Arte della Stampa

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L'avvio della mia collaborazione ad altri blog diminuisce il tempo e gli argomenti da dedicare a questo. Pubblico così qui un testo che avevo preparato nel 2008 per il sito dei Piemontesi nel Mondo, in occasione di una mostra di autori grafici monregalesi in Brasile, elaborato a presentare la realtà di Mondovì. Il tema della precoce arte della stampa monregalese, del resto, si intreccia a filo doppio con quello della Mondovì esoterica.
 
Il testo si trova anche poi sul sito internet dell'associazione, per ora, ma ho ritenuto utile riportarlo anche qui. Nella foto di copertina del post,  la più antica macchina da stampa custodita nel Museo della Stampa di Mondovì, un torchio che risale al Seicento.
 
L'arte della Stampa a Mondovì

Il precoce avvento dell’arte della stampa a Mondovì era stato preparato dall’avvio, verso il 1440, di un intensa attività cartiera, legata al decollo artigianale della città. L’espansione di Mondovì era infatti iniziata nel passaggio tra Trecento e Quattrocento dopo l’ottenimento del titolo di città e Diocesi (1388), grazie alla fedeltà della città alla parte romana nella questione della cattività avignonese; tale processo di crescita era stato accentuato dal passaggio sotto gli Acaia (1396) e poi, all’estinzione di questi, sotto i Savoia (1418), e il conseguente inserimento in un più ampio sistema economico ormai avviatosi verso lo stato moderno. Sono gli anni in cui si sviluppa, di conseguenza, la città bassa di Mondovì Breo, più legata ai movimenti commerciali, che edifica una sua Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (1449), e che da allora costituirà uno dei due poli dello sviluppo urbano con la gotica, originaria platea maior di Piazza.

Ed è qui a Breo, in Piandellavalle, che il nobile cittadino Baldassarre Cordero fa arrivare il tipografo Antonio di Mattia di Anversa, con cui il 24 ottobre 1472 pubblicherà il primo libro a data certa in Piemonte, il De institutiones confessorum di Sant’Antonino, a un ventennio circa dopo la stampa del primo libro in assoluto ad opera del tipografo tedesco Gutenberg, a Magonza. A un libro ecclesiastico fece seguito un testo per la scuola, con passi scelti delle satire di Giovenale e Orazio (1473); entrambi i libri sono opera di alta stampa, e presentano bei caratteri romani di grande nitore. Ma la qualità è forse slegata dalle richieste di un mercato comunque periferico rispetto, ad esempio, alla contemporanea scena veneziana e fiorentina, dove la diffusione dell’arte della stampa si lega alla nascita del Rinascimento. La stamperia dei due soci monregalesi fallisce però con la rottura della società (1473) dove, come nel più celebre caso di Gutemberg e Fust, lo stampatore si lamenta di essere lasciato "quasi nudus" dal finanziatore.

Così il successivo esperimento tipografico, che seguì questo primo in modo ravvicinato, la tradizione della tipografia di Mondovì si orientò verso una stampa marcatamente popolare. Nel 1476 il monregalese Domenico Vivalda, con i figli Lorenzo e Stefano, stampò in città l’Aesopus moralisatus, adattamento delle favole di Esopo con un commento che ne chiariva la "morale", edito in meno eleganti caratteri gotici, ma arricchito da numerose preziose illustrazioni. Il testo, che ha un discreto successo, se è vero che vede una ristampa nel 1481, è particolarmente importante per il nostro discorso. L’Esopo di Mondovì segna infatti con buone probabilità la nascita del libro tipografico illustrato a livello nazionale in Italia; anche se, ovviamente, è difficile stabilire in campi come questo una primogenitura assoluta. Del resto, se la stampa come tecnica in sé non poteva non nascere e prosperare nei grandi centri culturali di prima grandezza – pensiamo, in Italia, a Firenze e soprattutto Venezia – è logico che il libro illustrato, per la sua natura maggiormente popolare, nascesse in una periferia attiva e intelligente come allora quella del Piemonte monregalese.

Fin da subito, quindi, l’arte della stampa si lega a Mondovì alla produzione di immagini di tipo artistico con tecnica incisoria; e questo segna anche la strada che condizionerà gli sviluppi immediatamente successivi di quest’arte monregalese. Le sessanta incisioni che illustrano il nostro Esopo sono oltretutto con ogni probabilità di manifattura locale, come suggerisce il gusto ancora gotico che le contraddistingue.

Vivalda aprì poi la strada a Vincenzo Barruerio, il più importante autore di libri illustrati monregalesi dal 1508 al 1521. Nella sua produzione spiccano il De natura animalium (1508) di Sant’Alberto Magno e il Juicio de la fine del Mundo o Antichristus (1510), le cui incisioni popolari provengono dagli stessi repertori che hanno ispirato, nello stesso periodo, gli affreschi San Fiorenzo a Bastia, illustrati dal maestro locale del tardogotico, Giovanni Mazzucco. Si tratta ancor sempre di incisioni dal gusto robustamente gotico, che segnano così una continuità iconografica con la produzione del Vivalda, creando una specifica tradizione monregalese di arte incisoria.

L’importanza della tradizione incisoria monregalese è segnata al culmine di questo periodo anche da una citazione in un poemetto del 1520 di Pietro Giacomello da Chieri, il quale afferma che i monregalesi "se delectono in bona arte / fan stampar foglietti e carte / e libri che gli fanno onore". Ma proprio poco dopo questo riconoscimento alla tradizione monregalese la guerra, la pestilenza e la dominazione francese provocarono un’interruzione di quarant’anni (1521 – 1564) in cui i torchi monregalesi tacquero.

Ma quando Emanuele Filiberto firmerà con la Francia la pace di Chateau Chambresis, l’occupazione francese perdurante su Torino farà sì che a Mondovì venga concesso il massimo onore culturale: la presenza dell’università dello stato sabaudo, qui istituita nel 1561, a cui si assocerà il collegio gesuitico per la formazione liceale. Il duca, nell’intento di promuovere con forza la propria neoistituita università convocherà in loco i massimi studiosi che gli riuscirà di reperire, e anche l’attività tipografica riprenderà così in modo alto ed autorevole.

È questo il periodo di massimo splendore della città, che viene addirittura valutata quale possibile, nuova capitale del regno sabaudo. Per la stampa, il duca chiama in città addirittura Lorenzo Torrentino (1500 – 1563), tipografo fiammingo già alla corte di Cosimo de Medici a Firenze, che già a sua volta l’aveva contattato ai fini di risollevare la prestigiosa tipografia fiorentina dalla decadenza.

Torrentino affidò la gestione della tipografia monregalese, ora Compagnia della Stampa con partecipazione reale, all’umanista e libraio Antonio Arlenio, detto Peraxylos, che le dà la sua autentica fisionomia. Egli cura importanti edizioni quali quella dell’Architettura di Leon Battista Alberti (1565) e la pubblicazione degli Ecatommiti (1565), le cento novelle di Gianbattista "Cinzio" Giraldi, l’umanista di maggior spicco dell’università monregalese, la raccolta di novelle dove, tra l’altro, si trova quella del Moro di Venezia, che sarà ripresa da Shakespeare per ricavarne il soggetto dell’Otello.

La Compagnia della Stampa continuerà poi le sue edizioni fino al 1572, quando ormai la sede centrale dello studio sabaudo era tornata a Torino dal 1566. A Mondovì, tuttavia, resterà una sede staccata fino al 1712, in grado di attribuire lauree in modo autonomo; e questo giustificherà il permanere di una significativa attività tipografica privata. Nel 1584 arriveranno i tipografi Carpi da Firenze; alla fine del ‘500 giunge Vincenzo Cavalleri, che nel 1600 cederà ad Enrieto Rossi, capostipite di una tradizione famigliare che arriva fino all’800.

Alla ricca tradizione dell’incisione nella stampa libraria si aggiunge presto anche quella dell’incisione d’arte, che comincia a Mondovì nel 1664 con l’attività dello stampatore parigino Antoine Di Piene, che in quell’anno si trasferisce in città. Il Di Piene realizza molte pregevoli incisioni, tra cui le illustrazioni per il Sacro Trismegisto (1665) di Francesco Fulvio Frugoni. Pienamente inserito nel fervente clima culturale del Piemonte barocco, il Di Piene collabora con l’architetto Giovenale Boetto, fine incisore che in quegli anni si trova ad operare in città, e con la cerchia erudita torinese allora sotto l’influsso di Emanuele Tesauro, gesuita fossanese autore del Cannocchiale aristotelico, principale trattato della poetica barocca.

 
 
Sarà proprio infatti il Tesauro a curare il Theatrum Sabaudiae (1682 Bleau, Amsterdam – 1700 Motiens, Aia – 1726 Motiens, Aia), il fondamentale catalogo di tutti i possedimento dei Savoia elaborato, come si vede, a cavallo tra Sei e Settecento, in cui Mondovì è presente con incisione di Francesco Toscano, cittadino e pittore di Mondovì, oltre che col progetto che Ascanio Vitozzi aveva nel 1596 fatto per l’edificazione del Santuario di Vico, riprodotto dal Fornaseri; progetto particolarmente importante se pensiamo che inizialmente il Santuario di Vico doveva divenire, secondo i piani di Carlo Emanuele, il mausoleo sabaudo. Sarà poi solo lui ad esservi seppellito, mentre la tomba famigliare dei Savoia diverrà la Basilica di Superga. La veduta del Theatrum Sabaudiae, preziosa attestazione dell’importanza della città fra i possedimenti dei Savoia, sarà rinnovata ancora nel 1763 da Bartolomeo Perotti.

Il Settecento cuneese dell’arte della stampa si segna sicuramente per un evento di prima grandezza nel panorama dell’universo della stampa. Nel 1740 nasce infatti a Saluzzo Giovan Battista Bodoni (Saluzzo, Cuneo 1740 - Parma 1813), tipografo ed editore italiano, disegnatore del celebre carattere tipografico che porta il suo nome. Apprendista nella stamperia del padre, lavora a Roma, nella tipografia della Propaganda Fide; viene poi incaricato dal duca di Parma di dirigere la stamperia ducale, dove Bodoni sovrintese alla pubblicazione di eleganti edizioni dell'Iliade di Omero, ma stampò anche classici italiani, tra cui è famosa l'edizione del 1794 della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, francesi e inglesi. Stampò anche una Padre Nostro in 155 lingue e realizzò la prima rilegatura in stile neoclassico con citazioni dalla classicità greco - romana. I caratteri disegnati da Bodoni si distinguono per la grande chiarezza introdotta nel mondo della stampa grazie al forte contrasto tra il bianco e il nero, agli spessi tratti primari, alle "grazie" diritte e fini, all’impaginazione rigorosa ed essenziale. Bodoni pubblicò poi un fondamentale Manuale tipografico (1788), dove raccolse ben 291 alfabeti latini, 34 greci e altri 48 alfabeti differenti. Ovviamente, come si è visto dalla nota biografica, l’opera di Bodoni non si colloca all’interno della realtà anche solo provinciale, se non per gli esordi; ma la sua rilevanza è tale che non si poteva mancare di accennarvi.

In ambito monregalese, più modestamente certo di una figura come Bodoni, ma con la sua rilevanza nell’ambito della committenza sabauda, appare a cavallo tra ‘700 e ‘800 la figura di Maurizio Veglia (1776 – 1857), coadiutore di Amedeo Lavy alla Zecca Sabauda a partire dal 1816. Sempre nell’ambito del primo Ottocento monregalese, in una posizione periferica certo rispetto al filone principale dell’arte della stampa, ma sempre in collegamento con tale tradizione, si segnala poi la presenza dei fratelli Andrea e Sebastiano Tomatis, stampatori a Carassone di mazzi di carte, la cui importanza è legata soprattutto all’invenzione di una perfezionata tecnica di incisione del legno che in qualche misura anticipa il moderno clichet. Soprattutto Andrea, come già il Veglia, andrò poi a lavorare per la Stamperia Reale.
 
La tradizione incisoria monregalese di stampo artistico continuerà nei primi dell’Ottocento con le incisioni di Carlo Vernet sulle campagne napoleoniche, e coi lavori dell’artista romantico Francesco Gonin - illustratore, tra l’altro, dei Promessi Sposi del Manzoni, per volontà dell’autore stesso - sui castelli della zona. Del 1852 l’ultima importante incisione documentaria su Mondovì, realizzata dal Voena; a partire dal 1878 infatti avremo il primo servizio fotografico, e la foto sostituirà gradatamente l’incisione nelle sue funzioni meramente documentarie.

Il ricco retroterra dell’arte della stampa monregalese generò però una diffusa attenzione all’arte dell’incisione che permase per tutto il corso del Novecento, con la nascita di ricerche artistiche pregevoli legate al territorio. Per ricordare solo il caso più illustre, abbiamo l’opera di Francesco Franco (n. 1924), a lungo insegnante di Incisione all’Accademia Albertina di Torino.

E così il cerchio si chiude e torniamo al discorso di oggi, che vede a livello cittadino la delicata fase della nascita di un Museo Civico della Stampa di livello potenzialmente nazionale che, raccogliendo in parte l’eredità di un museo prestigioso come quello di Rivoli, e ponendosi in un momento storico delicato come quello in cui siamo adesso (dove la tecnica tradizionale della stampa ha subito una radicale cesura a causa dell’avvento delle tecnologie informatiche della metà circa dei ’90), ha il compito di gettare con lungimiranza le basi per la continuità futura.

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