Ebrei a Mondovì



Si è presentato martedì scorso a Mondovì Piazza un'interessante libro che va a integrare la storia della città, con addentellati anche importanti sulla sua storia, diciamo, ermetica. Il volume collettivo "Ebrej" raccoglie infatti documentazioni e testimonianze sulla presenza ebraica nel monregalese, a partire dalle prime presenze attestate scarnamente verso i primi del Quattrocento. Mondovì difatti era all'epoca uno dei principali centri del Piemonte, sede dal 1388 di una vasta diocesi. Ciò fa presupporre una presenza meno estesa dell'ebraismo a livello locale, poiché era più prudente rifugiarsi lontani dalla presenza dell'Inquisizione, che aveva sede ovviamente nel centro di ogni diocesi. 

Tuttavia la presenza ebraica doveva essere precoce e consistente, poiché la Chiesa di Santa Croce a Piazza, affrescata verso il 1450, mostra la presenza di un vasto ciclo figurativo che include l'immagine della Sinagoga come simbolo di tutte le Eresie, una donna a cavallo di un capro dalla testa mozzata,  con rimando alla Sinagoga di Satana presente nell'Apocalisse. Un simile elemento male si spiega se non con una significativa presenza ebraica. Inoltre, un nuovo riferimento culturale appare verso il 1510, quando i Berruerio pubblicano il Juicio de la fine del mundo o Antichristus, una sacra rappresentazione dell'Apocalisse, di nuovo, in cui ritorna il riferimento alla presenza ebraica. In questo caso tuttavia il riferimento è, per paradosso, in chiave positiva, poiché gli ebrei di fronte all'apparire dei segni dell'Apocalisse si convertono in massa al cristianesimo. 

E' vero che questo è un argomento contemplato nella riflessione teologica sulla fine del mondo, ma il suo uso in un contesto popolare è indubbiamente singolare, tanto più che gli ebrei sono detti venerare "Judas Macometo", con un errore così grossolano che è impossibile pensare sia dovuto ad ignoranza. Il riferimento  incongruo al Profeta, riportato in modo erroneo, potrebbe essere letto come un criptico rimando al Bahomet (Mahomet) di ascendenza templare?

Ad ogni modo, gli ebrei continuano da lì in poi ad essere attestati nella storia della diocesi in numerosi atti di compravendita e nelle cause civili che ne conseguivano; negli sporadici ma non infrequenti atti di persecuzione, legati spesso alla sparizione di qualche minore, che gli ebrei erano accusati di rapire per i loro riti, secondo il mito di San Simonino, e come anche ipotizzato da Toaff junior nel suo "Pasque di sangue" (2007).

Per contro, un ebreo convertito veniva accolto con grande soddisfazione e sommo onore: il governatore gli faceva da padrino e le dame si contendevano il privilegio di esserne madrina, e il comune provvedeva a trovargli denari, un lavoro, accasamento. Ebreo convertito era anche l'ambiguo domenicano Frate Sisto, giunto in diocesi nel 1561 al seguito del nuovo gran vescovo domenicano Michele Ghislieri, poi papa Pio V. Egli era a Mondovì plenipotenziario per l'inquisizione, ma cadde poi in disgrazia e fu processato, e solo l'intervento del Ghislieri ormai papa servì a salvarlo dal rogo.

Nel 1724 venne l'istituzione del ghetto da parte di Vittorio Amedeo II, divenuto re grazie all'intercessione del Papa una decina d'anni prima. Gli ebrei così si radunarono in un grande caseggiato di via Vico, dove verso la metà del secolo edificarono una splendida sinagoga barocca, impossibile da vedere dall'esterno. 

Nel 1848 le nuove leggi dello stato sabaudo consentirono la fine del ghetto, a Mondovì venne abolita, pur con resistenze, la tradizione del Palio dell'Oca in cui gli ebrei fornivano a carnevale un'oca grassa che veniva simbolicamente fatta fuori dai nobiluomini della città, in minaccia di ben altre persecuzioni. 

Gradualmente così gli ebrei iniziarono a spostarsi verso i grandi centri, dove il maggior numero garantiva loro una relativamente maggiore protezione. L'ultimo matrimonio della Sinagoga fu celebrato nel 1924; verso il 1930 essa entrò a far parte dei possedimenti della comunità ebraica di Torino. Le persecuzioni nazifasciste cancellarono gli ultimi residui di presenza ebraica; l'ultimo ebreo di Mondovì, nel dopoguerra, rimase l'imprenditore e banchiere Marco Levi, proprietario della ceramica Besio (per il quale finì per lavorare anche mio nonno paterno, in qualità di falegname), che per quarant'anni fu il solo ebreo della città, fino all'attuale sparizione della comunità ebraica.

“Il volume - afferma Alberto Cavaglion, il curatore del libro - è stato un modo per rendere omaggio a una figura che appartiene alla mitologia dell’ebraismo piemontese. Sin dall’infanzia, infatti, ho sempre visto Marco Levi come un eroe dell’antica Grecia; aveva un modo straordinario, eclettico, caloroso di portare avanti la sua idea di ebraismo”.
Speriamo che l'inaugurazione ormai imminente del Museo della Ceramica monregalese, che nasce anche dalla collezione ceramica che Levi ha donato alla città, costituisca un modo per contribuire parimenti ad onorarlo.
Le immagini di copertina del post sono tratte da un bel sito francese  (http://peintures.murales.free.fr) che analizza fra gli altri gli affreschi del Quattro e Cinquecento monregalese; in essi vediamo le immagini di Santa Croce ove gli ebrei vessano Cristo e, seppur minuscola e semicoperta dalla data, l'immagine della sinagoga.

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