Croci di Stato






















Salvador Dalì, Crocifissione (1954)

Ho recentemente terminato di leggere l'interessante saggio di Sergio Luzzatto, "Il crocifisso di Stato", in cui lo storico torinese esamina - in una posizione dichiaratamente critica - la storia del crocifisso all'interno della tradizione italiana, con particolare attenzione, ovviamente, alla eterna diatriba sulla legittimità o meno dell'esposizione del crocifisso.

Luzzato ricostruisce le vicende storiche del crocifisso di stato italiano: fin dal nascere dello stato unitario nel 1861 la legge prescrive l'esposizione del crocifisso accanto al ritratto del Re; ma sarà soprattutto il fascismo a prescriverne l'adozione in modo tassativo, aggiungendovi ovviamente anche il faccione del Duce. Se per gli antifascisti il dinamico duo veniva a formare i necessari due ladroni a complemento della croce, è innegabile che la giustapposizione era funzionale nella legittimazione del nuovo regime fino al riconoscimento mussoliniano come "Uomo della Provvidenza" nel 1929.

Dopo il crollo del regime, per non urtare lo "spirito nazionale", gli stessi comunisti accolsero con Togliatti, nel 1948, il mantenimento concordatario del crocifisso scolastico e statale. Nel 1984 il nuovo concordato di Craxi supera l'idea di religione di stato, ma il paese non trae le dovute conseguenze e il simbolo resta inevitabilmente al suo posto, in un perfetto perdurare di tale accordo bipartisan.
La concordia deriva certo, come sostiene Luzzatto, da una convenienza politica dei vari partiti, e da una (malintesa?) generale adesione al crociano "Non possiamo non dirci cristiani" di una larga parte degli intellettuali. In verità, la soluzione c'è già, all'italiana: nel senso peggiore: e laddove crea problema normalmente il crocifisso non viene messo, o viene tolto, ma in sordina, in modo informale. Una soluzione che alla Chiesa credo vada bene, poiché i colleghi di religione, di nomina vescovile e presenti in ogni scuola, non hanno mai trovato a che dire.
Sul merito della questione, vi è poco da dire: ovviamente Luzzatto ha ragione, anche in base al fatto che, dal 1984, la religione cattolica non è più religione di stato. Al limite, è interessante che Luzzatto sopravvaluti la componente di quanti vogliono il perdurare del crocifisso rivendicandolo quale "simbolo universale" e non piuttosto la vasta posizione di quanti ne vedono un simbolo esplicitamente occidentale, ancora prima che cristiano (è la posizione, ad esempio, della Lega Nord, niente affatto immune sotto altri profili da seduzioni per l'esoterismo neopagano che forse le fanno vedere nel Crocifisso difeso il simbolo traslato dell'antica croce solare).

L'elemento più interessante del saggio, e che mi porta a citarlo qui, è il fatto che Luzzato evoca come l'avvio delle lotte contro il crocifisso prende il via a Cuneo, a partire dalla coppia di docenti comunisti Marcello Montagnana e Maria Vittoria Magliano. Prima è la moglie, nel 1987, ad operare un individuale sciopero dalle lezioni per il rifiuto del crocifisso in aula, da tre anni non più concordatario; poi il marito, nel 1994, a rifiutarsi di fare lo scrutatore per via del crocifisso presente virtualmente nei luoghi di votazione (nel caso specifico del suo seggio, assente). Una preminenza quindi cuneese in una battaglia recentemente assurta agli onori delle cronache per la ripresa dello scontro in prospettiva europea, aperto da una madre finlandese che ha avviato un nuovo contenzioso; preminenza che assume un particolare gusto di nemesi storica se teniamo conto che Montagnana era nipote di zio Palmiro Togliatti, il discutibile Migliore del comunismo nostrano, il quale acconsentì di buon grado ad integrare il concordato fascista del 1929 (e l'annessa religione cattolica di stato) nella Costituzione del 1948.

Segnalata la nota cuneese, il libro è stato stimolante nel farmi ripercorrere  a grandi passi la storia del simbolo effettivamente centrale nella storia del cristianesimo.























Una tesi diffusa sostiene che l'iniziale understatement del crocifisso derivava dal suo significato scandaloso per i primi cristiani, quale effigie del supplizio più spregevole per il mondo romano, e la prima figurazione di esso difatti, risalente al 100 DC, è una feroce e blasfema vignetta satirica pagana graffita su un muro, effigiante un crocifisso con testa d'asino. Tuttavia, come dimostra l'immagine soprastante, del 200 BC, la Crocifissione di Dioniso (o Orfeo) era un motivo figurativo attestato nel mondo classico, e quindi piuttosto appare l'esigenza di differenziarsi da tale culto dionisiaco.

Ma anche dopo la tolleranza (313) di Costantino e poi la religione di stato romana (395) di Teodosio il simbolo della crocifissione era apparso con timidezza, preferendovi il più generico e già pagano-solare simbolo della Croce.  La difficoltà della ricezione del simbolo è evidente in una figura di transizione tra l'Orante in preghiera e il crocifisso, quale appare in Santa Sabina a Roma nei primi del 400 DC.

















La prima crocifissione esplicita, ovvero non mediata da forme simboliche quali l'Orante a braccia aperte, è quella del Vangelo di Rabula, del 586 DC.


















Col millenarismo dell'Anno Mille appare il Crocifisso, ma ancora come Christus Triumphans. Cristo trionfa sulla morte, vivo e ad occhi aperti sulla croce.
















Christus Triumphans (1000 - 1100 c.)

Il Christus Patiens appare nella seconda ondata millenaristica del 1200, quella che attende il 1313 e i Mille anni costantiniani, in cui nell'esaltare il sacrificio di Cristo si accentua con forza la deformazione prodotta dal dolore.























Christus Patiens (1200 c.)

Si codifica inoltre la Via Crucis e l'obbligo della Croce sopra l'altare nelle chiese; per contro, la minoranza perseguitata ebraica sviluppa un particolare disprezzo per la crocifissione: nel Talmud Cristo è detto l'Appeso e se ne nega la morte per crocifissione, sostenendola invece per lapidazione e quindi impiccagione del cadavere.






















Giotto, Crocifissione (1305)

Lo sviluppo di un maggiore naturalismo nella rinascenza giottesca (1300), che culmina nel Rinascimento del '400 e '500, nasce proprio da questa esigenza; non è certo un caso che il primo dipinto a prospettiva scientifica, ad opera di Masaccio nel 1427, sia una Crocifissione.


   

Masaccio, Crocifissione (1427)

L'inserimento di Cristo nella realtà della prospettiva portò a nuove posizioni nella sua figurazione cariche di potenza espressiva derivanti da nuove inquadrature nello spazio, di cui la più programmatica è indubbiamente il Cristo deposto del Mantegna, verso il 1485.
 



















Mantegna, Cristo (1485)

In reazione al rinnovato rifiuto delle icone ribadito dai protestanti (1517), la controriforma del Concilio Tridentino (1545-1563) diffuse la prassi del crocifisso domestico, nell'esigenza di capillare diffusione nella società; ed oltre alle dimore private esso iniziò così ad occupare quelle pubbliche. Inoltre la diffusione del chiaroscuro e del realismo più-che-fotografico emerso dalle camere oscure dei pittori manieristi rinnovava il pathos del tema religioso oltre i razionalismi prospettici del Rinascimento.























 Tintoretto, Crocifisso (1565)























 Velazquez, Crocifisso (1632)

Ma già nelle prove barocche di un Lorenzo Bernini (un cui crocifisso in avorio, dalle braccia singolarmente unite in alto, è conservato nella Cattedrale di Mondovì) si vede come il tema sia ormai giunto ad una devozionalità convenzionale, vagamente stereotipa; e in seguito il soggetto non darà grandi prove d'autore nel '700 frivolo del rococò di corte.
























Lorenzo Bernini, Crocifisso (1661)

Il tema torna interessante nel secondo '800, per le nuove avanguardie post-impressioniste, che possono di nuovo rivivificare il tema con una interpretazione che tende ad universalizzare il simbolo, come nel Cristo Giallo di Gaugin del 1889, che non può non sovrapporsi alla sua arte dedicata soprattutto alle popolazioni extraeuropee, quasi in esse egli voglia riconoscere il nuovo "cristianesimo delle origini" di cui l'Occidente è costantemente alla ricerca.























 Paul Gaugin, Cristo Giallo (1889)
Gli eventi della guerra mondiale portarono a una ulteriore reinterpretazione del crocifisso come espressione degli oppressi da parte dell'ebreo Chagall, a partire dalla sua celebre "Crocifissione bianca" (1938).























 Chagall, Crocifissione (1938)

In modo analogo, sulla scena italiana, Renato Guttuso si impose all'attenzione di pubblico e critica con la sua eterodossa Crocifissione del 1941, che gli valse l'attributo di Pictor Diabolicus per l'elemento della Maddalena effigiata nuda, in cui era evidente la filiazione col grido di dolore di Guernica, nella scelta di un moderno realismo (filosovietico) che fu la via scelta dall'arte di partito del comunismo italiano.

L'adozione e reinterpretazione di un tema tradizionale come la crocifissione non era in Guttuso certo casuale, e si inseriva nella linea di non-contrasto con la religione prescelto dal comunismo italiano nella resistenza e poi nel dopoguerra: e qui torniamo a quanto detto all'inizio sulle posizioni di Togliatti e perfino dell'attuale sinistra. Forse chi più di tutti ha saputo universalizzare il simbolo è stato quell'Ultimo dei Rinascimentali che ha voluto essere il surrealista Salvador Dalì, che nel suo Cristo Ipercubo (1954) ha generato effettivamente un Crocifisso che trascende il Crocifisso, divenendo un nuovo e tridimensionale Homo VItruvianus, simbolo di perfette proporzioni in attesa di essere misticamente ripiegate nell'Iperspazio. Per tale ragione, gli ho dedicato la copertina del presente post.
























Renato Guttuso, Crocifissone (1941)

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