Marte


E così siamo giunti a Marzo, il penultimo mese del primo anno del blog (con Aprile, il ciclo sarà completo, e a Maggio festeggerò un anno di attività blogghistica). Come ho iniziato a fare col mese precedente, approfitto del traguardo mensile per un approfondimento sul significato del nome. Marzo deriva ovviamente dal dio Marte, il dio greco-romano della guerra intesa come violenta sete di sangue (la guerra come strategia ordinata e razionale è sottesa ad Atena). Quest'anno Marzo è iniziato, ieri, con un Martedì, sommando così doppiamente tale dedicazione al dio bellico. Del resto andiamo verso la fine dell'inverno - che astronomicamente termina proprio il 21 del mese, con l'equinozio primaverile - e quindi il momento adatto all'avvio di una campagna bellica nel mondo antico.

Il dio Ares greco è il dio quindi della furia guerriera, tanto che il suo nome può essere un aggettivo che indica "furioso".  Nel lineare B che precede il medioevo ellenico (1000 A.C.), anzi, Ares è solo l'aggettivo che qualifica il dio guerresco Enialio. Dai poemi omerici in poi, invece, il dio è detto Ares ed Enialio è ridotto ad eroe semidivino, fratello della dea Enio assistente di Ares e sua versione femminile (forse più antica e matriarcale), talora triplicata in una triade, come è tipico. Tale dea diverrà poi Bellona, la dea romana della guerra.

Nel discendere in guerra Ares era dunque accompagnato dalla triade di Enio, Bia e Cratos, triade femminile della guerra, della violenza, della forza bruta, più una serie di demoni simboli di vari aspetti della battaglia, come Kidoimos e Polemos. La figlia di Polemos, Alalà, era il grido di guerra di Ares stesso, ripreso non a caso dal fascismo.

Il dio era venerato con particolare forza a Sparta, che si identificava nella sua natura di furia guerresca allo stato puro, mentre Atene era consacrata ad Atena, dea della guerra strategica. La vittoria di quest'ultima provocò un ridimensionamento del culto di Ares, venerato ma con la cautela legata alla sua pericolosa incontrollabilità. L'Aeropago, il colle sacro di Ares ad Atene, era posto ad una certa distanza dall'Acropoli, pur essendo il luogo importante dove si tenevano i processi.

Figlio di Zeus e di Hera, Ares era fratello di Efesto (Vulcano per i romani): forte l'uno quanto deforme l'altro, fabbro degli dei. A Efesto fu data in moglie Afrodite, la dea della Bellezza, che però lo tradì con il più affascinante Ares. Efesto svelò la tresca intrappolando i due nella rete da guerra da lui inventata: ma ciò gli servì solo a rendere palese la sua vergogna. Ares divenne l'amante ufficiale di Afrodite, gelosissimo di lei, specialmente verso il principale dei suoi amanti, Adone (simbolo della bellezza maschile personificata). Il mito riflette il potere di Afrodite, della bellezza femminile e dell'amore, di sopire e controllare gli spiriti guerrieri: la passione erotica è più forte di quella bellica, le armi di Eros vincono quelle di Ares, e dall'unione del dio con la dea nasce Armonia, la divinità dell'equilibrio.

A Marte e Venere vengono quindi associati fin dall'astronomia antica i due pianeti più vicini alla terra, che divengono simbolo di Maschile e Femminile per eccellenza, in equilibrio, anche qui, tra di loro.

Il tema di Marte ritorna nel mito della terza grande città greca, Tebe: il suo fondatore Cadmo uccise un Drago sacro ad Ares sul luogo dove avrebbe fondato la città. Per tale ragione Cadmo dovette poi divenire servitore del Dio, sposando la figlia della sua unione con Afrodite, Armonia.

Gli etruschi nel riprendere il dio della guerra greco gli diedero il nome indoeuropeo di Maris, poi divenuto il Marte romano, più benevolo e propizio. Egli divenne centrale nel mito romano, dove egli è il padre di Romolo e Remo che ha con Rea Silvia: i romani sono così discendenti di Marte e, per parte di Enea, di Afrodite, che sono dunque, così, miticamente riunificati. I romani dedicheranno al dio il mese e il giorno, che resteranno anche in età cristiana.

Da notare che anche la sapienza popolare collegherà i due dei planetari tra di loro: "Né di Venere né di Marte / non ci si sposa né si parte / né si dà principio all'arte", in quanto Marte presiede alla guerra (quindi non ai viaggi e alle imprese pacifiche) e Venere presiede all'amore lussurioso, quindi non matrimoniale.











Anche nella ripresa rinascimentale il tema di Marte verrà sempre sviluppato assieme a quello di Venere che assopisce le sue energie guerriere, come nel celebre dipinto di Botticelli del 1483, ove Venere rappresenta anche la cultura classica che rinasce nella Firenze medicea.

















Il Rinascimento maturo dell'arte veneta declinerà il tema degli amori di Marte e Venere legandoli al tema della loro inutile scoperta da parte di Vulcano, come in questa celebre opera di Tintoretto, del 1559. La malizia controriformistica si unisce alla morale cortigiana che sottolinea l'inutilità di svelare le debolezze dei potenti quando da ciò non si fa conseguire la loro sconfitta, ma solo la pacifica accettazione di quanto prima almeno facevano raramente e di nascosto.























Verso la fine del secolo comunque il tema dell'amore adulterino tra Marte e Venere diviene sempre più la scusa per la rappresentazione di una scena erotica, quando non i primi accenni dell'arte pornografica come nei "Modi" (1580) realizzati dal Raimondi su disegni di Giulio Romano e forse del maestro Raffaello. Ma anche nell'arte cortese il tema è ormai trattato in modo maliziosamente sensuale come in Paolo Veronese, che dedica almeno tre celebre interpretazioni al tema (quella sovrastante è la più esplicita) nell'ultimo quarto del '500.

















Col '600, si avvia una figurazione autonoma ed indipendente di Marte, come in questo quadro del fiammingo Claissens che lo mostra nell'atto di protettore delle arti e delle scienze. L'intento è ancora qui didascalico: la potenza di Marte, ovvero la forza del nascente stato nazionale, è garanzia di prosperità. Ma ancora una volta il tema coniuga la forza maschile di Marte con l'avvenenza femminea delle arti.























Ma, comunque sia, l'arte fiamminga ha ormai sdoganato l'autonoma centralità di Marte, che verrà ripreso con autonomo interesse per lo studio psicologico sulla forza da Velazquez (vedi immagine di copertina) e Rembrandt (qui sopra). In ambo i casi, l'ermo guerresco di taglio moderno attualizza il soggetto alla contemporaneità degli autori, a riprova della vitalità attribuita all'archetipo.























Col classicismo settecentesco il soggetto viene di nuovo maggiormente imbrigliato nella sua codificazione classica, inibendo quella contaminazione con elementi moderni introdotta dal barocco, di cui può essere un buon esempio questa scultura del Sergel, del 1770 (è da notare il permanere di una forte sensualità dietro l'apparente asetticità del tema classico).
























Con il passaggio al 1800, il tema di Marte si collegò alla celebrazione di Napoleone quale "Marte pacificatore", celebrato in tal senso da tre differenti sculture di Canova dal 1803 al 1822. A questa terza scultura, formalmente ispirata solo più al dio classico e non al conquistatore moderno scomparso l'anno prima, si ispirerà nel 1824 il classicista Ingres per il suo convenzionalissimo, per quanto raffinato, dipinto di Marte sedato da Venere.























Siamo ormai nei dintorni dell'Art Pompier, mentre di lì a poco inizierà a divampare il fervere dell'impressionismo, che ispirato dalla fotografia e dalla pittura en plein air rinuncerà ai temi classici identificati con un passato accademico da superare. Il tema di Marte rinascerà piuttosto in connessione col Pianeta, che le osservazioni astronomiche avevano fatto scoprire di colore rosso, associato quindi, proprio come voleva il mito, al colore del sangue di cui anticamente erano i marmi usati per le statue del sanguinario dio. La scoperta, nel 1877, da parte del saviglianese Schiaparelli dei Canali di Marte produsse la nascita della moderna fantascienza, a lungo incentrata sulla celebrazione dei bellicosi "marziani". La loro iconografia, per quanto fantasiosa, non venne solitamente legata al bellicoso dio della classicità. Tranne in un caso: quella del comico personaggio dei Looney Toones, l'ipercinetico e aggressivo Marvin The Martian, non a caso vestito di un'armatura classica, apparso nel 1948, l'anno dopo il supposto atterraggio alieno dei dischi volanti di Roswell che diede il via alla mania aliena del secondo dopoguerra.



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