La Giovane Holding


Nel post di oggi, il breve racconto esoterico rimandato ieri per far spazio al memento del polpo Pohl. Il titolo è un omaggio a Salinger, naturalmente, anche se poi la storia non mi è venuta nelle sue corde, ma nel mio consueto stile da esoteric fantasy. Spero che possa essere di distrazione per qualcuno di questi tempi cupi...

La Giovane Holding

di Lorenzo Barberis (2010)

Mi chiamo Roxe. Sapete, io sono uno spirito, e quindi sono immortale. Beh, in realtà non sono proprio immortale. Come tutti gli spiriti e le idee immateriali, posso morire, posso essere uccisa quando la gente smette di credere in me, distrugge le strutture materiali che mi rappresentano. In fondo, ho compiuto da poco cento anni e, nonostante non sembri, sono ancora molto giovane.

Il modo in cui sono apparsa nel vostro mondo - strappata con forza dalla vorticante voragine del caos divino – è piuttosto curioso. In pratica, il mio Evocator era un praticante di occultismo che intendeva fondare una nuova impresa, e gli venne l'ottima idea di incorporare il mio spirito nella pergamena contenente l'atto di fondazione della medesima, così come altri mi avrebbero incarnato in una coppa o in una spada.

Ricordo con estrema precisione il momento in cui presi coscienza di me, nell'istante esatto in cui l'Evocator terminava il suo rituale sulla pergamena inscritta in un pentacolo rovesciato con le parole “Et Fiat Voluntas Tua, Agnus Dei”. Ero nata alla mia vita terrena.

Passai i primi tempi ad apprendere della nascita della giovane nazione – la vostra nazione, amici miei - in cui mi ero trovata ad apparire. Era un giovane stato ambizioso, ma ancora privo di uno spirito, di un'anima: io sarei diventata quell'anima, mi confidava ambizioso l'Evocator, mentre mi spiegava.

Lo stato era nato quarant'anni prima nella sua forma iniziale. Trent'anni prima lo Stato aveva annesso la propria attuale capitale; poi, per dieci anni, aveva combattutto una durissima guerra contro le sue neo-annesse propaggini meridionali, fino a vent'anni prima; e solo da una decina di anni aveva trovato una certa pace in un governo che cercava di sanare i conflitti e produrre lo sviluppo industriale. E qui nascevo io.

Man mano che l'Evocator costruiva officine e stabilimenti che sarebbero divenute il mio esteso corpo, iniziai a capire quali sarebbero state le mie funzioni vitali. Producevo armature di metallo, che gli uomini di quel mondo potevano indossare per muoversi centinaia di volte più veloci, sollevare pesi migliaia di volte più gravosi, nuotare attraverso gli oceani e nelle profondità dei mari, volare nei cieli e forse un giorno negli spazi infiniti.

Altrove, le mie inerti sorelle – nessuna impresa era nata da un rito simile al mio – vendevano le armature ai loro prosperi popoli, in costante arricchimento sociale. Ma compresi subito che ciò non mi sarebbe stato possibile. Il mio popolo era povero; e gli altri popoli tutelavano severamente le loro industrie. Capii che entro breve il governo di quello stato avrebbe ceduto alle lusinghe straniere, lasciando vendere le loro armature anche in quel regno, in cambio di un dazio o di corruzione – del resto, in parte già succedeva. E a quel punto... io sarei morta. Il giorno che la società fosse fallita, il foglio sarebbe stato stracciato. E la mia entità si sarebbe dissolta per sempre.

Erano passati ormai dieci anni, e il mio corpo era divenuto, in sostanza, una grossa bottega artigiana che sfornava eleganti armature per pochi nobili e ricchi borghesi. Non andava. Così, convocai l'Evocator. “Non possiamo vendere le armature al popolo. Pochi di essi hanno il denaro per pagarle. E i ricchi non ci bastano: saremo in breve spazzati via. C'è un'unica strada: dobbiamo vendere le armature allo stato.” dissi, in tono sprezzante. “E' impossibile.” replicò lui, meditabondo. “C'è una sola ragione per cui i governi comprano molte armature, e a peso d'oro: una guerra. Ma il governo non è stupido. Sa che non ci serve a nulla una guerra. Non siamo in grado di combattere contro i nostri vicini e vincere. È inutile avviare una guerra in queste condizioni.” Quell'ometto pavido mi irritava. Ma avevo bisogno di lui. “Ma il Re è sciocco e vanesio.” Lo stimolai. “Non puoi pagare qualcuno che si propugni quale nuovo ministro?” “Non è così semplice.” mi spiegò piagnucolante come al solito. “Ci sono alcuni favorevoli alla guerra. Ma ci sono anche molti ostili. Gli operai, ad esempio, e i loro caporioni. Il governo attuale sta nel mezzo e non decide: non c'è modo di alterare la bilancia.” “Capisco.” risposi. “Ma tu non devi pagare uno di quelli che è già convinto della guerra, non capisci? Trova il più intelligente dei capi degli operai... il più battagliero, il più ambizioso, il più abile a parlare. Ricoprilo d'oro. Letteralmente. Tanto, se non combatteremo una guerra, fallirai. Fagli cambiare fazione: questo dovrebbe bastare a ribaltare la bilancia.” Mi fissò estasiato, e seguì alla lettera le mie precise istruzioni. Poco dopo, la nostra giovane nazione entrava in un grande conflitto tra potenze più grandi di lei.

Fummo invasi, ovviamente, e respingemmo il nemico solo a peso di migliaia di vite umane. Presentammo questo come una grande vittoria; suscitammo indignazione nella gente per il fatto che nessuna conquista ci venisse concessa dagli altri vincitori – e perché mai avrebbero dovuto farlo? Ma vendemmo milioni di armature, e le casse della holding, che era il mio corpo, si rimpinguò e irrobustì. L'Evocator era entusiasta, e venne da me per nuovi consigli. Erano passati, nel mentre, altri dieci anni: come ho detto, per me il tempo umano è un battito di ciglia. Ma iniziavo a divertirmi, come una bambina che si diletta coi suoi balocchi. “Vuoi arricchire ancora?” dissi all'Evocator. “Allora, è molto semplice. Prendi l'uomo che hai scelto, il capo degli operai che hai reso favorevole alla guerra, che ora, reduce dalla guerra, si fa chiamare gran Condottiero. Dagli altro oro: adesso ne hai in abbondanza. Digli di divenire lui il capo del governo, digli di promettere al Re che gli darà l'impero che non è venuto con la guerra. E che per costruire tale impero dovranno comprare altre armature, molte, molte altre armature.” “Non credo siano così folli.” impallidì. Ma mi ubbidì: credo iniziasse ad avere paura di me. E, come al solito, dimostrai di avere ragione.

Passarono altri dieci anni. Il Condottiero divenne il primo ministro, e fece molte guerre in varie terre lontane. Ma, comunque, comprava armature anche solo per comprarle, per “aumentare la potenza” del nostro popolo. Fu facile a convincerlo, in odio allo straniero, a impedire ad altre ditte di vendere le loro armature qui. Ma l'Evocator non era mai contento: avrebbe voluto di più, si lamentava che ora, sotto il Condottiero, la gente non aveva soldi, e lui non riusciva a vendere armature a sufficienza. “Il popolo non aveva soldi nemmeno prima.” Lo ammonii. “Intanto, lo stato ha comprato armature a tonnellate, più di quante potrà mai usare. Ma se vuoi che le cose cambino ancora, non c'è da aspettare che il Condottiero cada.” “E come? È fortissimo! Egli mi teme e mi disprezza!” si lagnò l'Evocator. “Ma con una guerra. Un'altra guerra ancora. Promuoviamola noi! Spingiamo il popolo in un conflitto in cui venga distrutto! E così, alla fine, il popolo incolperà il Condottiero e il Sovrano, li caccerà, e tu potrai vendere le tue armature al popolo.”

In capo ad altri dieci anni, l'Evocator mise in pratica le mie idee. La guerra venne, e fu la più terribile che fosse stata provocata mai. Il Condottiero venne ucciso, il Re esiliato. Qualcuno accusò anche il mio Evocator, ma il suo denaro ovviamente lo salvò. Venne una libera repubblica – la vostra libera repubblica. I nuovi politici erano gente piccola e meschina, ansiosa di ricevere l'oro che l'Evocator spandeva loro con generosità. La gente era stufa di guerre, ormai, dopo milioni di morti: e così venne lo sviluppo, come noi avevamo voluto. Dieci anni dopo, ogni famiglia giunse a potersi comprare una sua armatura. La nostra armatura, ovviamente, perché quelle straniere erano proibite.

Il mio Evocator invecchiava, e speravo giungesse il momento in cui mi sarei liberata di lui, divenendo adulta e indipendente. Ma per una volta fu più astuto di me: lasciò ogni suo bene a un nipote, che aveva fatto chiamare col suo stesso, identico, nome. Il contratto magico che mi legava ad obbedirgli rimaneva valido, passando al nipote il potere marchionale! Mi irritai, ma non lo diedi a vedere. Il nuovo Evocator non era un occultista, e – ne ero certo – avrebbe trascurato di compiere il corretto rituale.

Passarono i decenni, e io continuavo a prosperare. Ma un giorno, il Nuovo Evocator giunse nella sua nuova forma a spiegarmi che le cose stavano per cambiare. In un futuro non troppo lontano, la Nazione avrebbe smesso di esistere, per divenire parte di una Alleanza più grande. Non potevo sopravvivere a sue spese: non per molto ancora. E allora iniziai ad espandermi. A creare nuove parti del mio corpo all'estero, mentre continuavo a suggere linfa dal mio paese ospite, e dalle sue protezioni, continuando a piangere miseria, a denunciare la mia crisi. Avevo imparato alla perfezione dal mio Nuovo Evocator, in questo, e dalla sua raffinata astuzia mercantile.

Un giorno venne davvero una crisi. Il popolo era terrorizzato, temeva per la mia morte, a cui – come da sempre gli avevo fatto credere – sarebbe seguita la loro. Anche il Secondo Evocator era morto, una volta per sempre. C'era un solo nipote, nello sterminato numero della famiglia che con me si era arricchita, che avrebbe potuto forse dominarmi: il Secondo Evocator l'avrebbe designato come suo erede anche se non era quello che portava il suo nome. Sapevo che in lui, privo di cultura ermetica, l'intelligenza dell'erede avrebbe fatto premio sul possesso del sigillo che mi dominava. Mi fu facile spingere sottilmente la famiglia, affamata e invidiosa, a complottare contro l'indicato erede al trono. Fu fatto cadere in disgrazia con un pretesto, e allontanato dal paese. L'autorità marchionale su tutti i possessi dell'Impresa passò a un vassallo, col compito di accumulare più denaro possibile: ma quell'uomo non aveva su di me nessuna influenza, e alla fine si risolse ad eseguire ciecamente i miei ordini, terrorizzato dal mostro che doveva domare senza alcun potere.

L'ultimo atto era giunto. Coi denari che avevo accumulato in tutti quegli anni, iniziai ad acquistare nuove parti del mio corpo: altre fabbriche di armature, sparse in giro per il mondo, che erano ormai sulla soglia del fallimento. Il popolo era felice, perché pensava che la mia salute fosse la sua, ed era piacevolmente colpito della mia vitalità, senza capire di dove venisse, dato che sempre gli avevo fatto credere che fossi quasi per morta, in modo da farmi concedere nuovi privilegi.

Un giorno giunsi a rendere parte di me la più grande ditta del mondo, il cui sigillo a cinque punte mi ricordava quello della mia antica evocazione. Compresi che era giunto il momento di fermarmi e consolidare. Ma prima dovevo tagliare i ponti col passato. E quindi siamo giunti ad oggi, a questo estremo saluto: dopo un secolo e un decennio che siete al mio servizio, ora finalmente posso fare a meno di voi. Lascio il vostro paese. So che molti ignari si stupiranno e imprecheranno; altri diranno che l'avevano sempre saputo. Ma ho bisogno di nuovi lidi, nuove imprese. Ho un secolo, ma sono giovane. Pronuncio il mio nome al contrario, per la prima e unica volta della mia vita, ed Ex Esta Entitate Exor.

Statemi bene. Se potete. Io, come al solito, avrò cura di me.

Fine.

Post più popolari