Vampire Studies. Il secondo '900.





Si conclude con questo post, dedicato al Secondo Dopoguerra, il mio breve excursus sull'evoluzione del mito vampirico. Si tratta ovviamente di una serie di sintetici appunti che riprendono in modo sistematico appunti sparsi rinvenuti qua e là, e non escludo in futuro di aggiornare e approfondire. Ad ogni modo, a breve allargherò il discorso con un post dedicato ai Vampiri Italiani, un tema decisamente più ristretto e limitato.

Il filone vampiro-orrorifico-comico ebbe un deciso boom nell'immediato secondo dopoguerra, con l'avvio del successo della EC Comics (1946). In questo ambito, il tema vampirico (e orrorifico in generale) era sviluppato in modo alternamente tragico e comico, con brevi storie macabre (presentate dal grottesco Vault Keeper, uno zio degli Addams decisamente più trucido e grossolano) che pur essendo ricche di elementi orridi raffigurati con realismo ancor più esplicito dei supereroi più neri, non mancavano mai di giocare sul paradosso, sul rovesciamento del punto di vista, sullo spiazzamento del lettore.

La comicizzazione del vampiro e dell'orrido giunse perfino al cinema nel 1948, con il fortunato film di Abbott e Costello contro Frankenstein (1948), dove apparivano anche tutti gli altri tipici mostri del settore, incluso il nobile conte. Pur lontani sia dalla ironica levità degli Addams che dalla trucida comicità degli Eerie Comics, i due comici americani sdoganavano anche nel film più per famiglie l'idea pericolosissima che dell'orrore si potesse ridere.

Nel 1950, con la rivista Galaxy di Fredric Pohl, viene segnata inoltre la nascita della SF sociologica, che per la prima volta pone al centro della sua riflessione non tanto l'anticipazione tecnologica, come nel periodo prebellico, dove questa veniva applicata semplicemente su un modello avventuroso molto tradizionale, ma l'estrapolazione sociologica, rovesciando in modo simile il punto di vista tradizionale. Il racconto archetipo della fantascieza sociologica è “Sentinella” (1954) di Fredric Brown, dove la malvagità dell'alieno viene ribaltata nel finale: il vero mostro, per gli alieni, siamo noi.

Similmente, lo stesso anno un altro autore di scientifiction, Richard Matheson sviluppò tale concetto nell'horror, con il suo “Io sono leggenda” (1954), dove l'ultimo uomo è il vero mostro in un modo dominato dai vampiri. Il rovesciamento di Matheson è cruciale, poiché andava a modificare non solo la scientifiction, genere per sua natura speculativo e più disponibile a variare i punti di vista (per quanto il fenomeno diventi strutturale dal 1950, esempi di fantascienza paradossale e con riflessioni sociali erano frequenti anche prima) ma nell'orrore che ha la tradizionale immobilità della storia sacra. Non a caso Matheson è uno scrittore di fantascienza, e i suoi vampiri sono strettamente scientifici: la loro mutazione è prodotta da un virus e, inizialmente ridotti alla pura bestia vampirica, riescono a evolvere a uno stato umanoide con medicinali.

Forse l'opera avrebbe potuto esercitare subito la sua enorme influenza, venendo recepita appunto sugli innovativi EC Comics. Ma proprio nel 1954 si radicalizzò l'attacco censorio della società americana incarnato soprattutto nello psicologo Fredric Wertham, autore di “Seduction of the Innocent” (1954). Va notato che l'attacco di Wertham non era tanto strettamente contenutistico, legato alla psicologia emotiva, quando strutturale, legato alla psicologia cognitiva: Wertham riteneva che i fumetti della EC Comics fossero pericolosi proprio in quanto erano basati su rapidi rovesciamenti, colpi di scena fulminanti, e tutta una serie di espedienti paradossali resi anche graficaente che scardinavano a suo avviso il corretto ragionamento (favorendo cioé, di fatto, lo sviluppo di un radicale pensiero critico).

L'attacco censorio (cavalcato anche dalla DC Comics dei supereroi, che si liberava così di un terribile concorrente) spinse la EC ad abbandonare il mercato giovanile ripiegando sulla nicchia colta lettrice di Mad, la sua fortunata rivista di satira. L'horror a fumetti continuò infatti a prosperare o almeno a sopravvivere, nel mercato in bianco e nero ritenuto in USA destinato al pubblico adulto.

A dimostrazione che la censura sociale non era incentrata sull'orrore in sé, ma sul suo uso per scardinare, non per consolidare la struttura sociale, il cinema horror vide nella seconda metà degli anni '50 una evoluzione verso un maggiore realismo orrorifico: le zanne del vampiro appariranno per la prima volta in un film messicano, “Il vampiro” (1957) di Fernando Mendez, il cui successo anche nel mondo anglosassone spinse la Hammer Horror ad avviare la serie di film vampirici interpretata dal grande Christopher Lee (1958) adottando tale nuova convenzione.

Lo sdoganamento dell'orrore filmico proseguì negli anni '60 con la nascita, certo inizialmente in estrema sordina, dello splatter horror, l'orrore compiaciutamente visuale e orrorifico che ha il suo capostipite in Blood Feast (1963). Dall'anno seguente, invece, inizia l'importante sdoganamento televisivo dell'orrore comicizzato e reso quindi accettabile a strati sempre più vasti del pubblico: ed è spesso un ingentilito orrore vampirico, che talvolta come negli Addams dissimula pure tale sua natura.

L'anno cruciale è quindi il 1964, quando appaiono i Munsters, Vita da Strega, La Famiglia Addams versione televisiva: la comicità sull'orrore sdoganata, dunque, anche se non con la macabra festosità degli EC Comics ma con la garbata ironia dei loro predecessori degli anni '30.

Alcuni studiosi dell'occulto hanno voluto vedere in questo un certo influsso dell'occultismo crowleyano di Los Angeles, gravitante attorno ad Anton La Vey ed al regista Kenneth Anger, i quali avevano sollecitato registi e musicisti rock a incorporare nelle loro produzioni temi orrorifici per sdoganare il sovranaturale a livello di massa. In effetti, nel cruciale annus diaboli 1966 il regista Roman Polanski realizzò la sua rielaborazione comica del mito in “The Fearless Vampire Killer” (1966). Per tale opera e il suo ipotetico ruolo nel piano, a quanto pare, egli fu anche poi inserito nel bersaglio da Charles Manson, il primo serial killer occultistico della storia, rockstar delusa dall'essere stato marginalizzato nel piano laveyano, ambito in cui anch'egli gravitava occasionalmente come il regista.

Ma se Manson era stato marginalizzato, anche il rock divenne il ricettacolo degli emergenti temi orrorifici. Il Sergent Pepper's (1967) dei Beatles contiene un riferimento a Crowley nella copertina; Simpathy for the devil (1968) dei Rolling Stones è invece un vero e proprio provocatorio inno luciferiano. La prima band celebre ad assumere come propria icona primaria un certo demonismo sono infine probabilmente i Black Sabbath (1969), che riprendono il proprio nome dal titolo americano di un film del nostro Mario Bava, “I tre volti della paura”. Da allora il rock, e ancora più il metal, diabolico diverrà legione ed includerà anch'esso occasionalmente, nella sua rielaborazione, il mito vampirico; pur preferendo di solito scegliere direttamente il mito luciferiano senza mediazioni, più provocatorio ed estremo. Ma indubbiamente il personaggio del rocker maledetto, per la sua innegabile natura umana, sdogana più un immaginario vampirico che propriamente diabolico.

Il tempo era quindi ormai giunto per produrre uno sdoganamento di quel “rovesciamento vampirico” operato da Matheson in letteratura già nel lontano 1954. Ciò avvenne con “Night of the Living Dead” (1968) di George Romero (ancora in bianco e nero). Romero riprende formalmente il mito degli zombies haitiani, che nella sua trasposizione filmica è tuttavia reso non seguendo il mito originale, ma il modello mathesoniano.

Gli zombies di Romero risorgono difatti assetati di viva carne umana per causa di un nuovo virus, esattamente come i vampiri di I Am Legend; come questi, sono ridotti a creature bestiali, non intelligenti (i vampiri di Matheson giungono col tempo e con certi medicinali ad una certa autocoscienza); sono immortali in quanto anch'essi hanno superato la morte con successo, la loro uccisione è consentita dalla distruzione del cervello e non del cuore (indice della razionalizzazione del mito); si può divenire zombie per il morso di un altro di questi esseri e il cibarsi di carne umana è derivante dall'imbestiarsi e non da un piacere da gourmand come per i vampiri. La lentezza esasperata distingue gli zombies dai vampiri, i quali sono sovraumani anche nella rapidità (anche se ovviamente archetipamente giocano come il gatto col topo con le vittime...), ma in seguito tale elemento venne in parte abbandonato in favore di zombies anche veloci. Esso è infatti più che altro un portato, sia pur geniale scenograficamente, di Romero al mito. Il mito dello zombie cannibalico è quindi un radicalizzarsi del mito ingentilito del vampiro bevitore di sangue; e il mito sussegente del vampirismo includerà sempre più, come possibilità, il declino verso la pura Bestia, che il vampiro deve controllare non solo per buon cuore verso le sue vittime, ma per la conservazione minima della sua residua umanità.

Il film di Romero, cruciale nella riforma del mito vampirico, recepiva però anche la lezione di Matheson per quanto riguardava la razionalizzazione del mito, eliminando tutto il coté della mitologia vampirica. I vampiri senzienti di Matheson, autocuratisi con un farmaco che li rende in grado di raziocinio, sono inoltre spariti nella trasposizione filmica (solo nel terzo film romeriano del 1985 l'idea di zombie intelligenti appare parzialmente, ma viene sviluppata in modo comunque molto più riduzionista rispetto al modello letterario).

Questa parte dell'eredità mathesoniana, ovvero il vampiro come umano affetto da una terribile malattia/maledizione, ma potenzialmente ancora dotato di tratti di umanità, venne pienamente sviluppato dalla scrittrice Anne Rice, che iniziò a lavorare nel 1972 sul suo cruciale “Intervista col vampiro” , completato nel 1973 e pubblicato nel 1976. In Anne Rice per la prima volta si assume, e non solo a livello comico e quindi paradossale, ma “tragico” e quindi serio, il punto di vista dei vampiri, presentati come una società multiforme, indubbiamente segnata dal marchio del male ma con varie gradazioni di cedimento e assecondamento di tale pulsione. In qualche modo, avviene qui la ricezione, non a caso ancora solo letteraria, dell'aspetto più sottile dell'opera di Matheson.

Intanto sul piano filmico Dawn of the Dead (1978), sempre di Romero, veniva a compiere una sorta di critica al concetto stesso di horror splatter, celebrandone però al tempo stesso l'affermazione di massa che stava arrivando col passaggio verso il 1980. Barricati in un centro commerciale, i tre protagonisti combattono gli zombie che li assediano tutt'intorno, combattendoli anche a torte in faccia, con una profanazione del mito orrorifico che attrarrà a Romero più di una critica dal fandom.

Non a caso, a fianco di una dominante estetica splatter-zombie, inizia a germinare nel corso degli anni '80 una particolare variazione del punk inglese che condurrà a una diffusa moda sociale: il gothic punk, in Italia tradotto come “dark” (per lo scarso appeal ritenuto del termine gotico, che da noi richiama le ore di storia dell'arte passate a studiare l'affascinante movimento medioevale). Nato nel 1982 con l'apertura del locale di riferimento, la BatCave (citazione non a caso del supervampiro batmaniano...) il movimento iniziò a identificarsi letterariamente con le opere di Anne Rice, incarnandone il ruolo sfumato del vampirismo all'interno del mondo reale.

L'esplosione di massa del fenomeno avverrà dopo la saturazione dello splatter, col passaggio agli anni '90. Mediatore della dark renaissance dei '90 sarà il grande Immortale del fumetto, Batman. Dopo un suo particolare declino causato dall'inadeguatezza all'edulcorazione cui era stato sottoposto, Batman rinasce nell'interpretazione fumettistica di Frank Miller (1986), recuperando tutta la sua natura oscura e quindi vampirica. Ciò stimolerà il progetto del film del Batman (1989) di Tim Burton, che sdoganerà l'estetica vampirico-dark a livello di massa, utilizzando nuovamente il mezzo principe del cinema.

Un grandioso rolegame come “Vampires, The Masquerade” (1991), apriva al 1992, anno in cui Coppola avrebbe rilegittimato il genere con il “Bram Stoker's Dracula” (1992), mentre un film di larghissimo successo come “Buffy the Vampire Slayer” (1992), avrebbe aperto la strada al telefilm del 1997-2003. Lo stesso “Intervista col vampiro” (1994) venne trasposto filmicamente in un adattamento di grande successo, e perfino la nuova moda cinematografica che veniva a sostituire il rinascimento gotico, il Pulp di Tarantino inaugurato nel 1995, non mancava di analizzare il tema vampirico nel godibile “Dal tramonto all'alba” (1996) di Rodriguez. Nel 1998, un misconosciuto eppur valido fumetto come “Blade” (1973), supereroe marveliano cacciatore di vampiri, venne adattato nel primo capitolo di una fortunata trilogia.

Dopo che il ciclo fantastico di Harry Potter (1997 - 2007) favorì anche a livello letterario una ripresa di temi occulti incentrandosi su quel vampiresco stregone che è Voldemort, apparve il ciclo della “Twilight Saga” (2005-2008) di Stephanie Meyers a rinverdirne i fasti in chiave apertamente vampirica, ovviamente sprezzato dai vampiristi più puri. I vampiri sono difatti qui nuovamente edulcorati, eliminando il loro ripudio totale della luce solare che li rende anzi più belli e angelicamente splendenti. Ovviamente, entrambi i cicli romanzeschi vennero trasposti in fortunatissimi cicli cinematografici, che grazie al culto di massa generato attorno ai due prodotti non cancellarono ma incentivarono il successo letterario. O forse anche a questi livelli nazional-popolari il brivido vampirico resta in qualche modo più godibile nell'impalpabilità ineffabile della pagina scritta più che nella pura visione cinemica che basterebbe ad esaurire l'esperienza splatter. A fianco di tali fenomeni di costume di dimensione epocale, perdono visibilità film anche validi quali Underworld (2003), 30 giorni di notte (2007), Io sono leggenda (2007) che continuano nella solco del mito vampirico tracciato da Anne Rice.

La vera svolta dei 2000 e forse ancor più dei 2010 è quindi probabilmente nella reprise videoludica, un cosmo dove i vampiri sono apparsi forse per la prima volta in modo importante in un gioco arcade-platform come Castlevania (1986), per acquisire spessore in un arcade-adventure come “Legacy of Kain” (1996) fino all'attuale il browser game della Zynga “Vampire Wars” (2009) che si inserisce da buon ultimo nel fortunato filone adattandolo all'onnipresente mania per Facebook, in una community minore che conta, comunque, oltre un milione di giocatore (minimi forse rispetto ai cento di CityVille; ma non certo irrilevanti). Certo anche questa ondata di entusiasmo passerà, e il vampiro tornerà un giorno maggiormente nella sua bara in attesa di altre notti: ma la sua voracità farà sì che, nella sua essenza, esso sopravviverà per sempre.

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