possibile fonte italiana di Lost.

I PERSI.

Nota introduttiva di Lorenzo Barberis

Essendosi appena concluso il grande ciclo di “Lost” (2004-2010), mi pare utile segnalare una fonte del serial che avevo scoperto da tempo, e che, a quanto mi risulta, non è stata ancora citata da nessuno. Si tratta del resto di un precedente un po' particolare: la sceneggiatura di un “videodramma” scritto da un certo, misterioso, Giacobbe D'Abrami nel 1937 per la nascente televisione fascista dell'EIAR. Gli esperimenti per la creazione di una rete televisiva italiana erano infatti iniziati nel 1936, con la produzione dei primi apparecchi nazionali; e solo l'avvio della guerra, nel 1939, fece rimandare il tutto. La sceneggiatura iniziale è, per quanto ne so, irrimediabilmente perduta. L'unica cosa che ne resta è la valutazione espressa da un anonimo “G. D.'A.” (omonimo, dunque, dell'autore, almeno nelle iniziali) il quale esprime una valutazione ambigua, non negandone elementi ambigui di potenziali critiche al fascismo e un certo eccesso di ambizione, ma esaltandone comunque lo spirito grandioso, consono al regime, e sostanzialmente caldeggiandone la produzione. Una suggestiva ipotesi che viene subito alla mente è che G. D'A possa essere Gabriele D'Annunzio, che certo il Duce avrebbe consultato, pur diffidandone, per un'impresa grandiosa come il primo videodramma italico e fascista, in ragione dei noti trascorsi cinematografici del Vate, autore nel 1914 della sceneggiatura – più che altro, le didascalie - del primo kolossal della storia, il grandioso “Cabiria” di Pastrone. Riporto qui la scheda valutativa, che ho reperito in rete verso gli inizi degli anni 2000, su un sito ormai scomparso di cinematografia fascista, e di cui ho purtroppo perduto i riferimenti sitografici. L'estensore del sito, docente di storia del cinema fascista presso l'università di Trieste, tale Guido Stern, sosteneva di averne rinvenuto copia presso un polveroso magazzino di Cinecittà, sul finire degli anni '80, dove erano ammassati i fondali delle scenografie, di cui riportava una singola foto, raffigurante le scuole di addestramento del progetto D’Arma, quella che ho usato come copertina del presente post. E' possibile riconoscervi, effettivamente, il gusto fascista nel design della scritta "SCVOLE" e nell'architettura simil-fascista. La funzione della ruota in basso a sinistra mi è tuttora ignota. Stern si diceva certo che si fosse perfino iniziato a girare il film, e portava a tale scopo, a dimostrazione, un frammento di fotogramma, dove, come si può vedere, appare solo un'ombra, dove appare il logo del Progetto D'Arma e una misteriosa figura.




Se qualcuno possiede dati più precisi, notizie biobibliografiche su Giacobbe D'Abrami, materiale promozionale o addirittura qualche spezzone dei primi abbozzi girati dell'opera che confermino la tesi dello Stern, è pregato di farsi avanti e contattarmi. Ma vediamo dunque il poco che resta di quello che avrebbe potuto essere il grandioso, italico Lost fascista.

SCHEDA DI VISIONE DEL VIDEODRAMMA: “I PERSI”

AUTORE DELLA SCENEGGIATURA: GIACOBBE D'ABRAMO

ANNO: 1937, XV DELL'ERA FASCISTA

ESTENSORE DELLA SCHEDA: G.D'A.


È stato sottoposto alla nostra attenzione la sceneggiatura per un primo grande videodramma fascista, da trasmettersi all'italica fonotelevisione che secondo programmi vedrà la sua nascita più piena nel 1942, in concomitanza con l'inaugurazione della grandiosa Esposizione Universale di Roma. Per esplicita volontà del Duce, l'apparente ritardo dell'Italia Fascista rispetto agli altri corrotti popoli plutocratici sarà sbeffeggiato con la grandiosità dei programmi dell'italico ingegno, che annienteranno l'insulsa pocaggine delle pantomime da tabarino in uso presso di essi. Fulcro di tale grandiosa operazione sarà la realizzazione del primo Videodramma Colossale, che reduplicherà nell'Italia e nel Mondo i fasti trionfali del “Cabiria” di D'Annunzio, capolavoro cinematografico che già anticipa le grandiosità fasciste, sorto nelle radiose giornate interventiste del 1914 a caldeggiare con forza la vittoriosa entrata in guerra nella Prima Guerra Mondiale, mostrando al pubblico la passata, presente e futura grandezza dell'intramontabile impero di Roma. 
Esso fu poi malamente imitato dal Lang e da altri artigiani della plutocratica fabbrica d'inganni americana, che ne falsarono lo spirito e la concezione: perciostesso è necessario il nuovo lavacro in una rinnovata forma artistica. Per tale ragione ci sono stati sottoposti da vagliare millanta sceneggiature dei più valetudinari autori italiani. Dobbiamo tuttavia constatare che, pur nel permanere della superiorità del italico ingegno, le menti dei giovani autori si siano arenate su sterili, inutili, opposti estremismi. Il camerata Storace, il patetico zimbello del fascio, propugna una risibile celebrazione della bonifica dell'agro pontino con “Questa è la terra della mia vittoria”; l'ormai scomparso Nobel Pirandello aveva invece propugnato, l'anno scorso, il deprimente “I Perduti”, ripresa del ciclo dei Vinti del suo conterraneo Verga, riscritta nella nuova sensibilità moderna prodotta dall'autore, volta a narrare la malora di una famiglia di contadini nelle sue peregrinazioni – ancora una volta! - dall'alta Langa piemontese all'Agro Pontino, ponendo l'enfasi sulle assurdità della vita che si sommano al peso degli stenti e della dura fatica. E anche altre cento opere non selezionate si muovono su questo sterile doppio binario. Come evitare gli opposti estremi della bolsa e vuota retorica e del patetismo lacrimoso, tristo, cattolico da sagristia, in fondo in fondo manzoniano? Mi permetto qui di segnalare, Duce, la mia ferma scelta per il Videodramma Colossale, una gemma pescata nell'obnubilio di pagine sorde e grigie: la sceneggiature de “I Persi”, opera prima del giovane e tormentato Giacobbe D'Abramo, già allievo del ben più modesto Alberto Moravia. Non ci si inganni sul titolo, che parrebbe l'ennesima sterile riproposizione del tema dell'Inetto: come vedremo, l'opera affronta il tema della modernità ma per superarla con un metafisico impeto di volontà fascista. L'Abrami ipotizza un affresco di sei Cantici, che raddoppiano con ambizione eccessiva ma perlomeno meritoria la possente struttura triadica del sommo vate Dante Alighieri. Chiariamo subito che a nostro avviso l'opera, al di là del finale malamente rabberciato in seguito alla misteriosa scomparsa di Abrami, non raggiunge purtutto l'altissima meta: ma nel suo fallimento è perlomeno più grandiosa del resto della nec aurea mediocritas su cui si sopreleva.

Primo Cantico o il Canto del Naufragio.


Veniamo alla storia. Su una misteriosa isola coperta di lussureggiante vegetazione, disseminata di rovine che paiono appartenere, dallo stile, all'antico impero persiano, naufraga una grandiosa nave italiana da crociera che torna al porto di Genova dall'Etiopia, l'Oceanica. Tra i superstiti, si distingue il dottore valdese Luigi Pastore, che tornava in Piemonte col cadavere del padre, il grande chirurgo Cristiano Pastore, alla cui ombra si era fino allora passata la sua vita. Egli, novello Robinson Crusoe, con cui condivide del resto la professione medica, organizza gli sparuti superstiti dell'isola rincuorandoli di fronte ad ostili e aggressivi selvaggi ed eventi inquietanti e misteriosi, quale l'apparizione di un temibile Fumo Nero che essi ribattezzano “il gigante della montagna”. Egli è chiaro nella sua materialistica posizione scientista: essi sono Persi, sballottati sull'isola dal fato avverso del probabilistico caso: solo confidando nella scienza potranno sortire pastdi lì, se resteranno uniti sotto la sua illuminata guida. Un altro naufrago tuttavia, lo sventurato Gianbattista Vico, costretto su una sedia a rotelle da una disgrazia causata dal suo terribile padre, ha invece riacquistato l'uso delle gambe, per quello che egli ritiene un salvifico intervento dell'energie dell'Isola. Egli replica al Pastore che essi sono, sì, i Persi, ma poiché essi sono gli eredi dell'antico impero persiano che ne aveva soggiogato le forze geomantiche per usarle all'edificazione del proprio dominio sui quattro angoli dell'universo. Li ha designati l'Isola stessa, pagana divinità senziente, la quale fremeva da tempo nell'attesa dell'arrivo dei suoi eletti dominatori. Vico spiega, in una appassinata arringa ai naufraghi, come l'epopea dell'uomo sia attraversata da continui corsi e ricorsi storici: lo spirito dell'Impero Universale, posseduto un tempo dalle civiltà mesopotamiche, è ora giunto, nel compimento dell'Età Cristiana, nelle mani fatali di Roma: loro compito è assumere finalmente, con folle allegria di naufragi questa rinnovata grandezza. Gradatamente la comunità dei naufragi si convince della sua tesi: il naufragio sull'isola non è stato accidentale; l'isola possiede una forza elettromagnetica incredibile che usa a suo piacere, e li ha attratti lì per uno scopo. Lo stesso Pastore, alla fine, si convince che qualcosa sfugge ancora alla comprensione della scienza, poiché constata di persona come l'isola sia in grado di far regredire ogni morbo, purificando miracolosamente il corpo di alcuni malati da ogni tipo di batterio. Partiti alla ricerca, i Persi trovano una botola, segno – nel loro stupore - di una presenza moderna dell'uomo sull'isola, e riescono dopo immani sforzi ad aprirla. Termina ivi il primo cantico del dramma.

Secondo Cantico o il Canto dell'Isola
Qui i Naufraghi trovano – è il tema del secondo videoromanzo – un prigioniero, l'abate gesuita Cesare Beccaria, il quale rivela loro di esser stato vincolato dai suoi doveri di cappellano militare fascista a pigiare un pulsante ogni ventiquattr'ore per evitare che il mondo venga distrutto dall'esplosione dell'energia dell'Isola, incanalata in un possente sistema di contenzione artificiale (una figura calva di gerarca che ricorda il Duce, posta di schiena, gli ha affidato questo compito ricordandogli che la patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina). Egli è stato preposto a tale pirandelliano incarico all'interno del Progetto D'Arma, il piano che l'italico impero aveva stabilito per sviluppare il suo dominio sull'Isola, tramutandola in un'Arma di folgore nelle sue mani. Ei narra dunque tutta la contorta istoria del Progetto D'Arma, quale egli lo conosce. L'isola era già stata scoperta nel 1888, quando un piroscafo della Rubattino, che deportava barbari pirati eritrei alla loro giusta detenzione, naufragava sulle coste dell'Isola istessa. Vinta con la crisi della Banca Romana (1889) l'opposizione del pavido piemontese Giolitti, l'avido ministro delle finanze, la dinastia sabauda riusciva ad istituire alcune prime basi di ricerca sull'isola ai fini di sviluppare l'arma finale. La vile Italietta giolittiana panciafichista ostacolò poi novamente la grandiosità del sogno, finché i begli eventi futuristi della Grande Guerra e l'avvento del fascismo davano nuovo impulso al progresso verso la vittoria finale. Tuttavia, Lorenzo Valenzetti, valente matematico sanremese, scoprì con la ripresa del progetto la drammatica Equazione di Meghiddo, che dimostrava come, all'attivazione del potere dell'Isola, si avviasse invariabilmente l'equazione della fine del mondo, che dava come risultati inevitabili lo scatenamento dell'apocalisse in un periodo da 4 a 42 anni. Forti di tale ipotesi, pavidi burocrati militari sabaudi velarono agli occhi aquilei del Duce l'utilità del progetto, facendo declinare il piano. Lui solo, l'abate Beccaria, ne è ormai il coraggioso custode. Non potendo avanzare, si limita a mantenere in vita il sistema, che egli ritiene (scopriremo, erroneamente) indispensabile a contenere le forze elettromagnetiche dal devastare il mondo. Gianbattista Vico è entusiasta. In una nuova, commovente orazione, convince i naufraghi ad assumere su di sé il gravoso incarico. La comunità dei naufraghi scopre le basi, le colonizza, si riorganizza e continua, per come può, i grandiosi destini del Progetto D'Arma. Ma a questo punto, i Naufraghi catturano un uomo che dice di esser giunto sull'Isola in mongolfiera, Benedetto Lino detto Benito. Egli, pur a loro sprezzantemente ostile, è il vero prototipo del superuomo fascista, che si differenzia dal duce per non possedere, a simiglianza di questi, anche una radiosa e virile bellezza; ma un aspetto invece dimesso e stortignaccolo, che vuol sottolineare (sulla scorta del Nietzche) che il superomismo è fatto interiore. Benito regge con sferzante sorriso di dileggio le torture fisiche che i naufraghi gli impartiscono tramite l'Ascaro Sayid, reduce della guerra d'Etiopia; si beffa sarcastico dei rozzi metodi di indagine psicologica di Pastore e Vico, che anzi gode a metter l'uno contro l'altro, rintuzzandone la rivalità. Alla fine Benito, col suo virile nerbo retorico, persuaderà Vico che l'intero progetto è solo un alienante meccanismo psichico per sperimentare la possibilità di plasmare la psicologia delle folle a proprio piacimento: l'Arma del regime non sarebbe dunque l'Isola, ma gli utili idioti che vi credono (“la massa è donna!” prorompe infine Benito con una schioccante risata). Disgustato dal suo disinganno, Vico cessa di premere il suo bottone quotidiano, e scopre di aver torto: l'Isola esplode in un tripudio elettromagnetico di luce. Invece, Giacomo Pastore viene convinto da Benito a recarsi presso il campo dei selvaggi, ma anch'egli è gabbato: i selvaggi lo catturano e lo rinchiudono nelle loro celle, scoprendosi in verità dotati di avanzata e moderna civilizzazione. Termina qui il secondo cantico del dramma.

Terzo Cantico o il Canto della Fuga.


Inizia così la terza serie del dramma. Giacomo Pastore scopre d'essere stato imprigionato da Benito per lo scopo di curarlo da una malattia mortale di cui solo egli potrebbe operarlo. Lino, infatti,un tempo aderente al progetto D'Arma, l'ha abbandonato dopo quello che egli ne ritiene il declino, ed è ora il duce morente di una comunità di mistici, inesausti custodi di dettami religiosi ancestrali, primevi agli stessi Imperatori Persi, i quali ritengono che l'isola non vada sfruttata dalla tecnica, ma preservata nella sua naturale purezza ad uno scopo superiore. In una citazione ironica del nome dell'autore, la guida mistica da cui Benedetto dice di prendere i suoi ordini è un puro spirito immortale dal nome di Giacobbe. Mentre Vico è affranto dall'aver tradito l'Isola, non credendo nello scopo per cui Lei l'aveva chiamato, Luigi Pastore si è invece ormai fatto persuaso della sua iniziale ragione: impastoiarsi con tali poteri superni è oltre la possanza dei semplici uomini, quali egli si riconosce di appartenere. Indi Pastore, con un nuovo atto di crudeltà e volizione, ricatta Benito mentre è sotto i ferri, sottoposto al suo volere di medico-dio, ridendosi con bella franchezza dell'ipocrita giuramento di Ippocrate a cui Benito – con un raro errore – lo riteneva vincolato. Egli così riesce a liberarsi dalla sua prigionia, raduna i naufraghi e li sprona a un nuovo sforzo verso quello che doveva essere, fin da principio, l'obiettivo: la Fuga verso la salvezza.

L'Abate Beccaria gli rivela provvidamente che la sua amata Eloisa lo cerca da tempo immemore con una nave inviata a cercarlo, ma che non riesce a penetrare lo scudo magnetico dell'Isola. Animati di nuovi vigore, i naufraghi vincono nuove sfide e riescono finalmente a trasmettere un segnale. Una nave entra in contatto con loro, e si dirige verso l'isola, a prenderli. Il ciclo narrativo appare chiudersi con il felice ritorno in patria, in una equilibrata trilogia crociana. Tesi: il naufragio sull'Isola. Antitesi: la scoperta del soprannaturale e la scelta dell'Isola. Sintesi: il timor sacro del sovrannaturale e la fuga dall'Isola. Si apre invece la seconda trilogia, quella più pienamente mistica e superomista, che ambisce a doppiare il Capo di Buona Speranza della mistica dantiana.

Quarto Cantico o il Canto del Ritorno.
Il Quarto Cantico s'apre co'naufraghi ch'accolgono tripudianti il piroscafo dei loro salvatori: ma invece della nave di Eloisa trattasi di un bastimento di infidi mercenari inviato da Carlo Compiù, il facoltoso industriale padre di Eloisa, il quale è a sua volta collegato al Progetto D'Arma. I suoi accoliti – egli ancora non compare, se non descritto nei ricordi dell'abate Beccaria, che l'ha conosciuto – spiegano ai superstiti come Compiù, antico plutocrate torinese, abbia fornito inizialmente i mezzi al Progetto D'Arma. Scoperta però la fonte di inestimabile potere che esso garantiva, e sfruttando i suoi contatti con i pusillanimi e miopi burocrati militari sabaudi ancora infiltrati nell'esercito fascista, egli riusciva a far fallire il progetto, velandone l'utilità agli occhi del Duce, fino allo stato attuale delle cose in cui, dal 1929, il progetto è naufragato sotto gli attacchi dei finti selvaggi di Benedetto Lino. Egli a questo punto ha iniziato a colonizzare personalmente l'isola con una divisione speciale della Corporazione Compiù, colosso torinese dell'industria meccanica, navale, aerea ed automobilistica. Per tale ragione ha condotto sull'isola lo scienziato Guglielmo Marconi (solo omonimo del genio italico, cui comunque è evidentemente ispirato) e la sua squadra scientifica, protetta dalla legione di perfidi mercenari. Intanto l'abate Beccaria inizia ad essere sballottato avanti e indietro nel tempo per causa degli effetti della gigantesca esplosione elettromagnetica provocata da Vico; egli torna indietro nel passato, ove riesce a contattare fortunosamente uno scienziato in grado di spiegargli come controllare tali effetti. Desso è per l'appunto lo stesso Guglielmo Marconi, ancor giovinetto, che si sta consumando sulle sudate carte scientifiche in tali ipotesi, tra le risa degli sciocchi colleghi plutocratico-massonici. Marconi gli spiega come si debba, in tali casi, rinvenire una costante in un proprio Oggetto D'Amore, tale da poterci far da guida nel variare dello spaziotempo. Le azzardate e dubbie tesi dell'Einstein sono così fuse con la dottrina dei Fedeli D'Amore, palesando vieppiù la tensione dantesca che sempre più si insuffla nell'opera. Intanto Benito, detronizzato dall'arrivo del suo arcinemico, che vuole ripristinare a più orridi fini personali il progetto D'Arma, convince Vico ad aiutarlo a compiere la salvezza dell'isola, spostandola lontana dalle mire di Compiù e dei suoi sodali. L'Isola, novella Laputa, può quindi essere mossa con una ruota dentata creata dai Romani, veri eredi del sogno persiano d'Impero Universale, che ne incanala l'energia elettromagnetica facendola spostare nel passato. Benito muove così l'isola mentre un piccolo gruppo guidato dal Pastore riesce a fuggire su un aereo. Si chiude il quarto cantico, dove la riuscita della fuga si affianca all'affiorare della consapevolezza del suo errore.

Quinto Cantico o il Canto del Richiamo.

Tornato in patria nel quinto capitolo della saga, Pastore è scosso dal dubbio di aver errato i propri calcoli, specie quando scopre che l'antico amico Vico è stato ucciso dallo stesso Benito, che teme che Giacobbe, la sua mistica guida, lo nomini come nuovo Re dell'Isola. Benito infatti, pieno superuomo al di là del bene e del male, serve l'Equilibrio naturale contro la Tecnocrazia poiché sa che, diversamente, tutto il mondo ne sarebbe distrutto; ma all'interno di questa retta conoscenza del cosmo persegue esclusivamente il suo massimo beneficio personale. Tornato nel mondo, egli opera contro i piani di Compiù, eradicando i contatti ramificati del suo impero economico tramite l'aiuto del perfido ascaro Sayid, assetato di sangue e gioioso di poter uccidere e torturare, per qualsivoglia padrone. Il figlio del Pastore Cristiano va intanto iniziando a tramutarsi da Uomo di Scienza ad Uomo di Fede, compiendo nolente il suo destino. Egli convince dunque i suoi compagni riottosi a tornare sull'Isola del Destino, duplicando il volo compiuto la prima volta, in modo che l'isola li possa nuovamente Chiamare. Essi riescono nel loro scopo e arrivano all'Isola, che scardinata dal tempo e dallo spazio li sballotta costantemente in epoche diverse fino a stabilizzarli laddove vi sono gli altri superstiti. Essi sono tornati nel tardo Ottocento, dove si sono finti naufraghi coloniali e, per non essere uccisi per i segreti da loro visti, hanno accettato di unirsi al decadente Progetto D'Arma giolittiano. Benedetto Lino è intanto tornato sull'isola del nostro tempo, convinto di esserne il pieno dominatore. Ma con suo stupore, gli ricompare davanti la figura carnale di Giovan Battista Vico, dominata ora da una nuova, tenebrosa determinazione. Vico per la prima volta domina intellettualmente il superuomo Lino, e lo convince non solo a portarlo dal mitico Giacobbe, ma anche ad ucciderlo, soffiando astutamente sul fuoco sopito dell'ambizione: perché egli non può essere non solo il Reggente, ma il vero e proprio Re dell'Isola stessa? Così Benedetto, portato al cospetto dell'immortale Giacobbe in un tempio persiano dove egli ritorna mortale, lo assassina vellicato dal veleno dell'ambizione inoculatogli dall'apparente Vico. Ma appena ha compiuto il suo compito, comprende l'errore commesso: non è Vico quello che l'ha trascinato fin lì, ma il Nemico ancestrale, il Fumo Nero, il Gigante imprigionato sotto la montagna dell'Isola. Egli spiega, affranto, ai suoi compagni e sudditi la verità, che fino allora aveva celato, per evitare che sprofondassero nel terrore: quell'Isola è la montagna del Paradiso Terrestre, che sorge sulla sua Vetta Mistica. Da qui è possibile controllare tutta la rete delle linee elettromagnetiche terrestri; qui confluiscono, attratte da tali canali mistici, le anime dei defunti che non hanno ancora risolto i proprio conflitti, e che qui si purgheranno dal male per ascendere, forse, alla luce divina. Ma la cosa essenziale, che in parte è stata rivelata dall'Alighieri nella Commedia, è che l'Isola funge da tappo dell'Inferno, cui è connessa dal cunicolo energetico della Natural Burella. Il Fumo Nero non è altri che Lucifero, che era stato misticamente rinchiuso nelle viscere profonde del cosmo, sorvegliato da Gabriel, l'angelo più potente del Signore, che aveva assunto per umiltà il nome di Giacobbe (il fratello che astutamente sottrae al fratello l'eredità pattuita). Entrambi sono accomunati dall'odio e il disprezzo per l'umanità: ma Gabriel, che ha avuto l'astuzia di dissimularla sotto una ieratica superiorità, ha ottenuto la Reggenza divina del cosmo, mentre Lucifero, che ha manifestato il suo sprezzo furioso, è stato contenuto nelle profondità dell'Averno. Ora egli è a un passo da liberarsi dalla sua prigione: e quando uscirà dall'Isola, egli distruggerà la terra dopo aver inferto, probabilmente, infiniti tormenti agli uomini. È la battaglia di Meghiddo, il cui esito – contrariamente ai testi sacri – non è certo. Tale è la sapienza dei Persiani, i quali al consolatorio monoteismo rabbinico opponevano con sprezzo il coraggio superomistico del Dualismo, dove la vittoria della Luce sull'Ombra è tutt'altro che certa. Pastore convince gli altri superstiti, naufraghi persi ormai non solo nello spazio, ma nel tempo, ad aiutarlo a distruggere del tutto il Progetto D'Arma. Egli – non ancora giunto alla piena comprensione, alla piena fede – ritiene infatti che, se distruggeranno già il Progetto D'Arma giolittiano, modificheranno il corso della storia, e torneranno per incanto alle loro vite previe alla caduta sull'isola. Pur dubbiosi, i superstiti lo seguono in questo grandioso sogno del Ritorno definitivo, che sarà pur illusorio nella sua eccessiva facilità. Si conclude così il quinto cantico, con la volizione finalmente di compiere il proprio destino e quello del mondo, che troverà il suo scioglimento nell'ultimo atto della videotragedia.

Sesto Cantico o il Canto del Trionfo.
Si giunge così all'ultima e definitiva parte dell'opera. L'esplosione del centro di controllo delle energie inserito dal Progetto D'Arma produce l'esplosione del Fascio degli Universi. Come comprendiamo, in una rivelazione che mirabilmente dipinge non l'Universo, ma un mirabile Multi-Verso come un gigantesco Fascio di Cosmi, vi sarebbero vari cosmi possibili a seconda del verificarsi o meno dei singoli eventi, ma la volontà divina li tiene compattati in un unico Cosmo, il più probabile e predominante: altrimenti, la loro divaricazione produrrebbe infine la Fine del Tutto. Ma il gesto compiuto da Pastore ha generato un fascio cosmico divergente così potente da spaccare in due il Fascio Cosmico, che rischia di collassare e spezzarsi per sempre. Da un lato, il ramo caduceo del cosmo in cui il piano del Pastore ha funzionato, creando un cosmo idilliaco per i suoi protagonisti, ma in cui la deviazione sta per incurvare definitamente il Multiverso. Dall'altro, la massiccia colonna del Fascio Centrale, in cui il piano di Pastore è fallito: l'esplosione li ha semplicemente sbalzati sull'Isola nel loro tempo originario, laddove il Fumo Nero, ormai incarnatosi nel corpo esanime di Giovanni Battista Vico, mira alla propria liberazione finale. Unitisi oramai, di fronte all'orrore del pericolo, all'antico nemico Benedetto Lino, i naufraghi di tale spezzone temporale cercano disperatamente un modo di fermare il nemico; lo spettro di Giacobbe-Gabriel, prima di dissolversi verso la Luce, affida a Pastore il compito di nuovo Reggente Primo dell'Isola e – quindi – del Mondo. Sotto il suo trono pericolante si riuniscono i residui superstiti di ogni fazione. Anche Compiù in persona giunge sull'Isola, per fermare il Fumo Nero, ma anche per stabilire il suo dominio tecnocratico sull'energie dell'Isola. Egli rivela così ai suoi antichi nemici che la chiave di volta è la capacità dell'Abate Beccaria di reggere infinite scariche di energie elettromagnetiche: per tale ragione, egli è l'unico che può entrare nel tempio ove è custodito il Sigillo della Natural Burella, ed eventualmente asportarlo. Ma questo è ciò che libererebbe definitamente il Fumo Nero, che infatti, nelle vesti di Vico, cerca in ogni modo, quale suo unico scopo, di costringere il Beccaria a compiere l'estrema missione. I due filoni temporali, tuttavia, sono connessi tra loro da una mistica tensione, e l'abate Beccaria si rende conto dello sfalsamento che è avvenuto. Egli allora contatta Marconi, che nella dimensione alternativa è ovviamente ancora vivo, e lo sprona a compiere le ricerche che erano state stroncate dalla sua morte sull'isola nella catastrofe prodotta dalla Ruota. Marconi analizza gli appunti di Beccaria e finalmente giunge all'intuizione definitiva. Completa l'equazione, e giunge alla tragica conclusione di esistere su una dimensione fantasma, condannata a collassare nel momento in cui Lucifero scatenato ottenesse il potere sul Fascio Cosmico. Essi così non hanno che un'alternativa: radunare tutti i naufraghi persi, renderli di nuovo consci del loro destino, e riunendoli in un solo luogo, in un mistico cerchio sacro, violando così le regole probabilistiche di quel cosmo e producendo la sua dissoluzione nel grande Fascio dimensionale. Ciò avviene quando ormai il Fumo Nero ha quasi costretto l'abate Beccaria a collaborare alla sua liberazione. I naufraghi così acquisiscono compiuta consapevolezza del loro piano e – con una inattesa svolta – Luigi Pastore, come re dell'Isola, acconsente a che Beccaria rimuova il tappo. Lucifero esulta, ma quando la grande pietra – ricoperta di simboli sumeri – è estratta, egli non diviene solo libero di andarsene, ma anche imprigionato nella mortalità del suo corpo mortale. Egli lo scopre con suo orrore quando Pastore, affrontatolo ritualmente a mani nude, lo uccide dopo un'estenuante corpo a corpo in cui entrambi trovano la morte. Pastore, ferito re morente, nomina suo successore lo straripante, debordante ciccione Ugo Re (che già nel nome aveva, ironicamente, anticipata la funzione regale). Benedetto va contenutamente in solluchero di fronte all'ipotesi, come si comprende da un lampo di luce che gli attraversa lo sguardo all'inconsulta investitura. E, mettendosi con finta umiltà al servizio di Ugo, imprigionato sul malgrado nello scomodo compito di Angelo Custode del cosmo, comprende che quale Reggente dell'Isola e del Mondo ha raggiunto il suo massimo possibile potere. La camera vola verso l'alto, nel cielo, rivelandoci l'Isola dall'alto, nella sua attuale collocazione. Vediamo che dessa ha la caratteristica forma dell'Isola d'Elba, per quanto si trovi, in verità, laddove dovrebbe sorgere l'Isola di Sant'Elena. Benedetto è dunque il Duce supremo, il grande corso italico Napoleone Buonaparte, che prefigura nel suo imperio la futura grandezza del Duce fascista, signore della terra e dell'etere, grazie al potere che gli concederà appunto il grandioso affresco del videodramma televisivo. Si conclude con la rinascita fascista la grande epopea dei Persi.

Nota conclusiva di G.D'A


L'opera, come si vede, riscrive la mistica del cosmo dantesco integrandola alla grandezza dell'eterno regime fascista di Roma. Il fascio assurge a simbolo cosmico, in modo coerente con la sua dottrina: così come gli uomini devon restare saldi nel fascio di verghe indistruttibile, così gli universi devono fare nel loro fascio cosmico per evitare la singola dispersione energetica. I personaggi sono lampanti allegorie che rifuggono la vuotezza metaforica del Pascal evocato da Pirandello (ove il riferimento al pensatore cristiano è volutamente incongrua) per generare invece potenti anche se oscure metafore. Luigi Pastore, il figlio del Pastore Cristiano, è l'eroe riottoso inquinato di pensiero scientista, Louis Pasteur italico ebbro della sua ossessione per l'igiene e per i germi, fulgida figura protagonista di un grande romanzo di formazione, Giona restio a piegarsi al proprio vero destino di Fede nell'Assoluto della mistica cristiana e fascista cui infine però cede fino al sacrifizio.

Gianbattista Vico è il Filosofo centrale dell'opera, il quale comprende per primo e mostra agli altri la via del Vero, ovvero l'eterno ritorno dei Corsi e Ricorsi storici, che porterà sempre all'eterna rinascita dell'Isola dell'Impero, fluttuante nello spazio e nel tempo e perciostesso eterna, impero babilonico, persiano, troiano, e quindi, compiutamente, romano.

Cesare Beccaria, l'abate magnetico, è invece certo usato per riferirsi al Beccaria de Dei delitti e delle pene, prigioniero dell'universo carcerario, e naturale e universale, dell'Isola; ma molto più all'Abate Beccaria, il primo grande scienziato elettrico italiano, il quale anticipò gli studi del Volta e tutta la tradizione della grande scienza italiana, in cui si inserisce anche la citazione di Gugliemo Marconi (secondo una tradizione che esalta il genio italico, centrale dal Galilei in poi, il D'Abramo fonde la tradizione filosofica con quella della scienza, senza soluzione di continuità).

Benedetto Lino, infine, il vero trionfatore dell'opera, è il superuomo perfetto, che unifica su di sé le massime funzioni cui un uomo può assurgere, reggente del mondo senza divenirne Re (nonostante il simbolismo ambiguo del suo nome sindonico, che riflette tuttavia un altro necessario primato italiano). La sua sprezzante crudeltà e la sua ferina astuzia potranno essere di modello a generazioni e generazioni future di giovani fascisti italiani.

Nota conclusiva di Lorenzo Barberis.


Conclusa la presentazione del videodramma, mi permetto di aggiungere poche considerazioni a quelle effettuate dall'anonimo G.D'A. Innanzitutto, l'esaltazione fascista – come egli stesso larvalmente riconosce all'inizio, per poi astutamente trascurare nella sua perorante analisi - dei Persi è ambigua: il Progetto D'Arma appare comunque una follia, di cui anche il Regime sarebbe quindi colpevole. 

Del resto, singolare è anche la scelta di incentrare nella poco fascista Torino la città di provenienza dei coloni, ritornanti al porto di Genova. Altre citazioni sabaude sono il Benedetto Lino, il piemontese Abate Beccaria, l'ossessione ricorrente sul ruolo castrante delle elite militari sabaude e sui burocrati giolittiani, che risultano invece, in fondo, giustamente scettici sui folli piani dei fascisti e sul loro sogno di un'arma finale marconiana. Arma che, invece, posseduta per mezzo del geniale Enrico Fermi inventore della pila atomica, sarà di lì a poco perduta nel grande conflitto che si andava parando.

Curiosamente, non si cita Fermi, ma si cita invece Lorenzo Valenzetti, figura cruciale del team di via Panisperna scomparso anch'egli, come Maiorana, in circostanze misteriose di lì a poco, nel 1938. In questo caso, Valenzetti non è un nome simbolico, ma lo scienziato reale, di cui si citano infatti (in modo corretto) le tesi, senza farne un personaggio effettivo.

Valenzetti aveva previsto appunto nel 1935 l'avvio della fine del mondo non prima di quattro ma assolutamente entro quarantadue anni, azzeccando così (per caso, sostengono i detrattori) l'avvio del conflitto mondiale nel 1939. Il secondo limite dell'arco temporale, il 1976, è passato del resto senza eventi di tale rilievo, per quanto all'incirca coincida con la terza rivoluzione industriale, quella informatica, che non ha però data precisa.

Una suggestiva ipotesi potrebbe spiegare lo strano fascismo pagano, torinese e antitecnocratico dei Persi. L'autore sconosciuto, Giacobbe D'Abrami, potrebbe non essere altri che lo stesso recensore, G.D'A., ovvero Gabriele D'Annunzio, il quale avrebbe profittato del concorso d'idee per sponsorizzare da giudice sé stesso autore sotto falso nome. Del resto, il personaggio di Giacobbe è il Re Del Mondo legittimo di quel cosmo letterario, e il suo vero nome è quello dell'arcangelo Gabriele – ovvero Gabriele d'annunzio, colui che annunzia a Maria la venuta del Redentore, secondo il mistico nome letterario scelto dal Gabriele Rapagnetta.

Ciò spiegherebbe tutto: l'insistenza sul tema torinese è altro indizio per far risaltare l'insistita connessione con Cabiria, capolavoro dell'industria cinematografica torinese; lo scetticismo verso la tecnocrazia rappresenta la polemica del classicismo pagano contro il tecnocratismo futurista, che era divenuto dominante nell'estetica del regime, marginalizzando l'antico Vate. Infine, non è da dimenticare che il poeta aveva organizzato i suoi romanzi in una ennealogia che triplicava le tre cantiche dantesche nelle tre trilogie della Rosa (lussuria), del Giglio (purezza) e del Melograno, simbolo della sintesi mistica tra i due. E se l'ultima trilogia era dedicata a un frutto, il Melograno, anche i Persi potrebbero rimandare al frutto – persiano d'origine – della Pesca, che nel linguaggio piemontese assume appunto tale nome: i “persi”. Che dire? Se la cosa fosse provata, l'ennesimo scippo alla cultura italica sarebbe dimostrato, banalizzato nel modesto esoterismo decaduto dei frustrati superstiti di Lost, uomini perduti che non potranno mai divenire, anche per intraducibilità del gioco linguistico, i superomistici Persi della tradizione italiana.

Fine.

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