Vampiri Italiani. Il Medioevo.


Continua con questo post la mia ricerca sui vampiri nella tradizione italiana, letteraria e non.

Come abbiamo visto nel post precedente, a diffusione del cristianesimo relegò il mito vampirico  classico nel folklore, dove continuò ad essere fortemente presente. Dalla Strix classica derivò la Strega moderna, adoratrice del demonio e spesso ancora intenta a succhiare nottetempo il sangue come energia vitale. Tale mito stregonesco rifletteva poi, esasperandolo, il reale perdurare di culti bacchici pagani, che lo stesso medioevo cristiano continuava a consentire in una finestra limitatissima, quella del Carnevale recentemente passato, in cui "semel in anno licet insanire" rispolverando "giocosamente" gli antichi culti dionisiaci di Baccanali e Saturnali, indossandone di nuovo per un giorno i costumi rituali come "maschere". Il perdurare degli antichi culti sanguinari si collegò quindi al loro Mascheramento: una componente essenziale del mito vampirico.

Particolarmente significativo, a tale proposito, il mito delle Masche piemontesi, streghe locali il cui nome deriva dal longobardo Maska, "spirito demoniaco" e da cui si origina il termine moderno Maschera, presente anche nelle principali lingue europee (mascara spagnola, masque francese, mask inglese) che va a sostituire il latino "persona". Si ritiene che ciò si associ al loro trasformarsi ("mascherarsi", quindi) nottetempo in un gigantesco gatto nero, nel cui aspetto si spostano per compiere i loro misfatti (spesso suggere il sangue delle vittime) ; oppure al fatto, viceversa, che il loro normale aspetto quotidiano sia in realtà  la "mascheratura" della loro essenza diabolica. Il carnevale, quindi, spesso incentrato sulla figura della Strega, del Demonio, del Saraceno che diventano "re per un giorno", nel rovesciamento "scherzoso" dei valori ufficiali, diventa il momento in cui queste entità possono palesarsi per quello che sono dietro il sotterfugio di una "maschera" che ne è in verità il vero volto.

L'apparizione delle masche è molto antica, di poco susseguente al crollo dell'impero classico delle Striges. Delle Masche parla infatti già il longobardo Editto di Rotari
(«Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit») nel 643, e ne tratta ancora il giurista Gervasio di Tilbury verso il 1170
(«Lamias, quas vulgo Mascas, aut in Gallica lingua strias, Physici dicunt nocturnas esse imagines, quae ex grossitie humorem animas dormientium perturbant, et pondus faciunt»); e ancora Tommaso Garzoni, nella sua "Piazza Universale" (1589), associa sorprendentemente le maschere al demonio: "L'invenzione delle maschere, anzi, la prima maschera che mai sia stata al mondo senza alcun dubbio fu l'angelo nero che, sotto il volto di malizioso serpe, suase alla prima madre l'orrido eccesso, onde ne son discese poi tante ruine al misero e sfortunato genere umano" (Discorso LXXXIV, De’ mascherari e delle maschere). Chissà quindi se lo scrittore di area giolittiana che nel 1903 compose l'inno del carnevale di Mondovì, "Viva viva le Maschere", ha intenzionalmente sottolineato questo parallelo, che come parlante piemontese gli doveva essere, inevitabilmente, ben presente.






Nel secondo dopoguerra, delle Masche si occupò anche infine il grande pittore torinese Lorenzo Alessandri, ritenuto il Papa Nero dell'occulto torinese, mentre in tempi più recenti di riscoperta turistica (credo dagli anni Ottanta in poi) le masche sono state riscoperte come fattore di promozione turistica. 

 L'immagine qui sopra, allegramente occultistica, è stata ad esempio scelta per un sito di promozione del turismo in Langa e proviene da qui.


Tornando quindi al Medioevo, le Striges pagane e le Lilith della tradizione biblica si mescolano quindi nel folklore delle mascae medioevali; le fantasie popolari sull'immaginario demoniaco-vampirico transitano poi in modo stabile nella cultura alta dopo l'Anno Mille, quando la cultura urbana sostituisce le effimere chiese lignee con stabili chiese di pietra. Tale immaginario gotico, il cui nome starà poi a indicare le numerose riprese moderne a partire dal sei-settecento inglese, giunge al suo apice artistico e letterario in Italia, particolarmente in Dante Alighieri, che nel suo Inferno (1313) riassume tutto l'immaginario demonico pagano e cristiano giunto fino a lui, dandovi nuova linfa e sistemazione. Il suo Lucifero confitto al centro della terra, le grandi ali di pipistrello svolazzanti alla cieca, è il modello di ogni reprise letteraria dell'archetipo vampiresco.

Forse per tale ragione la Toscana si ritaglia un posto speciale nell'immaginario vampirico. Non a caso, nel più recente capitolo del mito, la serie di "Twilight" (2005) di Stephanie Meyer, in Toscana, a Volterra, ha sede il fulcro dell'Ordine dei Volturi, gli italici avvoltoi vampireschi, che controllano la "camarilla" internazionale della masquerade vampirica. Nell'immagine di copertina del Post vediamo la scena toscana cruciale del film, girato in verità a Montepulciano, la città gotica toscana per antonomasia.

La citazione dantesco/vampirica è esplicita in "Hannibal" (2001) di Ridley Scott, secondo capitolo del Silenzio degli Innocenti, dedicata al celebre psichiatra cannibale, che si reca proprio in Firenze come esperto di Divina Commedia quando fugge dagli USA (qui lo vediamo mentre passeggia tranquillamente davanti a Ponte Vecchio).
Ma per quanto riguarda il formarsi del mito vampirico nello specifico, ancor più di Dante appare rilevante il principale discepolo dantesco. Giovanni Boccaccio difatti, entusiastico commentatore della Commedia, che proprio lui definì divina, elaborò il suo Decameron come dieci giornate in cui dieci giovani fiorentini, fuggiti dalla peste del 1348 che attanagliava la città, si erano rifugiati in un castello distante dal borgo per narrarsi storie ed ingannare il tempo della pestilenza. L'opera, che venne composta nel 1353, rispecchia la struttura della Divina Commedia cui è speculare: cento “conti” di ambiente terreno contro cento canti di argomenti sovrannaturali.
La raccolta, celebre anche nel mondo anglosassone (ripresa da Chaucher verso il 1380 nei sui Canterbury Tales, fornì molti spunti delle opere shakespeariane) celebra la grande pestilenza che opera la transizione verso il rinascimento dell'Umanesimo laico e pagano, e venne citata da Poe nella sua Masque Of Red Death (1842), influenzata non a caso, come vedremo, dalla reprise manzoniana della peste di due anni prima. La peste: tema vampirico per eccellenza, dato che Nosferatu giunge a Londra (o, in altre versioni, come vedremo, a Venezia) a bordo di una nave deserta per, si crede, una improvvisa pestilenza.

Nella Masque-Red di Poe ritorna dunque il racconto di Boccaccio, congiunto all'elemento della masquerade carnascialesca in mezzo alla quale, senza sforzo, riesce a mascherarsi la sanguinosa Red Death personificata. Così, il tema della masquerade vampirica si lega all'altro polo della rinascenza italica, dopo Firenze: Venezia. Il carnevale in maschera veneziano, fondato nelle origini medioevali della città, crebbe d'importanza col passaggio al Rinascimento diventando simbolo identitario della libertà e della licenziosità veneziana, esteso nel corso del tempo da ottobre a Pasqua, durando così due terzi dell'anno. Proprio nel 1339, a una decina d'anni quindi dall'opera del Boccaccio, un'ordinanza tentava di delimitare l'uso della maschera a Venezia per il compimento di crimini, ovviamente invano, certificando la diffusione di tali pratiche illegali. Venezia divenne così, ed è tuttora, il centro ideale degli intrighi, inclusa ovviamente anche la potenziale, fantasmatica presenza dei vampiri.

P.S.: piccola annotazione personale. Con la data di oggi, il blog supera le 10.000 presenze.

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