Nine

Iniziamo i nostri post sulla fantascienza con un recente film dal forte contenuto esoterico (allerta spoiler, come al solito). Si tratta di "Nine" (2009) di Shane Acker, ultimo film  prodotto da Tim Burton, grande appassionato del cinema di animazione fin dai tempi della tecnica a "passo uno" di Nightmare before Christmas (1993), che in queste vacanze natalizie è stato d'obbligo rivedere, e de La sposa cadavere (2005). Il primo, capolavoro assoluto e ispiratore dell'estetica new weird, anticipava di due anni il primo lungometraggio digitale Pixar, Toy Story (1995), mentre il secondo, dieci anni dopo di questa, rappresentava una esplicita scelta di campo, ripresa ancora, nonostante i maggiori costi produttivi, in un altro recente classico dark come la trasposizione di Coraline di Neil Gaiman. Con "Nine", anche Burton passa al digitale, pur cercando di effondervi il gusto dell'animazione passo-uno. In effetti, curiosamente, animazione passo-uno e digitale sono già di per sé molto più vicini nell'estetica che non con l'animazione tradizionale di stampo disneyano, quindi il passaggio è venuto naturale: anche perché Burton stava in parallelo usando pesantemente gli effetti digitali nella sua trasposizione di "Alice in Wonderland" (2010).

Il passaggio all'animazione digitale, comunque, corrisponde col passaggio alla fantascienza. Una fantascienza profondamente mistica ed iniziatica, certo: il film, del resto, viene lanciato negli USA, non a caso, il 9-9-9, rovesciato - e positivo, dunque - doppio del 666. Il tema è classico, per la fantascienza: gli uomini creano macchine in grado di distruggerli. Tema divulgato in tempi recenti, dal ciclo di Terminator e di Matrix.

Interessante però lo sviluppo: lo scienziato involontariamente responsabile della distruzione, per annullare la macchina in grado di creare altri automi, scinde la sua anima in nove omuncoli i quali saranno in grado di distruggerla e quindi riportare la vita sulla terra. Il tema rimanda a quello usato in un altro grande classico del fantastico moderno come Harry Potter, dove il malvagio Voldemort scinde la sua anima in sette parti per generare sette Horcrux che ne garantiscano la sopravvivenza dopo la morte. 

Se qui però l'atto è magia nera, in Nine è magia bianca contrapposta all'oscurità della scienza priva di anima. I nove omuncoli riescono infine nella loro missione e rigenerano la vita in una pioggia purificatrice, portatrice dei primi germi di vita animale. 

La riflessione è intrigante, perché il mito dell'Homunculus nella cultura occidentale - da sempre atto supremo di hybris destinato al fallimento - è l'antesignano del mito della macchina senziente, da cui questa nasce con la rivoluzione industriale, tramite Frankenstein (1817) e la coeva Olimpia di Hoffman. Il primo homunculo positivo di successo è probabilmente il Pinocchio di Collodi (1880), e quindi, dal 1940 in poi, i robot di Asimov, che scientemente si applicò a superare la Sindrome Frankenstein, con risultati alterni. Non è un caso che sia Asimov, di cultura ebraica (benché laico), a rivalutare l'omuncolo nella concezione tipica del golem: il difensore degli ebrei perseguitati nell'Europa cristiana.

Nine quindi rende esplicita questa contrapposizione mettendo in lotta fra loro i due estremi: l'immagine del Golem - automa magico e positivo  - si oppone al Robot come automa artificiale, meccanico e quindi negativo. I due miti sono messi in contrapposizione, con la vittoria utopica del mito umanista, mistico ed ebraico su quello tecnocratico occidentale.

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