Vampiri Italiani, Il Settecento


Continua la serie di post sui Vampiri Italiani, giunta ormai al '700.

L'avvio della ricezione del fenomeno vampirico nel corso del '700 ha il suo primo epicentro nella vicina Serbia; ma anche l'Italia si trova nell'occhio del ciclone per il ruolo che nella vicenda viene a giocare, inevitabilmente, la Chiesa. 
 
Nel 1738 difatti, dopo i due saggi del 1732 e il proseguire del dibattito sui casi serbi del 1725-1731, il Cardinale austriaco Schrattembach confidò a Lorenzo Corsini, papa col nome di Clemente XII, notizie di una relazione riservata sul morbo dei vampiri che infestava le regioni dell'Impero, e gli chiedeva lumi in proposito.

A essere incaricato di occuparsene è l'arcivescovo di Trani, Giuseppe Davanzati (1665-1755), di formazione illuministica, che compone in cinque anni una laboriosa Dissertazione sopra i vampiri (1738-43) in cui assume una posizione negazionista.

Perché non si vedono vampiri in Roma, Parigi, Londra o in qualche altra città cospicua d’Europa? (…) Perché i popoli di Slesia, Boemia, Ungheria e Moravia, ove ordinariamente si narrano che succedano queste apparizioni, sono per essi stessi inclinati ad antiquo alle visioni per esser troppo creduli e soggetti all’inganno della fantasia.

In teoria però Davanzati ritiene il fenomeno possibile, benché improbabile, stando a quanto ha ipotizzato Cartesio, che speculava su uomini che potrebbero vivere come automi, privati dell'anima. Davanzati ne vede la possibile realizzazione nelle teorie sui sali essenziali dell'alchimista toscano Borello (all'interno dell'eterna riflessione dell'alchimia per un elisir di lunga vita...), per cui ricondotto un essere vivente ai sali essenziali tratti dalle ceneri, e chiusi tali sali in fiale, lo stesso individuo può essere richiamato in vita ed osservato. 
 
Nel 1746 il teologo Dom Augustine Calmet tenne una Dissertations sur les apparitions sul tema vampirico alla Sorbonne, ispirata alle constatazioni di Davanzati, ma che assumeva posizioni più possibiliste, irrise da Voltaire, mentre avveniva anche la prima trasposizione poetica con “The Vampire” (1748) di Ossenfelder, mentre non accennavano a scemare gli avvistamenti vampirici reali. 
 
Nel 1749 prende però posizione lo stesso papa Benedetto XIV, Prospero Lorenzo Lambertini, salito al soglio pontificio nel 1740. Questi infatti, sulla base delle posizioni di Davanzati, critica l'esistenza dei vampiri nel suo De servorum dei beatificatione et beatorum canonizatione: “Tutt’oggi mancano prove sicure e vengono considerate, anzi, dalle persone più sensate come fallaci finzioni della fantasia”. Come notiamo è mantenuta una certa prudenza: la cosa che più preme alla chiesa è insistere che il vampirismo è al limite un fenomeno fisico di alchimia naturale, ma non di tipo sovrannaturale, sia pure demoniaco: altrimenti, la resurrezione non sarebbe più patrimonio spirituale esclusivo della tradizione ecclesiastica.

Dom Calmet è costretto a riformulare le sue teorie negando con più forza la possibilità del fenomeno vampirico; ma anche altri personaggi più altolocati sono forse spinti a intervenire sul fenomeno. Nel 1755 infatti la stessa imperatrice Maria Teresa, sovrana cattolicissima e al tempo stesso despota illuminata, è costretta a interessarsi del fenomeno che coinvolgeva sempre più i territori di Moravia, Prussia, Ungheria, Valacchia ed Istria. La sovrana finì per emanare un decreto che vietava le esumazioni volte a combattere i vampiri, su consiglio del medico di corte Gerard van Swieten, di formazione illuministica.

Tale soluzione, gradita a Chiesa e Lumi, parve avere effetto. Gli anni '60 del secolo videro un declino delle reali apparizioni vampiriche, che permette di dire a Voltaire, nel suo Dizionario Filosofico del 1764, che la follia vampirica che era divampata negli anni '30 del secolo si è finalmente del tutto sopita (egli pensa, ovviamente, alla fioritura saggistica, che ha letto, e non al reale fenomeno, che è precedente).

Al limite, vampiri erano per Voltaire i declinanti aristocratici dell'Ancien Regime: e forse per tale suggestione condivisa i vampiri letterari torneranno nobiluomini nell'Ottocento, da popolani che erano divenuti nel folklore popolare. O forse era il residuo della radice più antica del mito, nei sanguinari riti nobiliari transilvani di un Dracula o di una Bathory. Comunque sia, Voltaire ignora che proprio nell'anno in cui scrive, con la pubblicazione de “Il castello di Otranto” (1764) di Walpole la moda neogotica di quell'Inghilterra che tanto ammira si trasporta dall'architettura e dall'arte visiva in generale al campo letterario, suscitando l'avvio di quel fantastico revival gotico che condizionerà tutto il romanticismo europeo. Se l'Italia non sarà quasi lambita da tale ondata, essa è invece la location ideale per le storie del neogotico, a partire da questa prima ambientata in una Otranto onirica e immaginaria.

Negli stessi anni di Voltaire, comunque, anche gli illuministi italiani accennano al fenomeno sul “Caffé”, la loro rivista, in un saggio che tratta “Sulla ragione umana” (II, 21-23), del 1765
 
E che diremo noi delle cene de' Romani in cui si facevano scannare per diletto gli uomini, così che cadevano insieme l'ubbriaco conviva e 'l moribondo suo confratello gladiatore? Almeno portassi, o uomo, nella tua ferocia quel non so che di generoso che rende illustri per fino i grandi delitti. Ma quale animale a un tempo più di te crudele ed imbecille? Timido mostro che tremi gir di notte all'oscuro, i tuoni, i lampi ti fanno impallidire, le fantasme, gli spettri, i vampiri e le chimere ti stanno d'intorno per spaventarti.”

La sfiducia verso l'idiozia dell'ignoranza umana è resa mettendo a confronto il folle timore dei fantasmatici vampiri quando l'uomo è già un mostro di suo (e benché apparentemente il riferimento sia ai gladiatori, quelle “cene romane dove si scannavano gli uomini” paiono riferimento agli effettivamente esistenti riti tiestei di tipo cannibalico).

Ma se altrove il dibattito vampirico, abbandonato il campo dell'indagine reale dopo l'intervento congiunto papista e illuminato, è divenuto un tema letterario della nascente produzione gotica, in Italia non troviamo nuove citazioni dopo questa precoce attestazione settecentesca fino ai primi anni dell'Ottocento. Liquidato il vampiro, la Repubblica delle Lettere sembra non sentire il bisogno di parlarne.
Un'eccezione importante è però, indirettamente, il “Don Giovanni” (1787) di Lorenzo Da Ponte, fortunatissimo librettista di Mozart. Come osservato da Alessandro Baricco sulla “Repubblica” del 6 luglio 2003, la leggenda del Don Giovanni – scritta la prima volta da Tirso de Molina nel 1630, e già ripresa a teatro da Moliere – non è immune al sovrannaturale, il libertino viene ucciso da un Revenant mostruoso, il Convitato di Pietra, apparente statua del Commendatore che nel finale si rivela però animato e dotato di forza sovrannaturale. Un potenziale revenant vampiristico, quindi, anche se invece il vero modello del futuro Lord Ruthven – Lord Byron è piuttosto lo stesso Don Giovanni, il modello del libertinismo tardosettecentesco che Lorenzo da Ponte e Mozart, entrambi massoni e libertini, guardavano invece con sogghignante simpatia.

Collezionista di giovani vergini che seduce e abbandona, di cui l'assistente Leporello / Renfield tiene doviziosamente traccia nel “catalogo”, che ammonta ad oltre duemila vittime, Don Giovanni non uccide fisicamente, ma sprezzantemente uccide la reputazione per puro diletto e produce così la non-morte sociale della perdita dell'onore virginale. Per alcuni, nell'opera c'è anche l'influsso del vero modello del Don Giovanni, Giacomo Casanova, che con Da Ponte era in contatto epistolare e che lo incontrerà di persona nel 1791 nella Praga magica del tempo (esattamente come, altra specularità, sarà l'italiano d'origine Giovanni Polidori a trasporre in Lord Ruthven/Don Giovanni il suo Casanova, Lord Byron).

Superfluo sottolineare poi come Casanova e Da Ponte siano entrambi veneziani, la città simbolo del libertinismo culturale ed erotico dell'epoca, le cui glorie stanno per finire nel triste 1797 in cui Pantalone paga il colpo di mano del giovane generale Napoleone Bonaparte, vincitore della campagna d'Italia a partire da quella prima fortunata vittoria a Mondovì. Da allora il fantasma di Venezia, la Venezia impossibile della repubblica oligarchica, continuerà ad aleggiare nel fantastico italiano.

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