Guida Galattica Per Autostoppisti

Allerta spoiler, come al solito. "Guida Galattica Per Autostoppisti" (1979) di Douglas Adams,  trasposto poi in una versione filmica (2005) che di recente ho visto, è uno dei più recenti grandi classici della fantascienza. Il romanzo - primo di una fortunata serie -  richiama inevitabilmente nel ritmo scanzonato e divertito il primo Star Wars (1977) con la sua antieroica armata Brancaleone dello spazio che qui diviene, al limite, ancora più eterogenea e casuale, anticipando l'esplicita parodia di Space Balls.

Al di là della generale smitizzazione dell'immaginario scientifiction, la trama dell'opera è incentrata sulla riedizione ironica di un ben specifico mito fantascientifico: il computer in grado di rispondere alla "Domanda" con la D maiuscola.

Il mito costituisce una variazione sul grande tema dell'intelligenza artificiale, che una volta divenuta sufficientemente complessa da essere simile a quella dell'uomo sarà in grado di autoprogrammarsi e superare il suo stesso creatore in tempi brevi, riuscendo quindi a fornire anche risposte, appunto, su fatti che trascendono l'umana comprensione.

L'archetipo di tale racconto è probabilmente "La Risposta" (1954) di Fredric Brown, dove il supercomputer, interrogato sull'esistenza di Dio, fulmina il rappresentante umano che gliel'ha posta a scopo dimostrativo e replica: "Sì, adesso Dio c'è".  (Non c'entra direttamente, ma il buon Brown, padre della fantascienza ironico-paradossale, aveva esordito la sua carriera editoriale per la Cuneo Press, la seconda più grande editrice di Chicago all'epoca, il cui collegamento con la nostra provincia sta, forse, nel suo fondatore, l'italoamericano John Cuneo).

Il tema del celebre racconto browniano (secondo per fama solo a Sentinella) venne ripreso due anni dopo da Asimov in "The Last Question" (1956). Da buon scienziato, Asimov rielaborò il mito in una più rigorosa estrapolazione tecnologica. 

La domanda posta al gran computer (che in Asimov non potrebbe mai dare esplicitamente la risposta di Brown, ovviamente, per le leggi della robotica) non è dell'esistenza di Dio, ma della possibilità di ridurre l'entropia nell'Universo. Il computer ci lavora per un tempo infinito mentre l'universo cade nell'inevitabile decadenza energetica, e quando finalmente trova la risposta egli è in grado di rigenerare il cosmo: egli è, quindi, a questo punto, Dio. 

Il racconto divenne il preferito di Asimov; ma alla sua raffinata satira scientista della macchina ribelle del collega si sostituirà col tempo la dissacrante ironia degli Hitchikers. Nel romanzo di Adams, la risposta del supercomputer è "42", ma egli non è in grado di rivelare quale sia "la domanda". Adams ha ovviamente detto che non esiste la domanda giusta, e i fan si sono scatenati nelle interpretazioni. Curioso che non si sia quasi mai tenuto conto del precedente di Asimov, dove la Domanda dell'entropia potrebbe prevedere una risposta numerica, se correttamente formulata (Ad esempio, "quante dimensioni deve possedere un universo poiché l'entropia possa essere annullata?).

L'ipotesi di una satira asimoviana, tra l'altro, avrebbe il vantaggio di offrire chiari indizi incrociati all'interno dell'opera: le porte che ronzano di piacere nell'aprirsi e l'entusiasta computer di bordo sono indubbiamente l'archetipo dei robot asimoviani, Daneel Oliwaw che dichiara che i suoi circuiti funzionano meglio quando riesce a rendersi utile; mentre Marvin, il robot paranoico e depresso, dei robot asimoviani è il perfetto rovesciamento.

L'influsso di Adams è provato anche dalla ripresa nel più celebre ciclo fantascientifico dei conclusi anni 2000, dove 42 è l'ultimo numero della Serie di Valenzetti che sta alla base di Lost: anche qui, una serie di risposte numeriche ad un equazione che, all'interno della serie, non hanno la corrispettiva domanda; ma senza che questo sia trattato con ironia. La domanda qui era il numero d'anni necessari alla distruzione della Terra, e 42 era il termine più lungo disponibile. 

Per chiudere, appare infine innegabile un parallelo tra l'opera di Adams e "Gli astro-stoppisti" (1972) di Alfredo Castelli, che di fatto riprendevano, adattandole al pubblico del "Giornalino", le avventure di "Storie dallo Spazio Profondo" (1970) di Guccini e Bonvi. Se questi ultimi avevano anticipato quella fantascienza scanzonata che verrà portata al massimo successo in Star Wars, Castelli anticipa Adams fin dal titolo, e non solo nelle disavventure dei due scalcagnati viaggiatori dello spazio che ricordano da vicino i più celebri antieroi adamsiani. 

Le influenze italiane sulla fantascienza di oltreoceano sono probabilmente, se esistono, molto di sponda, riprendendo non tanto i fumetti nostrani, ghettizzati allora in una nicchia ingiustamente poco considerata, ma il nostro cinema di serie B spesso apprezzato dagli addetti ai lavori internazionali: Brancaleone, appunto, o gli spaghetti western, che George Lucas forse avrebbe potuto conoscere, operando una simile dissacrazione nel suo medieval-western prossimo venturo. 

Tuttavia, il parallelo esiste: e mi è sembrato bene, qui, ricordarlo.


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