Il pozzo di Ariel


Ho rivisto di recente "The Little Mermaid" (1989) della Disney, un film ricco di significati sapienziali, come tutte le produzioni del massone Walt Disney. Il film, che segna una rinascita delle produzioni disneyane nel corso degli anni '90 - prima del cedimento al nuovo cinema digitale - è una interessante rielaborazione del mito delle Sirene, basata sulla celeberrima fiaba codificata da Andersen.


La fiaba originale, del 1837, è la più famosa dell'autore danese, al punto che il monumento della sirenetta, realizzato nel 1909 dallo scultore Eriksen (da cui deriva forse il nome del principe Erik), è divenuto il simbolo stesso di Copenaghen, la capitale della Danimarca. La fiaba è particolarmente crudele e malinconica, come tipico dell'autore. La sirenetta si innamora di un principe umano dopo averlo salvato da un naufragio e cede la sua voce alla strega del mare - che le taglia la lingua - per ottenere dei piedi al posto delle pinne. L'avere piedi umani è per lei dolorosissimo, ed ad ogni passo le sembra di essere trafitta da mille aghi, ed i suoi piedi sanguinano. Ella incontra il principe, maschera le sue sofferenze, danza per lui nonostante i dolori atroci, ma egli non la crede la sua salvatrice, di cui è parimenti innamorato, perché di lei ricorda solo la magnifica voce. Alla fine, egli incontra una donna che si spaccia per l'antica amante.

La sirenetta è disperata poiché il fallimento nel trovare il suo vero amore significherà la morte. Mentre come al solito cura i piedi sanguinanti nel mare, le sue sei sorelle appaiono e le suggeriscono di pugnalare il principe e usare il suo sangue per rigenerare la coda, ma lei rinuncia, muore e viene tramutata in uno spirito dell'aria. Questa tramutazione finale pare avere un senso nella duplicità delle antiche sirene, donne-pesce ma anche donne-uccello. La Sirenetta Disney segue abbastanza fedelmente la trama, eccezion fatta per lo scontato happy end, approfondendo e ampliando maggiormente la figura della Sirenetta, cui viene dato il nome di Ariel, uno spirito aereo del misticismo apocrifo giudaico, talvolta identificato con lo stesso Demiurgo.

Dotata di capelli rosso fiammante, Ariel manifesta subito nel cartoon il suo inarrestabile spirito libero (a differenza della più lacrimosa sirenetta originale) saltando il concerto che il padre Tritone e il maestro Sebastian (Bach...) hanno organizzato ad Atlantica (Atlantide?) con le sette figlie del re dei mari. Ella è difatti a caccia di reliquie degli umani in vecchi galeoni (che ottiene sconfiggendo uno squalo nel modo già usato da Artù nella sua tramutazione marittima nel disneyano "La spada nella Roccia") che poi raduna in un pozzo sommerso dove custodisce i suoi cimeli, in sognante attesa di poter far parte del mondo di superficie (di cui l'attraggono, soprattutto, la possibilità di danzare e la danzante fiamma del fuoco).

Significativo notare come l'interesse per il mondo superiore sia indipendente dall'innamoramento, e legato piuttosto, pare, al culto per il fuoco: la sirenetta del resto salva il principe dal suo naufragio perché è salita ad ammirare i fuochi artificiali della nave che viene poi incendiata dalla tempesta. Dan Brown ha avvicinato, nel suo Da Vinci Code, la Sirenetta alla Maddalena, per lui principio dell'eterno femminino del matriarcato. In effetti lo spirito indipendente e i capelli rossi - in antichità, attributo diabolico - accomunano la Magdalena pre-conversione (sacra prostituta posseduta da sette spiriti) ad Ariel. Inoltre, e questo è il punto più favorevole alle tesi di Brown, nel rifugio di Ariel, il dipinto di cui la sirenetta ammira il Fuoco - che ella può solo cogliere in effigie, vivendo sott'acqua - è una celebre tela di un pittore francese che, sulla scorta di Caravaggio, effettuò quattro intensi studi luministici dedicati alla celebre figura della Maddalena.


I quattro dipinti, realizzati tra il 1635 e il 1638, e considerati i capolavori di George De La Tour, hanno fatto pensare anche la critica seria a un particolare interesse per il tema. La raffigurazione, va detto, è da un lato pienamente ortodossa: la Maddalena è rappresentata con aria riflessivamente malinconica, pensando ai peccati passati; il teschio è oggetto di riflessione sulla morte, come anche lo specchio, che appare negli ultimi due della serie. La candela, oggetto dell'unica luce di tutto il dipinto, è indubbiamente simbolo ambiguo. Essa è simbolo del consumarsi della vita, altra riflessione del memento mori; ma anche della scintilla luminosa della Sapienza, su cui Maddalena è chiamata a riflettere.

Sul tavolo, assieme al crocifisso e ad alcuni libri, simbolo probabile dei testi biblici, è appoggiata una frusta di corde, usata secondo la tradizione da Maddalena per la propria mortificazione corporale, come indicano i piedi nudi, la schiena scoperta e la corda stretta intorno alla vita a mo' di cilicio (strano che Dan Brown, che riprende con frequenza tale argomento in chiave anticlericale, non lo faccia presente). Negli ultimi due dipinti la Maddalena è interamente vestita e si guarda allo specchio, segno dell'avvenuta trasformazione spirituale.

Nell'originale di Anderson, anche la trasmutazione della sirenetta è dolorosa, mentre nel film Disney la sirenetta è punita in effigie dal padre Tritone quando questi scopre il suo innamoramento per il principe Eric, distruggendo col Tridente di Poseidone, che egli possiede, l'intera collezione della figlia (in un gesto di grande forza simbolica, fa esplodere anche un mappamondo, quasi a dichiarare guerra alla superficie...). Stretto dunque il patto con la strega del mare, Ariel seduce il principe proprio tramite l'infantilismo che è costretta ad avere dall'assenza di parola, unito alla sua ignoranza del mondo superificiale (oltre all'uso erroneo di pipe e forchette, ella rovina un teatro di marionette: un'ironia frequente dei cartoni animati Disney, consapevoli di aver ucciso - con il cinema d'animazione - il teatro d'animazione, medium ottocentesco di grande e antica fioritura). Il finale negativo viene ovviamente rovesciato, da tradizione Disney, e la strega dei mari, tramutatasi in una colossale piovra lovecraftiana grazie al tridente oceanico strappato a Tritone in cambio della vita della figlia, viene uccisa dal principe una volta scoperto l'inganno a cui ella lo voleva sottoporre.


La sirenetta, così, vince, rovesciando il finale per ragioni commerciali (o forse anche simboliche?). Primo personaggio disneyiano dotato di un certo sex appeal, la Sirenetta è legata a molteplici polemiche relative a messaggi subliminali di tipo erotico-sacrale: durante il matrimonio tra la strega del mare ed il principe, il vescovo - disegnato con un aspetto decisamente lubrico comunque) pare avere un'erezione, e la reggia di Atlantica ove vive Ariel con tritone presenta numerose torri dall'evidente aspetto fallico. Non segnalato da nessuno, la roccia su cui Ariel canta il suo dolore ha una vaga forma cruciforme.


Ma nonostante i molti attacchi dai laudatores temporis actis, questa versione disneyana del mito non è malvagia nel suo reinterpretare antiche primordiali leggende nei confronti delle quali, in fondo, anche lo stesso Andersen è un moderno. La sirena Ariel, trionfante spirito vitalistico, è forse più simile alle sue antiche sorelle omeriche della lacrimosa e commovente versione danese.

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