Big Fish

Visto oggi "Big Fish" (2003) di Tim Burton, l'innegabile maestro cinematografico del New Weird. L'opera, tratta da un romanzo di Daniel Wallace, costituisce un ritorno dell'autore a temi vicini alle sue corde dopo l'insuccesso del "Pianeta delle scimmie". La vicenda tratta di un uomo perso nelle storie fantastiche inventate per abbellire la sua vita che causano un difficile rapporto col figlio, il quale infine giunge ad approvare ed adottare la condotta del padre. Le narrazioni fantastiche di Edward Bloom, questo il nome del protagonista, lo portano spesso a sconfinare nel fantastico con una particolare insistenza sul concetto della morte: egli da piccolo vedrebbe la propria morte ad opera di una strega, cosa che lo porterebbe a divenire spavaldamente sicuro di sé: per tale ragione, avventuratosi nell'ennesima, dantesca foresta, giungerebbe a Specter, luogo che si lascia intendere dimora dei defunti, dove egli incontra una bambina cui promette di tornare: divenuto adulto, egli torna, e salva la città dalla distruzione (metaforicamente, la città degli spiriti è la città delle Leggende, che egli salva mantenendole in vita). La bambina, divenuta donna, si innamora di lui, che tuttavia la respinge; ella diventerà circolarmente la strega che, nel passato, gli mostra la sua sparizione (la fanciulla, simbolo della morte nella sua rappresentazione delle Tre Età della Donna, è sovratemporale). Tim Burton infarcisce il film di numerose citazioni metacinematografiche di sue opere ed altre, lasciando intendere che l'intero cinema (l'intera narrazione?) non è altro che un racconto fantastico per imbellettare la realtà. L'opera funziona, e riesce a trasmettere anche una visione sul fantastico dotata di una certa originalità nell'ambito del new weird: ma mi rimane una certa inquietudine, una irritazione di fondo per una visione di fatto così riduttiva. La copertina del post è un fotogramma con la bella Helena Bonham Carter nel ruolo della fatale fanciulla.

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