1561.


Lorenzo Barberis, "Tricolor Ucrony" (2011)

E così siamo giunti a 150. Oggi si celebra un nuovo mezzo secolo dell'unificazione italiana proclamata a Torino. Nel 1911, l'esposizione universale torinese era stata l'occasione di celebrare davvero il compiuto risorgimento e lanciare il nuovo stile liberty in ambito italiano, mentre ormai - nonostante l'opposizione del premier monregalese Giolitti - incombeva la guerra di Libia, la grande guerra, e poi il fascismo, la seconda guerra mondiale... invece, il 1961 celebrava soprattutto la rinascita postbellica, il boom industriale, l'Italia terza potenza economica mondiale dopo colossi come USA e URSS... e anche lì, ignari che gli anni '70 avrebbero portato il terrorismo, gli '80 la corruzione di Tangentopoli e gli anni '90 il funereo annuncio di Gianni Agnelli, "la festa è finita", con un lungo ventennio di costante crisi. Così giunti a questo 2011 non c'è molto da festeggiare, come sintetizza la battuta di Bossi per cui il miglior modo di celebrare l'unità italiana sarebbe finalmente fare il federalismo fiscale.

Tuttavia mi viene da pensare - a Mondovì non è stato osservato - che ier noi  il 2011 è il mezzo anniversario anche del 1561, trecento anni prima dell'evento unitario. In quella data infatti i Savoia, ritornati rocambolescamente in possesso dei loro territori, avevano posto provvisoriamente la sede della propria università proprio a Mondovì, allora l'altra grande città dei loro domini al pari di Torino, e sede della diocesi principale dove giungeva in quello stesso anno come vescovo Michele Ghislieri, il futuro papa Pio V, il padre della controriforma.

Nel 1566 lo studiolo sabaudo venne riportato a Torino, ovviamente, ma cosa sarebbe successo se la capitale fosse rimasta a Mondovì? A lungo gli effetti sulla macrostoria sarebbero stati irrilevanti: diciamo che se a Torino lo studio universitario fu volto a freddi studi giuridici volti a formare una classe dirigente di stampo militare, a Mondovì l'università aveva ospitato alcuni tra i migliori umanisti del tempo, a partire da quel Giraldi Cinzio riscopritore della tragedia senecana che tanto influsso avrebbe avuto su Shakespeare. 

Quindi possiamo pensare a una storia del futuro regno più umanista e meno militare, Mondovì capitale culturale della controriforma sotto l'occhio benevolo di Pio V e del Bellarmino, che vi aveva insegnato all'università. Forse una corte sabauda monregalese più umanistica avrebbe spinto Marino a fermarsi in città e a scrivervi l'Adone invece di migrare in Francia; forse ci si sarebbe fermato Andrea Pozzo invece di migrare a Roma e Vienna. 

Più che altro, però, la scelta di Mondovì e del prestigio umanistico (sul modello mediceo) opposta a quella di Torino e dell'efficienza militare avrebbe potuto portare i Savoia a scegliere con più convinzione la strada federalista all'epoca del Risorgimento, anche dopo il fallimento, nel 1847, della Lega Doganale (praticamente il modello d'Italia cui stiamo guardando adesso...).  Fare coraggio al pontefice, a non spaventarsi troppo dell'Austria, e a ricorrere alla sua autorità spirituale e al giusto gioco di alleanze europee... Probabilmente, dati i sogni di Pio IX - nome non a caso sulla scia di Pio V... - di divenire il Papa Infallibile avrebbero potuto così essere assecondati invece che contrastati, riconoscendogli alla fine un ruolo formale (come quello che già i Borboni gli riconoscevano) e in cambio i Savoia, sovrani cattolicissimi, sarebbero potuti diventare i suoi luogotenenti generali, Defensores Fidei come nel rapporto Papa - Imperatore delineato dalla falsa Donazione di Costantino. Nel 1870 il Concilio Vaticano II avrebbe potuto associarsi all'Unificazione in modo glorioso, e non con la Breccia di Porta Pia.

Avremmo avuto un'Italia papale, ma probabilmente di un papato più rinascimentale, di quelli che piacevano a Nietzche (che probabilmente, invece di impazzire a Torino, avrebbe prosperato a Mondovì). Niente Grande Guerra, per noi, ovviamente, visto il punto di vista di Benedetto XV - al limite, nelle ipotesi più rosee, il papa da capo di stato invece che prigioniero politico avrebbe potuto convincere gli altri stati a lasciar perdere l'"Inutile Strage" e concentrarsi invece sulla facile spartizione dell'Impero Ottomano, finché era facile sottomettere una volta per tutte il comune, antico avversario. Naturalmente, niente fascismo, niente seconda guerra mondiale, in nessuno dei casi. L'Uomo della Provvidenza non avrebbe avuto alcun meritorio compito cui attendere. 

E oggi ci troveremmo forse in una Italia più prospera e meno litigiosa... oppure, nella rovina più totale, poiché con i Se non si fa la storia, e come ci ricorda Bradbury, calpestare una farfalla nel Giurassico può favorire la vittoria di Hitler nel Novecento. Tornando alla realtà, dedicherò alcuni dei prossimi post alla giusta celebrazione delle figure storiche monregalesi che hanno fatto il Risorgimento. Ma mi piaceva celebrare il 17 Marzo 1861 nel segno antiretorico dell'Ucronia.


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