Vampire Studies. '700 ed '800
























Terza parte del mio work in progress sui vampiri. Immagine di Jeff Carlisle, 2006.

Il Mito Vampirico.

Il tema del vampiro, come abbiamo visto, affonda solidamente le sue radici nella cultura transilvana, fondandosi su preesistenti miti demonici. La diffusione occidentale del mito dei vampiri inizia però propriamente solo nel 1718, quando la Serbia entra a far parte dell'Impero Austriaco. Dal 1725 cominciarono a diffondersi rapporti di funzionari imperiali che notavano la tradizione locale di uccidere i vampiri trafiggendo dei cadaveri esumati con un paletto nel cuore. La ricezione letteraria della leggenda avvenne in un racconto di viaggio inglese, “Trawels of three english gentlemen” (1734), che fu  ripubblicato nella Harlean Miscellany del 1745 ottenendo grande diffusione.

Nel 1746 il teologo don Calmet discusse alla Sorbona circa le implicazioni dell'esistenza dei vampiri, mentre due anni dopo avvenne la prima trasposizione poetica, con “The Vampire” (1748) di Ossenfelder.

Dopodiché il fenomeno ha un lieve declino, passata la novità giornalistica, che porta Voltaire a sostenere nel suo Dizionario Filosofico (1764) che la grande moda dei vampiri del periodo 1730-1735 è ormai, fortunatamente, passata. Egli irride Don Calmet che li studia e di passaggio l'immancabile Leibnitz, dicendo che la sua filosofia è concreta come il mito vampirico; e sostiene che i veri vampiri, in un'età razionale, sono i membri della società di Ancien Regime che vampirizzano i ceti produttivi. Voltaire così, identificando la metafora che rende il vampirismo di successo, ne crea le condizioni per la rinascita.

Lo stesso anno si avviava la Rivoluzione Industriale con l'invenzione della macchina a vapore, e in non casuale parallelo l'evasione fantastica della letteratura gotica a partire dal non-vampiresco “Il castello di Otranto” (1764) di Horace Walpole, genere di cui la storia di vampiri divenne forse il sotto-tipo più caratteristico. Pochi anni dopo infatti, nel revival (neo)gotico, venne infatti la “Lenore” (1773) di Burger citata indirettamente anche da Poe, che aprì la strada a innumerevoli future prove d'autore.

Una decina di anni dopo anche altri grandi letterati inizieranno ad occuparsi del tema con opere quali  “La Fidanzata di Corinto” (1797) di Goethe, la “Christabel” (1800) di Coleridge, “The Glaour” (1813) di Lord Byron.

Lord Byron, modello del dandismo, fu anche attribuito come autore della prima trasposizione in prosa del mito vampirico, “The Vampire” (1819).

In realtà, ovviamente, l'opera era stata scritta dal suo versatile segretario italiano, Giovanni Polidori, figlio del segretario del poeta astigiano Vittorio Alfieri, il più importante letterato italiano del Settecento, Gaetano Polidori. Non a caso Polidori padre, vicino ai cupi interessi del letterato astense, tradusse per primo in italiano appunto “Il Castello di Otranto” (1764) di Walpole e “Paradise Lost” (1666) di Milton, il modello del moderno titanismo demonico che nella letteratura gotico-vampiresca trovava la sua moderna incarnazione. Anche il vampiro, in fondo, preferisce “to reign in hell than serve in heaven”.

Polidori figlio invece si ispirò dunque al suo mentore per la figura stessa del vampiro, nel corso di quella fruttifera jam session letteraria  sul lago di Ginevra (1817) da cui vide anche la luce il Frankenstein di Mary Shelley, e che costituisce una sorta di atto di nascita del Romanticismo più oscuro. L'immagine del vampiro letterario era potentemente ispirata alla negativa visione di Lord Byron rappresentata in una biografia scritta da una sua ex amante, ostilitò che ormai Polidori condivideva. Così eternò l'odiato Byron (che di lì a poco sarebbe morto a Missolungi) nel mito vampirico: e se il rozzo nobile transilvano ormai declinato in contadino revenant ridiviene improvvisamente il raffinato dandy ottocentesco che associamo al mito vampirico la causa è proprio questa.

L'opera di Polidori ebbe un enorme successo grazie anche alle trasposizioni teatrali degli anni 1820, in Inghilterra, Germania e Francia. Negli anni 1830, mentre ormai iniziavano a sferragliare copiose le prime locomotive, il gotico viene adattato alle tasche e ai gusti delle nascenti masse operaie, che giunte in città hanno appreso a leggere e scrivere: nascono così i Penny Dreadfuls inglesi, che riprendono con generosità il mito vampirico accanto al generale gusto per i fatti di sangue.

“Varney the Vampire or the feast of blood” (1845) di Rymer costituì il più grande successo in questo campo letterario popolare; il vampiro fu portato poi  nuovamente a livello d'arte dalla lesbiana “Carmilla” (1872) di Sheridan Le Fanu.

A fine '800, il vampiro ottocentesco culminò nel “Dracula” (1897) di Bram Stoker, che collegò in modo indissolubile il mito del vampiro all'inquietante figura dell'oscuro rinascimento transilvano, trasponendovi magistralmente tutte le paranoie vittoriane legate alla sessualità, alla violenza, alla malattia in specie sessuale (sono gli anni di Jack the Ripper e della piaga della sifilide). Il mito del vampiro è ormai definitivamente codificato, e ormai da un anno, dal 1896, con l'immancabile Melies, è entrato prepotentemente nel nascente mondo del cinema, di cui diverrà una delle icone dominanti.

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