Grand Tour

 
E' scomparso il 10 gennaio scorso, all'età di soli 53 anni, il sociologo algerino Rachid Amirou, specializzato nell'analisi del turismo, e noto specialmente per essere stato citato dallo scrittore Michel Houellebecq come unica fonte utile al suo celebre e discusso "Piattaforma" (2001). Amirou si era distinto, nella sua analisi critica del turismo, per aver superato la contrapposizione idealistica tra "viaggiatori", autentici esploratori di mondi diversi, e "turisti", specialmente di massa, condizionati a una visione preconfezionata del luogo visitato, delineando invece una sostanziale continuità delle esperienze, entrambe a rischio di stereotipo ed entrambe passibili di momenti di autenticità: una posizione che, da appassionato turista culturale, non potevo mancare di apprezzare. 

Amirou si era poi spinto oltre, creando una connessione tra il moderno turismo e antico pellegrinaggio, il quale a sua volta presentava caratteristiche più simboliche che di autentica immersione. 

In fondo il Grand Tour nasce come una sorta di laico pellegrinaggio culturale alla grandezza della cultura romana, con una prima tappa a Venezia che portava poi a visitare Torino (più raramente MIlano) e Bologna, per poi scendere verso Roma, meta finale del viaggio,  tramite Firenze, con varie possibili puntate in Toscana. In seguito il tour si estese verso Sud, scendendo anche a Napoli - per Ercolano e Pompei, oggi in via di distruzione -  dopo la riscoperta delle due città nel 1738, e quindi in Sicilia, ormai nell'Ottocento, sulla scorta dei consigli di Stendhal. Il fascino per il contrasto tra la decadenza dell'Italia contemporanea e le rovine testimonianza della passata grandezza imperiale erano lette come un inquietante Memento Mori, che diede impulso, per molti versi, alle poetiche del romanticismo.

Il primo Grand Tour fu probabilmente quello pionieristico dell'inglese Coryat nel 1608, descritto nel suo diario di viaggio nel 1611. Dalla metà del '600 era ormai divenuta una moda culturale, favorendo lo sviluppo del Vedutismo italiano a Venezia e di autori come Carlo Maratti e Pompeo Batoni a Roma; i meno abbienti si orientarono verso le incisioni di quel grande autore che è Piranesi, permettendone la grande fortuna internazionale. La copertina, ovviamente, è il Pantheon dei sette dei planetari a Roma in una sua incisione.

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