Piedmont Science Fiction

Iniziamo dunque, come promesso, coi post di argomento fantascientifico. Come già accennato, in fin dei conti, la fantascienza è il fantastico proseguito con altri mezzi. La cosa è ancor più evidente nel termine italiano "fantascienza", che ne sottolinea la dimensione fantastica, rispetto alla "science fiction" americana, che è più freddamente finzione scientifica. 

Uno dei più importanti punti di transizione alla scientifiction moderna parte, tra l'altro, proprio da noi, per via di una figura che ho ampiamente analizzato in un blog apposito (che trovate indicato nel mio profilo). Nel 1877, difatti, l'astronomo saviglianese Virginio Schiaparelli scoprì la presenza di canali regolari su Marte che dimostravano a suo dire la presenza di una evoluta civiltà marziana. L'eclatante rivelazione era probabilmente funzionale a lanciare sulla scena internazionale l'osservatorio astronomico dell'Italia unita nata dal Risorgimento, dando così lustro alla neonata monarchia nazionale dei piemontesi Savoia.

Tale idea fu  comunque ripresa dalla teosofia di Helena Blavatsky, medium russa che aveva partecipato al risorgimento italiano al seguito di Garibaldi e che nel 1878 elaborava la sua dottrina nella centralissima New York. I Teosofi teorizzavano in sostanza che le zoomorfe divinità ancestrali con cui i medium da sempre si volevano in contatto non erano altro che intelligenze aliene derivanti da un diverso filone evolutivo darwiniano.

In questo modo, la teosofia connetteva in modo volutamente oscuro e criptico conoscenze ermetiche tradizionali e nuove scoperte scientifiche: il mistero della colossalità delle Piramidi, tuttora inspiegabile e da sempre giustificato con le superiori conoscenze tecnologiche e magiche degli Atlantidei, si collegava ora alla loro origine aliena; e l'Enneade dei nove dei egizi zoomorfi diveniva un concilio galattico multiplanetario, in contatto medianico con la terra.

Tra l'altro, un cugino di Schiaparelli, Arturo, sarà nel 1903 la guida di una missione italiana in Egitto che porterà a enormi ritrovamenti archeologici, rilanciando ancora una volta la moda egizia nella cultura ermetica occidentale. Non è un caso, ad esempio, che proprio l'anno dopo Aleister Crowley abbia una visione egiziaca durante una visita al British Museum, proclamando col 1904 l'avvio del nuovo Eone di Horus.

Ad ogni modo, le tesi tecnoermetiche della teosofia vennero poi divulgate da H. G. Wells nella sua "Guerra dei mondi" (1895), in cui raggruppava le estrapolazioni compiute sugli ipotetici alieni - che i giornali dell'epoca, allora, davano oramai come concretamente esistenti. La presenza di ciclopici canali e nessuna altra traccia di civilizzazione faceva pensare ad una civiltà caratterizzata dalla carenza d'acqua, ormai declinante, e però tecnologicamente molto più avanzata dei terrestri: quindi, ormai pronta a dichiarare guerra alla Terra, il pianeta azzurro, per sfruttarne le preziose risorse idriche. In questa immagine si inseriva anche il valore archetipo di Marte come pianeta rosso, pianeta della guerra: curiosamente, però, i marziani erano immaginati non come energumeni, ma come creature deboli - antropomorfe o meno - rese possenti dai loro ciclopici esoscheletri potenziati. Siamo difatti ormai nell'era della Macchina, e il fantastico si adegua di conseguenza.

Il mito ancestrale egizio-atlantideo dei marziani, latente in Wells, ma ampiamente diffuso in tutta la fantascienza successiva (basti pensare ad un maestro assoluto come Lovecraft), ha significativamente origini profonde nella cultura piemontese. Non a caso, il mito fondante di Torino la vuole nata dalla "caduta di Fetonte", qui precipitato a bordo del "carro solare". 

L'episodio, collocabile all'interno della guerra tra dei olimpici e titani collocata miticamente nel 1529 a.C., e conclusasi nel periodo della distruzione di Atlantide, è stato letto fin da tempi antichi come trasposizione di una effettiva migrazione di popolazioni tributarie degli egizi, i Ligures, dalle coste della Libia a quelle dell'attuale Liguria, durante il periodo di declino faraonico che porta alla fine dell'Egitto delle Piramidi, collocabile effettivamente nel 1500 a.C..

Emanuele Filiberto di Savoia (nato nel 1528 d.C., data perfettamente simmetrica a quella della caduta fetontica, se contiamo lo 0 dalla parte dei numeri positivi) favorì lo sviluppo di tale mito quando scelse definitivamente Torino quale centro del suo regno, evolvendo la mitologia dinastica da quella cristologico-templare della Sindone medioevale a quella egizio atlantidea del Rinascimento ermetico. 

Inserito nel moderno mito fantascientifico dell'Atlantide egizia, potremmo facilmente immaginare una lettura tecnologica della vicenda: il "carro solare" come astronave atlantidea, il titanide Fetonte come un dominatore alieno messo in fuga dai nuovi "dei" umani. La stessa dedicazione della città al dio Toro, la principale divinità detronizzata nella transizione a dei antropomorfi, può favorire l'immaginazione del suo aspetto in una differente evoluzione darwiniana.

Del resto, gli anni in cui si forma il mito della Torino Egizia sono gli stessi in cui si va affermando il modello eliocentrico, che mette in crisi la concezione tradizionale del cosmo aprendo la strada all'esistenza di "infiniti universi e mondi" di stampo epicureo-lucreziano. L'Italia è il centro di tale innovazione: nel 1600 Giordano Bruno morirà sul rogo per non aver rinunciato a tale sua eresia; nel 1610 tuttavia gli studi di Galilei dimostreranno, fondando la scienza moderna col cannocchiale primo strumento tecnologico, come l'eliocentrismo sia decisamente la tesi più probabile. 

Presso i Savoia, assume una tesi decisamente eliocentrica, sia pure in modo trasversale, il gesuita fossanese Emanuele Tesauro, il quale nel 1654 pubblica la prima edizione del suo Cannocchiale Aristotelico. Come il cannocchiale di Galilei ha rivoluzionato l'astronomia, così il suo volume opera la rivoluzione copernicana del Barocco, mettendo al centro non più l'espressione dell'autore, ma la meraviglia del lettore (un rovesciamento opposto, dunque: dall'abbandono del punto di vista dell'osservatore nella scienza, alla sua adozione nell'arte). 

Figura retorica centrale diviene così la Metafora in un senso esteso, globale, concettoso, di cui lo stesso titolo dell'opera è un ottimo esempio. Tesauro si spingerà ancora oltre, rivalutando (con una rivoluzione eliocentrica ancora più grande) il potere metaforico dell'immagine, in 31 tesi che trattano della potenza dell'Emblema. Sul modello dei geroglifici egizi, come erano allora concepiti, l'Emblema diviene una sintesi quasi talismanica delle virtù del soggetto cui è associato, metafora visiva più potente per la sua universalità.

Buon esempio emblematico è il frontespizio dell'opera, riportata qui a fianco. Mentre la Scienza usa il cannocchiale per scorgere con più chiarezza le macchie lunari (o una flottiglia di astronavi che passa innanzi al Sole), l'Arte (identificata con la Pittura!) usa il cannocchiale rovesciato di un avanzato specchio ottico per dipingere in modo illusionistico la scritta cui è associata su quella che appare una specie di atlantica piramide a gradoni.

Tale concezione illusionistica della pittura verrà poi inverata dal massimo pittore dell'ordine gesuita: Andrea Pozzo, cui questo sito è dedicato fin dal titolo. Egli realizzerà il primo capolavoro dell'illusionismo emblematico nella meravigliosa Chiesa di San Francesco Xaverio a Mondovì Piazza (di cui ho già ampiamente trattato altrove) espandendone poi i principi in tutta Europa tramite le sue successive realizzazioni di Roma e di Vienna. Nel vertiginoso nichilismo barocco di questo capolavoro di ottica applicata, con lo scenografico altare meccanico e gli angeli come enigmatici alieni alati, si giunge il vertice di questa predestinazione al freddo fantastico della scienza del Piemonte.

Del resto, la transizione post-unitaria, col nuovo destino di capitale industriale e non più politica, segnerà una preminenza tecnologica di Torino (caratterizzata tra l'altro dalla nascita della ciclopica Mole di Antonelli nel 1888), che porterà ad esempio nel 1903 il torinese Emilio Salgari a scrivere il suo distopico romanzo di fantascienza "Le meraviglie del 2000", ripreso oltre cinquant'anni dopo dal concittadino Carlo Fruttero con le sue "Le meraviglie del possibile" (1959) che sdogana, per Einaudi, la letteratura fantascientifica presso la cultura alta in Italia.  Fruttero e Lucentini, come anche il ligure Calvino e i piemontesi Umberto Eco e Primo Levi, tutti gravitanti in qualche modo nell'elitaria cultura einaudiana, si diletteranno in una dotta fantascienza italiana caratterizzata da un potente senso fantastico. Le Meraviglie, ovviamente, sono sempre ossimoriche, ma il riferimento insistito all'estetica barocca non è forse casuale, fino ad "Afterville" (2009), film di fantascienza di ambientazione torinese e ispirato all'idea di costruire un ciclopico grattacielo a Torino, volto a superare la storica Mole, dal cui bel sito (afterville.com) è tratta l'immagine di copertina del post.




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