Voice Of The Fire























Ho terminato da tempo di leggere "La voce del fuoco", il romanzo del grande sceneggiatore di fumetti Alan Moore, ma mi ero dimenticato di scriverne sul blog come mi ero ripromesso in ottobre, quando Laura me l'aveva regalato per il mio compleanno. Ora che mi è giunto come nuovo regalo "Il cimitero di Praga" di  Umberto Eco - di cui, a sua volta, scriverò poi qui... - mi sono ricordato ed eseguo la recensione, col lieve ritardo. Allerta spoiler come al solito.

Il romanzo in questione mi aveva subito affascinato, quando ne ero venuto a conoscenza, perché mi intrigava l'idea di descrivere una città relativamente piccola - in questo caso, Northampton, città natale dell'autore e sua attuale residenza - come il centro ermetico del mondo; anche perché, ovviamente, avevo tentato la stessa operazione sulla mia città nel 2005 col mio "I misteri di Mondovì", ignorando l'illustre precedente mooriano. Moore, tra l'altro, compì questa operazione letteraria nel 1995, dopo il suo avvicinamento alla magia operativa nel 1994. L'opera vuol quindi assumere esplicito valore rituale ed evocativo, esperimento che la rende ancora più affascinante da leggere per intuirvi la trama del rito mooriano.

Il romanzo di Moore si struttura quindi come una raccolta di dodici capitoli-racconti strettamente interlacciati dal riferimento ad alcune comuni figure archetipe, come tipico del resto nella produzione fumttistica dell'autore. Le storie iniziano nel 4000 AC, quando uno stregone, al posto di sacrificare il figlio, come gli sarebbe prescritto, sacrifica lo sventurato ragazzo protagonista, fingendo che sia un maiale tramutato in ragazzo dagli dei.  In questo modo egli pone fine all'usanza dei sacrifici umani, come una sorta di Abramo celtico, in quanto da allora il sacrificio di maiali avviene senza la "prodigiosa" trasmutazione. (il gioco è tanto più evidente in quanto cita il fatto che la carne di maiale era tabù presso la cultura ebraica proprio per la sua somiglianza con la carne umana). Da qui Moore fa derivare il nome della città, Ham Town, la Città del Maiale. 

Tutto il racconto è scritto simulando il possibile modo espressivo di un ragazzo - per di più ritardato - dell'età preistorica, con una prosa di brutale e confusa essenzialità. Una caratteristica che si ripercorrerà in tutti i racconti successivi, per i quali Moore adatterà ogni volta la sua voce a quella del narratore in prima persona. A tutto ciò si aggiungono giochi di parole di difficilissima decifrazione (ad esempio, il titolo del primo racconto è Hog's Hob, modo di dire inglese che indica un ingenuo malinteso - il maiale di Hob crede che il suo padrone venga a portargli il pranzo quando questi viene a scannarlo, come il ragazzo del racconto e il celebre tacchino induttivista di Bertrand Russell).

Appare inquietante il fatto che un'evoluzione teoricamente vista in positivo dalla civiltà greco-ellenistica (l'abbandono del sacrificio umano) venga qui presentata come il momento di una turpe frode nei confronti delle aspettative del dio, il Cernunnos celtico garante del rinnovarsi delle messi. Ma in tutto il romanzo l'allontanarsi dalla figura ricorrente del capro - presente addirittura nella copertina del volume, nell'edizione inglese - produce il senso di una innegabile decadenza.

Il secondo racconto (2500 AC) descrive il perdurare dei culti di sacrificio animale attorno alla figura dello stregone, ultimo erede del predecessore di Hob's Hog, che porta tatuato sul corpo l'intera mappa del villaggio (che assume, di nuovo, il volto del capro così come appare in copertina, ricalcando la mappa della prima Hampton moderna), divenendo così egli stesso il villaggio. Esso descrive però anche il suo declino, poiché il figlio dello stregone si rifiuta ormai di proseguirne i riti, preferendo lavorare il metallo, nuova scoperta tecnologica che incrina la fede negli antichi Dei. Un ulteriore caduta del divino ancestrale: la protagonista, truffatrice ed assassina, cerca di sostituirsi al vecchio come sua figlia, ma viene infine scoperta e uccisa. La linea sacrale è spezzata, e la crisi è ormai inevitabile.

Nel 43 AC difatti l'arrivo dei Romani è letto dagli occhi di una figura inquietante di eremitico uomo-animale (ultima, morente incarnazione del dio) che non ne comprende l'insegna SPQR. Ma nel 290 DC assistiamo al crollo del potere di Roma tramite gli occhi di un suo funzionario, che si accorge che il solidus dell'imperatore Diocleziano, l'effigie stessa dell'Imperatore, è più falsa, con meno argento ancora dei falsi prodotti dagli isolani: e comprende da questo che l'impero è spacciato. (se il Metallo aveva scalzato il dio agricolo, anche il Metallo deve cadere come simbolo di fede).

Un salto ci sposta al 1064 DC dove nelle estasi di una monaca frenetica, mezza mistica e mezza strega, leggiamo la conflagrazione del miti nordici nel cristianesimo; nel 1100 DC la costruzione della cattedrale si accompagna alla scoperta della falsità del cristianesimo stesso tramite la scoperta templare della testa del Baphomet, che altro non è che la testa di Cristo, a dimostrazione della falsità di tale nuovo culto. Anche il nuovo culto quindi cade: e se su una testa falsa cadono i romani, su una testa falsa cadrebbe, per Moore, anche Cristo.

Saltiamo quindi al '600, dove incontriamo sullo sfondo il dottor Dee alla febbrile ricerca della lingua angelica (il romanzo salta ai punti cardine dei passaggi della storia: culto celtico, romanizzazione, cristianizzazione, rinascimento...) e una congrega di streghe vittoriose sul proprio inquisitore; mentre nel 1705 troveremo invece una coppia di giovani masche lesbiche che si confessano al lettore prima della loro esecuzione. Il messaggio di Moore pare evidente: l'eredità degli antichi culti permane solo nelle congreghe stregonesche, donne marginali e borderline, e proprio per questo vicine al divino arcaico.

La modernità industriale arriva col commesso viaggiatore di "Io porto i reggicalze", omicida dalla prosa superficialmente brillante, che contiene dentro di sé già tutto il brutale disincanto della modernità. E nell'ultimo capitolo-racconto Alan Moore riprende nell'oggi la sua voce per tirare le fila della lunga e complessa narrazione, rivelandone in parte il costante riferimento a comuni archetipi, sopra tutti quello ricorrente della "Voice of the fire", la voce del fuoco, termine volutamente ambiguo che rimanda (come è effigiato su fronte e retro di un'altra variante della copertina, quella adottata anche dall'edizione italiana) al fuoco,  ma anche al fumo, mostrati a fuoriuscire da un volto umano in penombra.

Il fumo, quindi, come voce del fuoco: il racconto-fumo come trasmissione dell'anima-fuoco dei protagonisti marginali ma autentici della storia del luogo come storia del mondo. Fumo in quanto racconti orali, effimeri, perduti, e recuperabili da Moore solo in una prospettiva magica e irrazionale. Ma è curioso che tale metafora sia adottata da un autore di fumetti, dove il fumo che esce dalla bocca dei protagonisti, l'anima che ne esala, rappresenta le loro parole. In inglese ovviamente questo parallelo è meno nitido, poiché il medium è detto "comic", "storia comica", e il fumetto più prosaicamente "balloon", palloncino. 

Più suggestivi invece il fumetto italico e l'ectoplasme, il fantasma, francese, nel loro rimandare al fiato come anima. Probabile che Moore, fumettista dalla cultura sterminata, conosca questo semplice dato di cultura generale: e forse avrà voluto riflettere, anche, sull'importante transizione avvenuta nel suo medium nel passaggio dal cartiglio medioevale (attestato dal '200) al fumetto moderno (attestato dal '700). Pare quasi un indizio che prima la parola fosse esclusivamente scritta (anche, per paradosso, quand'era parlata, solo quella "cartacea" aveva dignità) mentre in seguito si rilegittimi l'oralità, seguendo il percorso compiuto da Moore stesso.

Dato che citavo Eco, mi chiace chiudere con questa citazione di un sito inglese che avvicina Moore ad Eco. In verità, il Nome della Rosa non ricostruisce la storia del significato del Fiore per eccellenza, ma cita una storia della metafora della rosa costruita da Borges in "Altre Inquisizioni". Ad ogni modo, ecco qua.

In “Postscript to The Name of the Rose,” Umberto Eco notes that so many diverse cultures have invested the rose with significance for so many centuries, that as a symbol, it has become practically void of meaning. But what is the metaphoric weight of a single flower to that of one of the four elements? (http://www.themodernword.com)

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