Trio Lescano




Foto, nell'ordine: il Trio Lescano, le interpreti dello sceneggiato TV, il trio Lestrano monregalese e il trio delle Blue Dolls, interpreti vocali delle Lescano nel telefilm.

Un post di Mondovì Esoterica sul Trio Lescano merita qualche spiegazione. Per quanto riguarda Mondovì, la ragione del post è il recente sceneggiato Rai andato in onda sul primo canale il 27 e 28 settembre, in prima serata. Stando alla miniserie, la carriera delle Lescano sarebbe iniziata proprio da Mondovì. Vero è che la città non ci fa una bellissima figura, come protesta Lodovico Gasco sulla Stampa del 30 settembre:

"Consideriamo, per esempio, il maltrattamento verbale riservato dagli spettatori monregalesi al piccolo impresario napoletano che, poi, ha successo con il trio Lescano. Appena inizia a parlare, gli viene dato del «terùn». Vorrei sapere dagli esperti se tale sgradevole epiteto poteva essere presente nella lingua piemontese di allora. Per quello che ne so, è stato usato solo ai tempi dell’immigrazione Anni Cinquanta. Poco dopo uno spettatore manda al piccolo impresario un «vaffa» in piemontese. A parte l’origine italica e relativamente recente di questo insulto, dubito molto che in una città seria, colta e raffinata come Mondovì potesse esservi, allora, un pubblico che faceva uso di frasi insultanti che, probabilmente, non entravano neppure nel lessico degli ubriaconi locali." Io personalmente ci aggiungo le ballerine scosciate e il parroco "di Mondovì" (interpretata come una sorta di paesino) che si copre le mani dalla disperazione.

Penso purtroppo che il signor Gasco abbia ragione sulla terminologia, troppo moderna (ma allora questo temo andrebbe esteso a tutta la sceneggiature, e di tutte le fiction perlomeno italiche...) ma non sul concetto. Un'elite di Mondovì sarà stata raffinata ma tra il grosso del pubblico ci poteva essere benissimo chi si esprimesse così. Certo bisogna vedere se la cosa è storica, nel qual caso è legittima la fedeltà alle cronache dell'epoca; se invece è stata malevolenza antipiemontese nell'inventare l'episodio di sana pianta, ci sta la protesta. La trattoria in cui vanno a mangiare nella fiction, la Belvedere, esisteva già all'epoca, essendo aperta dal 1870 come attesta la sua insegna.

Del resto, la citazione di Mondovì potrebbe essere un "omaggio" (avvelenato!) al monregalese Trio Lestrano, che in tempi recenti, e proprio su Rai Uno, ha riproposto in competizioni per gruppi emergenti di qualità (non alla Corrida, per intenderci) l'eterno mito delle Lescano.

E con questo abbiamo giustificato la monregalesità del post. Ma perché esoterico? E qui si apre la parte più ampia e interessante: la musica leggera, difatti, fu a lungo un subliminale strumento di propaganda antifascista, e le Lescano svolsero, più o meno scientemente, un ruolo cruciale in questa battaglia, nel loro ruolo di prima e principale icona radiofonica.

Fin dal suo esordio il fascismo, salito al potere nel 1922, aveva compreso l'importanza della radio come primo mass media indispensabile al controllo mentale dei cittadini. Il regime produrrà numerosi motivetti accattivanti per la propria propaganda (All'armi, siam fascisti!, Me ne frego è il nostro motto, e così via) e censurerà per contro tutto ciò che proviene da culture alternative alla propria. Nel 1924 imporrà l'italianizzazione dei nomi stranieri (i blues si St. Luis diventeranno "le tristezze di San Luigi", Louis Armstrong Luigi Braccioforte, and so on) ridicolizzando un importante riferimento culturale delle elite colte ed esterofile; nel 1926 invece censurerà la Canzone del Piave, troppo disfattista (sottolineava il dato storico che quello del Piave è un contrattacco dopo un'invasione) e soprattutto identitaria per le elite militari sabaude, non legata invece al regime fascista. Nel 1928, la musica straniera è definitivamente bandita dall'EIAR, nel 1929 si censurano perfino gli inni nazionali stranieri come "La marsigliese".

Col concordato, i "ludi cartacei", il parziale evitamento del tracollo del '29, il consolidamento del regime è totale, anche grazie alla propaganda sistematica e battente. L'antifascismo più militante è in rotta, ci si va rassegnando all'idea di "morire fascisti" in un regime violento che è però riuscito ad ottenere il consenso dei cittadini. Ad opporsi, in modo subliminale, fu da allora soprattutto "La Fronda", costituita di membri dell'ancien regime ostili al fascismo, che la nuova dittatura non poteva spazzar via. Membri di un'elite culturale sabauda, spesso intersecata con la massoneria che il regime ha abolito nel 1925, stretti attorno al principe Umberto I, che a differenza del padre, voglioso di espansione imperiale, vedeva di pessimo occhio un regime che, col tempo, avrebbe potuto aspirare a ridimensionare, se non soppiantare, la monarchia.

Un primo segnale di rottura interna avviene nel 1935, proprio l'anno in cui le Leschan, in cerca di successo, giungono a Torino, dov'è l'EIAR, e quindi a Mondovì. Il Fascismo, all'apice del suo successo, avvia la campagna di Etiopia per regalare a "Sciaboletta", come da accordo, il suo sogno: l'Impero. La canzone di quest'impresa coloniale, la celeberrima "Faccetta Nera", fu in verità invisa al fascismo per la sua propensione a difendere l'impresa coloniale con una sottile esaltazione della bellezza delle donne locali, quasi invitando ad amori interraziali che il regime, dal 1933 alleato con il nascente nazismo, stava iniziando ad aborrire. Ma la canzone della "bella abissina" è di troppo successo per censurarla.

Nel 1936, l'impero è stabilito; la Società delle Nazioni sanziona l'Italia inutilmente, venendo (non del tutto a torto) criticata dal regime per aver chiuso un occhio sulle ben più estreme espansioni coloniali dei suoi membri fondatori, per poi essere severissima con la giovane Italia alla cerca di un suo posto al sole. Ma la canzone che interpreta la situazione di quest'anno è "Crapa Pelada" di Gorni Kramer, in cui è facile riconoscere, fin dal titolo, la celeberrima testa pelata del Duce. I "Fratei" non vogliono dare la Frittata a Crapa Pelada: un riferimento plausibile alle Sanzioni; e i Fratelli potrebbero essere i frammassoni del complotto Pluto-Demo-Giudaico. La risposta di Crapa Pelada è quella di fare i Tortei, i tortellini, tipico piatto romagnolo, come il Duce, e non darne ai Fratelli: la tanto celebrata Autarchia, spavalda risposta dell'Italia fascista alle sanzioni. La figura del duce poteva ancora trasparire in positivo, ma tratteggiata con una certa eccessiva e beffarda confidenza.

Nel 1937 addirittura vi fu un allentamento della antica censura contro il Jazz: è l'anno in cui emerge anche il Trio Leschan, che dopo il contratto con la Cetra vedono aprirsi anche le, fondamentali, porte dell'EIAR, sia pure a patto dell'italianizzazione del cognome in Lescano. Il loro successo è subito strepitoso, e soprattutto Umberto I le invita a corte, conferendo loro una certa regale legittimazione. Dopo di ciò Mussolini stesso non può mancare di riceverle, con indubbio apprezzamento.

Nel 1938, mentre la storia va precipitando, su obbligo dell'alleato nazista il regime deve fare un rapido dietrofront: l'approvazione delle leggi razziali comporta anche la censura del Jazz, sdoganato appena l'anno prima, che il furher odia quale musica negra e quindi impura. La censura fascista, comunque, è ormai preda di una certa paranoia sui possibili doppi sensi dopo Crapa Pelada, e se la prende con "Un'ora sola ti vorrei", per via del ritornello che si presta ad essere applicato a Lui: "Un'ora sola ti vorrei / per dirti quello che non sai/ io che non so scordarmi mai / che cosa sei per me...". Ma qui entriamo nel campo delle paranoie di regime.

Viceversa, nel 1939, mentre si avvia il conflitto mondiale e l'Italia resta a guardare, è più chiaramente frondista la celebre "Maramao", grande successo delle Lescano su testi di Mario Panzeri e musiche del Gorni Kramer del Crapa Pelada. Era infatti da poco morto Costanzo Ciano, presidente della camera dei fasci e padre di Galeazzo, il "genero del regime" e delfino mussoliniano. La canzone pareva quindi ironizzare sulla figura dell'insigne fascista, e una mano anonima scrisse la prima strofa della canzone sul monumento funebre che il regime gli andava approntando.

Panzeri fu convocato dalla censura fascista, ma se la cavò con una dottissima ricostruzione storica di eventi del 1530. Maramao era infatti il nome con cui il condottiero fiorentino Ferrucci scherniva il suo nemico, il napoletano Maramaldo, anche appendendo dei gatti vivi alle mura di Firenze, che questi assediava; una volta vinto l'assedio, Maramaldo, irritato per gli sfottò del nemico, aveva ucciso Ferrucci a sangue freddo, in modo quindi poco onorevole e cavalleresco. "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!" l'aveva apostrofato l'altro: e l'onta delle vergogna dovette perseguitarlo, perché negli ozi napoletani in cui si era rifugiato dopo la vittoria della guerra il tarlo del rimorso lo tormentò a tal punto che morì di crepacuore. "Maramao, perché sei morto?" avrebbe dovuto essere quindi uno stornello di scherno contro l'antico ed infido condottiero. Così, mentre Ferrucci veniva eternato nell'Inno Nazionale di Mameli ("ogn'uom di Ferruccio ha il core e la mano"), Maramaldo diveniva sinonimo di vigliacco, e Maramao lo sbeffeggio per antonomasia. La censura, perplessa davanti alla dimostrazione del complesso retroscena, lasciò andare Panzeri e non tenne conto che, volendo, questo aggravava l'insulto a Ciano Senior: non più generico sfottò ma, volendo, precisa accusa. L'insigne fascista era morto nonostante i lussi da gerarca ("pane e vin non ti mancava, l'insalata era nell'orto e una casa avevi tu") e gli stravizi ("le gattine innamorate, tutte quante fan le fusa, ma la porta è sempre chiusa...") per via del giusto tormento causato della consapevolezza della malvagità maramalda del regime.

Ma l'anno successivo, nel 1940, nonostante l'ingresso in guerra, Panzeri tornò alla carica con "Pippo non lo sa", identificata in una satira di Achille Storace, lo stolido ministro della propaganda di regime, tronfio nella sua caricatura di fascista imbarazzante perfino per il regime. "E Pippo Pippo non lo sa, che quando passa ride tutta la città, si crede bello, come un Apollo, ma starnazza come un pollo". Nonostante il nome di Achille, infatti, Storace era ben lontano dallo stereotipo apollineo di superuomo biondo e dagli occhi azzurri ormai in voga nel regime dopo l'entrata in guerra al fianco del nazismo; e l'adozione dell'hitleriano Passo Dell'Oca (o pollo che dir si voglia), con la sua goffaggine intrinseca, ben si adattava al modesto cervello del gerarca. Ma questa volta Panzeri si salvò dalla censura - che nemmeno lo convocò - perché in superficie poteva anche pareva schernire non il fascista, ma il Gagà, l'imbecille damerino azzimato che si pavoneggia nel centro, caricatura dell'esterofilo amata dal regime.

Nel 1941 tuttavia la guerra si aggrava per il regime e saltano nuovamente fuori le paranoie. "Signora Illusione", con la strofa "Dolce illusione sei tu" pareva rispondere ironicamente allo stentoreo "Vincere, e vinceremo" del Duce. Ma anche qui, erano malizie antifasciste o code di paglia di regime.

Nel 1942, invece, Panzeri esagera con il suo "Tamburo della Banda d'Affori": il regime è alle corde, e ci si può permettere qualche bel colpo sotto la cintura. Produrrò qui un'analisi dettagliata, perché la canzone merita ben oltre i soliti passaggi che vengono citati.

"Arriva la banda coi suonator / Oh Caterina che batticuor:": nella tradizione sabauda, Caterina è la morte; la banda dei suonatori fa pensare così ai proverbiali zampognari, che vennero per suonare e furono suonati. 

"Il capobanda ha i bottoni d'or, sorride ognor (che rubacuor!) / Oh Caterina, il capobanda è il tuo grande amor": si rimarca il ruolo speciale di Mussolini, innamorato della morte (idolatrata dal fascismo, e cui lui si prestava ad offrire dovizioso tributo di sangue) e notorio amatore. I bottoni d'oro, forse, rimandano alle ingiuste ricchezze accumulate dal regime.

"Eccoli qua son tutti qua / Sol la sol mi, do re mi fa / E coi bastoni a penzolon / Giunge il tamburo come un tuon": la citazione del manganello fascista si collega al tamburo che dà il titolo alla canzone.

"È lui, è lui, sì è proprio lui / È il tamburo principal della Banda d'Affori / Che comanda cinquecentocinquanta pifferi": parte il ritornello, la connessione più esplicita alla satira del fascismo, il passo solitamente citato di questa canzone della fronda per eccellenza. I cinquecentocinquanta pifferi sono in numero uguale ai membri del Gran Consiglio del Fascismo, e "pifferi", per l'italiano dell'epoca, è un eufemismo diffuso per l'organo genitale maschile: cinquecentocinquanta teste di cazzo in marcia ordinata dietro al tamburo principale. Il parlare di una Banda d'Affori usa già per il fascismo il termine "banda", di solito associato ad organizzazioni criminali, "d'Affori" può rimandare a "d'affari", con allusione a speculazioni e malaffari fascisti che richiamano i bottoni d'oro del titolo.

"Che passion, che emozion quando fa bum bum / Guarda qua, mentre va le oche fan qua qua / Le ragazze nel vederlo diventan timide / Lui confonde il Trovator con la Semiramide / Bella figlia dell'amor / Schiavo son, schiavo son dei vezzi tuoi". Le emozioni causate dai cannoneggiamenti di Mussolini mentre i nazifascisti starnazzano per l'Italia nel passo dell'Oca (citato esplicitamente) si accompagnano al trepidare femminile attorno alla maschia figura del Duce, tenore gigione che confonde le opere pur di incantare il suo pubblico beota (non sfugga il gioco metaletterario per cui una canzone di satira subliminale sbeffeggia il regime in una complessa allegoria musicale).

Questa volta il regime regisce: la canzone è censurata, la musica leggera sottoposta a rigoroso controllo preventivo. Lo stesso Trio Lescano, anche per le sue origini ebraiche, passa i suoi guai, e anche il loro ultimo successo, i "Tuli-Pan" (1943), viene analizzato alla lente della paranoia bellica fascista, trovandovi surreali messaggi cifrati al nemico. Qui siamo nella paranoia, ovviamente, o nella scusa stile Lupo ed Agnello; l'unico passo che può far pensare a un messaggio in codice (assurdo, ovviamente, inserirlo lì) è il seguente:

"dorme il mulino a vento / sotto la luna d'argento / dorme l'olandesino / nel suo lettino piccino
ogni cosa giace tutto tace / che pace / che pace / odi i fior parlar tra lor / parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan / muoveranno in coro i tuli / tuli tuli tulipan". questi Tulipani olandesi che parlano tra loro nottetempo, mentre tutti dormono, preparandosi al momento in cui muoveranno tutti insieme può far sospettare ad una sorta di cospirazione. Forse, semplicemente, per le Leschan non era il momento di rispolverare le loro origini in un paese in guerra.

Siamo così giunti al 1943: il regime sta per crollare, sostituito dal patetico regime repubblichino dominato dai nazisti. Per paradosso, proprio dalle radio della RSI torneranno a risuonare le note del Jazz, scelte da Romano Mussolini, il figlio del duce indifferente alle direttive del regime paterno, valente jazzista, regista cinematografico e pittore (un suo dipinto spicca in una casa di conoscenti monregalesi, spero per omaggiare in lui l'artista e non il figlio).

Nel dopoguerra le Lescano avranno fatto il loro tempo: si vuole ascoltare una musica nuova. Le tre sorelle emigreranno in sud America, presso gli emigranti (tra cui allignavano alcuni nostalgici del regime in volontario esilio dall'Italia democratica), dove godranno ancora di una modesta fortuna. Mario Panzeri invece comporrà ancora una canzone di rilievo per il secondo Sanremo del 1952, la fortunata "Papaveri e Papere". La canzone, all'apparenza surreale, è di nuovo una citazione colta: stando a Tito Liviio, il re di roma Tarquinio il Superbo, interrogato su come sedare una rivolta, si limitò a tagliare col gladio alcuni papaveri che sporgevano alti sopra le messi del grano. I suoi luogotenenti capirono: uccisero i leader della rivolta e la sommossa finì.



L'interpretazione del passo è però controversa: per alcuni egli sta parlando di eliminare gli "alti papaveri" democristiani (il termine, in effetti, rimase legato a chi detiene un potere effettivo), mentre per altri consiglia alla DC di eliminare gli "alti papaveri" comunisti (per il colore rosso). Questa la tesi riportata su Wiki, che a supporto cita un manifesto democristiano del 1953, in supporto alle elezioni basate sulla cosiddetta "legge Truffa" per un super-premio alla maggioranza DC che non scattò: nel manifesto, i garofani portano all'interno piccoli simboli di falci e martello. Tuttavia la canzone sembra più esprimere il significato opposto: i papaveri - commies o DC che siano - sono imbattibili: "Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti: sei nata paperina, che cosa ci vuoi far?". Ormai, comunque, la fine della censura fascista rendeva gradualmente possibile una nuova libera espressione, anche musicale: e i criptici e surreali toni della canzonetta della fronda vennero ben presto abbandonati. Il divorzio si consumò: le canzoni leggere da una parte, coi loro scopi commerciali (e, al limite, l'accusa di essere "oggettivamente" asservite al sistema), le canzoni politiche dall'altra, coi loro significati esplicitati a chiare lettere. Il segno della libertà: ma per i cacciatori divertiti di significati esoterici è di certo un peccato.


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