Vampiri Italiani. L'Ottocento

(copertina dei Promessi Morsi, 2010)

Continua il percorso all'interno dei vampiri italiani, giunto al corposo capitolo dell'Ottocento.

Il tema vampirico ritorna nell'Ottocento italiano anche prima della grande esplosione romantica. Più precisamente, esso appare nel Canto 24 de “Gli animali parlanti” (1803) di Gian Battista Casti, pubblicato a Parigi. Qui in verità sembra apparire il Vampiro come animale; tuttavia, in questa satira l'animale è personificato, ed assume l'aspetto del Vampiro moderno, il succhiasangue capitalistico già ironizzato da Voltaire. Del resto, l'opera esercitò un grande influsso su Leopardi, che ne ammirò lo spirito satirico, riprendendola nei suoi dottissimi Paralipomeni alla Batracomiomachia, e infine inserendo il wit vampirico in una sua operetta morale piuttosto celebre: quindi merita qui dare spazio a questo Vampiro antropomorfizzato.

Di costoro alla testa era il Vampiro,
pria finanzier, procurator poi regio,
esperto in tesser cabala o raggiro,
intrigator e succiator egregio,
oltramarin quadrupede volante,
a grosso nottolon rassomigliante.
Egli è animal malefico, deforme,
che lieve il sangue attrae lambendo e sugge
al malaccorto american che dorme
e che nol sente, e lo dissangua e strugge:
onde chi 'l portentoso in tutto vede,
di sangue succiator spettro lo crede.
Aggiungerò, per non lasciar dubbiosa
alcuna parte della storia mia,
essermi noto che la stessa cosa
si crede da talun vampiro e arpia;
ma sia pur o non sia la bestia istessa,
ch'ella è bestia legal sol c'interessa.

Il Vampiro animale, come si vede, è dunque connesso al vampiro-spettro, al vampiro-arpia, è detto esperto di Cabala oltre che succhiasangue, intrigante finanziere asceso a procuratore regio. È il vampiro-capitalista marxianamente inteso, il borghese arrivista dissimulato, che non a caso succhia meglio il suo sangue in territorio americano.

Nel 1804, intanto, l'Editto napoleonico di Saint Cloud impone la sepoltura dei morti lontano dalle città, al fine di evitare i rischi di contagio. La norma viene ad imporre una separazione prima assente tra vivi e morti, instillando la sensazione del cadavere come qualcosa che, sia pure su un piano materialistico, continua ad agire tramite la propria decomposizione, contro i viventi. Il Foscolo si scaglierà contro questa nuova norma materialistica nel 1806, col suo celeberrimo carme dei Sepolcri, in cui traspare l'esaltazione ossianica del Mausoleo quale luogo identitario di una patria, in opposizione al declino costituito dal cimitero razionalistico del Napoleone rivoluzionario francese.

La restaurazione, anche sotto tale profilo, dell'Ancien Regime (1815) coincise con la nascita del romanticismo gotico-vampirico nella celebre riunione di Villa Diodati, sul Lago di Ginevra nel 1816 da cui nasce il Vampiro di Giovanni Polidori, il segretario di Lord Byron di origini italiane, che aveva col padrone un ambivalente rapporto conflittuale, e che lo rappresentò nella figura del vampiro Lord Ruthven. Il padre, Gaetano Polidori, era stato segretario di Vittorio Alfieri, in un rapporto similmente combattuto, ed aveva tradotto in Italiano i grandi pilastri del fantastico: il Paradise Lost (1666) di Milton e il Castello d'Otranto (1764) del gotico Walpole.

Durante il soggiorno a Villa Diodati proprio Byron aveva proposto la tenzone poetica di scrivere ognuno una storia dell'orrore: alla tenzone aveva partecipato anche lo statista italiano Pellegrino Rossi, ospite assieme ad altri del convegno che partorì il vampiro e Frankenstein, che sarà poi assassinato nel 1848 a Roma.

Il dibattito romantico italiano porta tuttavia quasi subito ad escludere il fantastico nordico quale estraneo allo spirito italiano sia da parte dei diversamente romantici che dagli oppositori illuministico-classicisti.

Il primo propugnatore di tale romanticismo nordico, scrisse lo stesso anno una Lettera semiseria di Grisostomo a suo figliolo (1816), infelice fin dal titolo, dedicata alla Leonora (1773) del Burger, più celebre come autore delle avventure del Barone di Munchausen, in cui la protagonista reincontra il fidanzato tornato dalla guerra che è, in realtà, un morto vivente. La Lenore è non a caso considerata uno dei modelli dell'immaginario vampirico, di cuui Berchet riconosce la potenza.

Ludovico di Breme compose quindi sul Conciliatore (1818) delle Osservazioni sul Giaurro di Byron, l'opera che ispirò Polidori a trasporre Byron in Lord Ruthven.

Lo stesso anno gli rispose il Leopardi con il suo “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” (1818) in cui il romanticismo gotico viene rifiutato per la sua supposta estraneità allo spirito mediterraneo italico (cosa sostanzialmente vera per la Recanati pontificia e marchigiana di Leopardi, ma non per l'Italia settentrionale).

Sono questi gli anni in cui fra l'altro Manzoni compone la sua prima versione dei Promessi, il “Fermo e Lucia” (1820), in cui il carattere gotico, sia pure del gotico di Scott e non di Walpole, è più evidente. Non a caso il semiologo Renato Giovannoli traccia però un parallelo tra l'Innominato e il Vampiro: in entrambi i casi si tratta di Conti Maledetti, la cui comunanza è accentuata nella prima versione, dove il Conte del Sagrato manzoniano (così detto per aver ucciso un uomo sparandogli sul sagrato di una chiesa, indifferente al luogo sacrale) rimanda ancor meglio al Conte Dracula della tradizione. Su questa simmetria delle due opere si fonda la recente, anonima, riscrittura vampirica dell'opera, uscita nel 2010 sull'onda dell'ultima Vampire Craze: “I Promessi Morsi”, dove Don Rodrigo diviene un reale vampiro.

Lo stesso anno del Manzoni, del resto,  Charles Nodier e Cyprien Berard componevano un sequel non autorizzato dell'opera di Giovanni Polidori, Lord Ruthven et les vampires (1820), in cui il protovampiro trovava la sua morte a Modena, ucciso col classico paletto nel cuore. L'anno seguente, Polidori si sarebbe suicidato con un veleno di sua invenzione in conseguenza ad un ingente debito di gioco (1821): il mito maledetto della propria creatura si riverberava della sinistra fine del suo autore.

Il Manzoni interverrà poi sulla polemica romantica con una lettera (1823) indirizzata al Marchese Cesare d'Azeglio, cugino di Massimo d'Azeglio, genero del Manzoni, in cui radicalizza vieppiù il suo fatidico distacco dal gotico.

Certo, se uno straniero, il quale avesse sentito parlare dei dibattimenti, ch'ebbero luogo qui intorno al romanticismo, venisse ora a domandare a che punto sia una tale questione, si può scommettere mille contr'uno, che si sentirebbe rispondere a un dipresso così: - Il romanticismo? Se n'è parlato qualche tempo, ma ora non se ne parla più; la parola stessa è dimenticata, se non che di tempo in tempo vi capiterà forse di sentire pronunziar l'epiteto romantico per qualificare una proposizione strana, un cervello bislacco, una causa spallata; che so io? una pretesa esorbitante, un mobile mal connesso. Ma non vi consiglierei di parlarne sul serio: sarebbe come se veniste a chiedere, se la gente si diverte ancora col Kaleidoscopio. - Se l'uomo, che avesse avuta questa risposta, fosse di quelli che sanno ricordarsi all'opportunità, che una parola si adopera per molti significati, e insistesse per sapere, che cosa intenda per romanticismo il suo interlocutore, vedrebbe, che intende non so qual guazzabuglio di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca stravagante, una abiura in termini dei senso comune; un romanticismo insomma, che si sarebbe avuta molta ragione di rifiutare, e di dimenticare, se fosse stato proposto da alcuno.

L'anno dopo, probabilmente con una buona dose di sarcasmo ed ironia, Leopardi  riprende a sua volta il tema vampirico in una delle sue raffinate operette morali.

Si tratta del “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie” (1824), dove il poeta di Recanati mette in scena il dialogo tra un celebre scienziato dissezionatore dell'epoca e le sue mummie, che tornano in vita per una particolare congiunzione astrale, per un quarto d'ora. L'imbalsamatore scientifico rimane terrificato, e teme che esse siano divenute dei vampiri.

“Se siete risuscitati, me ne rallegro con voi; ma non ho tanto, che io possa far le spese ai vivi, come ai morti; e però levatevi di casa mia. Se è vero quel che si dice dei vampiri, e voi siete di quelli, cercate altro sangue da bere; che io non sono disposto a lasciarmi succhiare il mio, come vi sono stato liberale di quel finto, che vi ho messo nelle vene. In somma, se vorrete continuare a star quieti e in silenzio, come siete stati finora, resteremo in buona concordia, e in casa mia non vi mancherà niente; se no, avvertite ch'io piglio la stanga dell'uscio, e vi ammazzo tutti.”

Nel timore lo scienziato, come possiamo notare, perde compostezza razionalistica e minaccia goffamente di morte ciò che per definizione non può certo esser ucciso da una semplice spranga, ironizzando così sul tema vampiresco. Del resto poi lo scienziato scoprirà che le mummie, felici del loro stato di morte, non intendono certo lasciarlo, come è logico in Leopardi.

Poi, gli eventi del Risorgimento incalzano: già a Leopardi si rimproverava di perdersi in filosofemi sullo sfondo dei moti del '20-'21, mentre si preparano quelli del '30-'31, ugualmente fallimentari. I Promessi Sposi, edulcorato nell'Innominato comunque vagamente vampirico e terribile la figura del Conte del Sagrato, spopolano nella duplice edizione del 1827 e del 1840.

La terrificante peste manzoniana, che riprende quella boccaccesca e fa da sfondo al romanzo, regalandogli il pretesto per il tumultuoso e avventuroso sconvolgimento dell'ordine sociale, è del resto tema vampirico per eccellenza: e non a caso grande estimatore di Manzoni si rivelerà lo stesso Edgar Allan Poe, che avrà parole di elogio per la descrizione manzoniana della peste, e che nel 1842 ne trarrà il suo “The Masque of the Red Death”, in cui un gruppo di giovani riuniti attorno al crudele principe Prospero si chiudono a festeggiare in un castello mentre intorno la Peste infuria; e alla fine organizzano la Masquerade in stile veneziano che si rivelerà loro fatale, permettendo alla Morte Rossa di mescolarsi a loro e ucciderli tutti.

L'opera di Poe, a rigore non-vampirica ovviamente, è rilevante per il parallelo che instaura tra orrore e peste, che sarà fondante poi nell'opera-chiave del mito vampirico mondiale, il “Dracula” di Bram Stoker. La nave su cui viaggia il Conte, che si ciba dei suoi marinai, giunge infatti deserta nel porto di Londra – o di Wisborg, o di Venezia... - con il conte morto-vivente sepolto nella sua bara di terra contaminata dalla Peste Nera. Il vampiro è infatti La Peste, contagio sia fisico (chi viene morso, diviene a sua volta vampiro...) sia ovviamente morale. Si stabilisce così una continuità tra Boccaccio, Manzoni, Poe e infine Bram Stoker che identifica il filone della pestilenza come entità sovrannaturale personificata espressa infine nel Vampiro.

Nel canone letterario italiano però si continua a non parlare di vampiri. È curioso, perché come vedremo essi in seguito riemergeranno come strumento di descrizione dei tiranni, con particolare spregio verso la tirannide papale. Il tema è anticipato in opere minori, alla macchia, come quella che poi avrà la fortuna di divenire l'inno nazionale della Repubblica, un secolo dopo, essendo di fatto uno degli inni informali del Risorgimento: “Fratelli d'Italia” (1847). In uno dei passi meno noti, l'ultima strofa, Goffredo Mameli infatti dice:

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Dopo il fallimento della guerra d'Indipendenza (1848), il decennio di preparazione cavouriano lascia posto solo al leziosissimo idillio di Aleardo Aleardi, “Raffaello e la Fornarina” (1855), dove la discinta musa del pittore è detta “il più bello dei vampiri”, volta a suggere il sangue dell'angelo Raffaello . Qui indubbiamente è il vampiro mostro, non l'animale, per simmetria con l'ipotetica angelicità del pittore. 

...Diranno,
Che tu, il più bello dei vampiri, il sangue
Dell'angelo suggesti; e di tue braccia
Nodo di morte, e del tuo sen gli fésti
Sepoltura precoce. Oh sprezza i vili!
Tu l'adorasti, e se per te mistero
Fu il genio suo, non fu il suo cor.

Per paradosso il tema vampirico ritorna gradatamente nella letteratura romantico-risorgimentale a unificazione compiuta. Forse ormai i letterati si sentono più sicuro e diffondono il tema vampiro-ancien regime in connessione soprattutto al potere papale che ancora si frappone ai colli fatali di Roma.

Ad esempio il giovane Verga richiama la suggestione del vampiro in una sua precoce opera, ancora ingenuamente romantico-risorgimentale, “I carbonari della montagna” (1861), ambientato nel risorgimentalismo perdente del sud Italia. La contessina Giustina che squadra il bello e malvagio francese Guiscard, giunto in loco da Lione, che in seguito si rivelerà un innamorato molesto e appunto vampirico. È da notare che nella seconda citazione, quando ormai Guiscard si è palesato nella sua natura spregevole, si passa dalla similitudine alla metafora: Guiscard non è come un vampiro, egli è un vampiro.

“L'iride di quegli occhi era sì trasparente che assumeva,  direi quasi, tutti i colori. Ora si faceva bianca come quella di un spettro; ora prendeva un riflesso verdognolo come lo sguardo del vampiro. Ma quando rimaneva di quel celeste sì puro, quegli occhi erano belli, e per conseguenza anche il volto in cui brillavano.”

La contessina mise un terribile grido d'angoscia, di sorpresa, di terrore. - Guiscard!! Gridò ella. Se il più terribile nemico della sua casa le fosse apparso, le sarebbe sembrato un amico al confronto dell'impressione che le produssero i lineamenti pallidi, e lo sguardo vitreo del vampiro.

L'immagine vampirica torna in Aleardi nel patriottardo “La campagna di Roma” (1864), dove i mostruosi vampiri sono gli oppressori di Roma al guardo del poeta: ovvero i Pontefici. Un tema di propaganda massonico-risorgimentale (e talvolta non solo metaforico, ma anche occultistico) piuttosto diffuso nel decennio che va dall'Unità (1861) alla Breccia di Porta Pia (1870), e che anche Garibaldi non mancò di usare nel 1867. Del resto Pio IX, tutto teso alla gloria di ordire la sua Infallibilità Papale, nel suprematico atto di hybris che l'avrebbe finalmente reso totalmente, da semplice antico vescovo, Vicario di Cristo, poteva ben sembrare allo sguardo anticlericale l'archetipo del Vampiro. Il parallelo con Caino (ovviamente con riferimento alle guerre fratricide unitarie) è suggestivo del richiamo vampirico della “Legacy Of Cain”: forse non del tutto a cso.

Ti colpiva un albor d'ossa insepolte
Per livor cittadini; e udir ti parve
Dietro una macchia d'arbori sanguigni
Rider lo spetro di Caino! - Oh allora
Maledicendo ai perfidi vampiri
Che alla tua terra dimungeano il sangue,
Affrettavi le meste orme; e la cetra
Ti fremea sotto il lacero mantello.

Intanto, compiuta l'Unità, unificata la lingua sotto Manzoni ministro di sé stesso, penetrava anche qui da noi la resistenza fantastica al manzonismo dei maestri, raccolta attorno alla sparuta pattuglia degli Scapigliati. Tuttavia anche questi italici antimanzoniani, pur affascinati dalle suggestioni nordiche, non si spinsero appieno nei terreni del fantastico, ma piuttosto ne ricavarono un nuovo mito, quello della donna-vampiro come metafora, la Donna Fatale. In questo, furono più affratellati ai Bohemien del simbolismo francese, dove il Baudelaire traduttore di Poe dedica alcune liriche alla donna-vampiro da leggersi in chiave più che altro allegorica.

Lugubre, pallida, vestita di nero e apportatrice di lutto: un'immagine perfetta della vampira, ma quasi sempre solo a livello simbolico. La donna-demone diviene così, in fondo, una variazione della donna-angelo che aveva aperto con lo stilnovismo la letteratura italiana. Tale è ad esempio la “Dama Elegante” che appare in diverse poesie di Emilio Praga, risalenti all'incirca al 1864.

Quella superba sua faccia serena
passar la vidi tra la folla oscena,
e vidi gli occhi della folla ardenti
sprofondarsi ne' suoi,
come attoniti e opachi occhi di buoi.
Mordea la folla collo sguardo muto
le nudità di latte e di velluto,
e correa, dietro i vaghi ondeggiamenti
del morbido corsetto,
i profili del largo, augusto petto.
E allor pensai che poiché brilla il sole
sulle paludi e sulle verdi aiuole,
irradiar poteva in una festa
la pura faccia di una donna onesta!
Ma, seguendo il suo strascico di seta,
il mio cor sospirava: - O bella creta,
va', domanda alla Venere di Milo
la lista dei cretini
che vide immoti a' suoi piedi divini!...
E sentirai dalla vetusta dea
come la forma strangoli l'idea,
come al vergine altar della bellezza
sorga stolto e profano
il basso incenso dell'ossequio umano!
O bella creta passa nella festa
poiché sei tanto bella e tanto mesta,
in mezzo all'orgia delle voglie, illesa;
passa candida e altera e non compresa!
Adorino il tuo riso incantatore,
agognino al tuo fiato e al tuo pallore,
bevan l'abisso delle tue pupille,
e l'aurora che vola
dalle tue labbra colla tua parola...
Sarà l'inno del verme all'infinito,
sarà il ringhio che simula il ruggito,
non sarà la bestemmia e la canzone
che merita la donna,
quando è l'angelo, il santo e la madonna!
E tu non sei del mondo, o bella creta,
no, del mondo non sei, nè del poeta;
nè del poeta, o stella passeggiera,
nè del marito che ti abbranca a sera! -
Febbraio 1864.

Le pregevoli Novelle (1867-1874) di Arrigo Boito, padre nobile della Scapigliatura milanese, contengono appena qualche riferimento al vampiro. Ne “Il trapezio” abbiamo infatti la descrizione di un esplicito atto vampirico, sia pur dipendente più dalla psicosi del protagonista che dal suo esser davvero creatura sovrumana.

La lunga immobilità de' muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano; provavo un estremo bisogno di mutar posizione. Se la vena era rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio d'Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più dolce del miele. Una goccia me n'era caduta sulla mano e l'avevo succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava l'incantevole braccio dell'andalusa, e a poco a poco giunto colla bocca presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l'umore d'un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito terribilmente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare: "Vampiro!".

Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare contorcersi sotto le dita di Ramàr; a un tratto la mano che mi strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla ferita d'Ambra. Quell'assalto fulmineo mi ridonò la smarrita impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto l'incubo del delirio.

E più avanti:

Io lo studiavo. Volevo arrivare a scoprire se gli era rimasta nella memoria qualche reminescenza di quella notte ch'egli m'aveva chiamato vampiro. Quella parola era stata pronunciata da esso in un attimo violento, fra un assalto di delirio e una crisi di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo, confondere l'occasione che gliela fece proferire, cogli altri vaneggiamenti. In quelle induzioni mi tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta.

Dopo quelli di Leopardi, quello di Boito è quanto più vicino ad un vampiro appaia nel canone. narrativo. Ma gli scapigliati ci offrono anche Vampiri lirici, il luogo dove forse il vampiro italico trova la sua più suggestiva e tipica espressione, una pennellata di brivido gotico che il poeta scapigliato (anche solo in pectore) non può farsi mancare.

Tra questi, nel canone troviamo soprattutto un tormentato scapigliato piemontese, il casalese Giovanni Camerana (1845-1905), figura inquieta di poeta-magistrato (omonimo, tra l'altro, di un paesino cuneese) che rifiutò sempre di pubblicare la sua produzione poetica. Membro della scapigliatura fin dagli anni universitari – si era laureato nel 1868 – il suo suicidio in seguito alle frequenti crisi nervose celate ai famigliari lo aggiungono al lugubre mito dei letterati morti o impazziti a Torino, cronologicamente poco dopo Nietzche, un po' prima del Salgari. 

Nell'inquieta lirica “Rovine” abbiamo un il Vampiro della Voluptas, che richiama il poeta dai cimiteri funesti ove egli ama immergersi, fuggendo dal piacere fuggevole.

Dalle cime dei sogni altro non scende
Che miraggi funesti, afa brumal;
Noi corriam dietro al vampiro che splende,
E qual povero verme è l'Ideal.
Fanciulla mia, nei vivi e nelle tombe
Tutto è scheletri e polve e illusion;
Come febbre in maremma, ovunque incombe
L'immenso ghigno e uccide ogni vision.
...
Fulva e nuda correa nel baccanal,

Fra i nappi alzati e le grida e gli evviva,
Questo vampiro e dea, la Voluttà;
Come un turbine, quella ora lasciva
Tutta seco rapìa la balda età;

E mi chiamava il coro ebbro: "Su vieni!
Lascia i tetri orizzonti e il vano duol!
Vieni all'Olimpo, al nettare, ai sereni
Campi! Ti aggiungi al radioso vol!

Brillante il paradosso che descrive il Gaudeamus Igitur come estetica vampirica e la quiete cimiterica come adesione alla vera realtà della vita. Il vampiro non mortifero, ma illusoriamente vitalistico e orgiasticamente festante.

Uno dei primi modelli di Donna Fatale è la Fosca (1869) dello scapigliato Igino Tarchetti.

“Quella infermità terribile per cui aveva provato tanto orrore mi aveva colpito in quell'istante; la malattia di Fosca si era trasfusa in me: io aveva conseguito in quel momento la triste eredità del mio fallo e del mio amore.

Perfino Carducci, il futuro poeta vate, risente di atmosfere scapigliate e, dopo l'Inno satanico del 1863, celebrante l'unità raggiunta, nelle più compassate Odi Barbare (1877) si cimenta in un carme orrorifico, descrivendo come presso il Chiarone di Civitavecchia passeggi nello scabro paesaggio leggendo il Faust.

Qui raduniam consiglio, qui ne l'orribile spiazzo,
a l'ombre ignave, su le mortifere acque.
Qui gonfia di serpi tra 'l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.
Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com'angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.
Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor che amammo: sangue per sangue sia.

L'immagine del classico Congedo rivolto stavolta alle “canzoni vampire” assume a suo modo un certo gusto, specie se ci lasciamo suggestionare da esse sulla più celebre delle sue liriche, la scolasticissima “San Martino”, laddove il congedo è risolto nella nota impressionistica degli “stormi d'uccelli neri / com'esuli pensieri / nel vespero migrar”. C'è più vampiro in Carducci di quanto possiamo immaginare.

Con gli anni '80 del secolo si imporrebbe in teoria il Verismo letterario di Verga e soci: il tema vampirico scapigliato, legato alla donna fatale terribile e vampirica nei confronti dell'innamorato, dovrebbe decadere più di quanto già poco decollato sia. Tuttavia il tema vampirico manterrà una certa presenza. Infatti, l'esperienza verista nasce in continuità con quella scapigliata, da cui il giovane Verga era stato influenzato; e conserverà quindi la presenza della femme fatale vampirica all'interno delle sue opere anche successive.

Nei “Ricordi del capitano d'Arce” (1891) Verga ad esempio presenta ancora un ricordo della donna-vampiro, la femme fatale di scapigliata memoria, qui presentata nella protagonista del racconto Carmen, davvero ancora molto vicina a quella scapigliatura da cui, in teoria, si era da tempo staccato.

E Carmen volle farne l'esperimento, povero Aldini. Tanti altri, ora vinti e intossicati per tutta la vita, l'avevano chiamata con quel soprannome di guerra e di malaugurio, ch'era la punzecchiatura delle sue amiche gelose, e la  carezza o la maledizione degli incauti che si lasciavano prendere al fascino del suo sorriso dolce e buono - la più strana cosa, su quella bocca di vampiro. Poich'essa faceva il male con una incoscienza ch'era la sua maggiore attrattiva; vi metteva una sincerità, quasi una lealtà che le faceva perdonare i suoi errori, come il gran nome che portava le faceva aprire tutte le porte. E una squisita eleganza, una grazia innata fin nelle bizzarrie, un'ingenuità provocante fin nella stessa civetteria, l'aria di gran dama anche in un veglione, avida di piaceri e di feste, quasi divorata da una febbre continua di emozioni e di sensazioni diverse, una febbre che la consumava senza ravvivare il suo bel pallore diafano, né le sue labbra dolorose, ma che però la lasciava spesso in una prostrazione desolata, le dava delle ore di stanchezza e di uggia, di cui i suoi adoratori pagavano la pena: ore tremende - in cui non c'era altro da fare che prendere il cappello e andarsene - dicevano i forti, quelli che avevano pianto poi dietro l'uscio di lei.

Anche in “Bollettino sanitario” ritorna il parallelo tra la Belle Dame Sans Merci e il vampiro, secondo temi che richiamano da vicino quelli scapigliati.

Ah, che siate proprio tale quale vi avevo giudicata! senza cuore, senza spirito, senz'altro che lo spumeggiare delle vostre trine e lo scintillìo dei vostri diamanti. Frivola e dura altrettanto! Vi odio, vi detesto! Voi mi fate morire, consunto da questa febbre che mi avete messa nel sangue, maledetta! Tenetevi il duca che v'insulta co' suoi doni. Tenetevi Giuliano, che si ride di voi. Tenetevi San Mauro che vi mette in un mazzo con le ballerine della Scala. Io vi ho buttato in faccia la giovinezza mia, che avete distrutto, la vita che mi avete succhiata coi baci, vampiro!

A fianco di questo elemento di continuità con la Scapigliatura, inoltre, il verismo aggiungerà un fascino per la descrizione razionale di fenomeni apparentemente irrazionali, dimostrando un grande fascino per lo spiritismo come studio scientifico e positivistico del sovrannaturale. Sarà soprattutto Luigi Capuana, il teorico del movimento, ad indagare con cura tale aspetto, scrivendo un saggio sullo Spiritismo e scrivendo appunto un racconto sul Vampiro, nel 1904, che nel 1906 egli dedicherà all'amico Cesare Lombroso.

Ovviamente permane anche in lui il vampiro/femme fatale: in Profumo (1891) mette invece la canonica descrizione della Donna-Vampiro in bocca ad una vecchia madre in apprensione per il figlio.

«Ma penso a te! Penso a te!» ella continuava imperterrita, scrollando il capo. «Tu non ti guardi allo specchio, o ti guardi così di sfuggita da non poter accorgerti quanto sei mutato e invecchiato da sei mesi! Non potresti riconoscerti. Lei se lo beve il tuo sangue! Lei se l'assorbisce la tua carne, il midollo delle tue ossa, la tua vita!... Io sono impotente a lottare con lei. È giovane, è bella, è amata. Ti ha stregato! Che posso più fare io? Ti avvertii in tempo; ti ho avvertito dopo; ti ho sempre ripetuto: "Bada! Bada!". Non mi hai dato mai retta; hai fatto sempre a modo suo. Che pretende, più di quel che ha ottenuto? Vorrebbe forse che io le dicessi: "Mi hai tolto il figliuolo; grazie! Mi divori il figliuolo; grazie! Grazie!". Tu intanto, non che essermi grato, mi credi esaltata - l'hai detto una volta! - e prendi parte in favore del vampiro che ti succhia il sangue! E vieni qui...»

Insomma, la presunta cesura verista, anche sotto questo aspetto, non mantenne l'impossibile promessa di una fedeltà fotografica della realtà, o meglio: la mantenne proprio nel modo fedifrago ed espressionista con cui una inquadratura fotografica si spaccia per il reale, un reale sempre e comunque estetizzato, tanto quanto nella pregressa arte pittorica.

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