Vampiri Italiani. L'antichità



Inizio con questo post un approfondimento sul mito vampirico nelle sue misconosciute origini italiane. Uno studio più vicino allo spirito esoterico-locale del mio blog, che proseguirà nei prossimi giorni.

Un diffuso luogo comune ci ha portati a pensare che la tradizione vampirica abbia poco a che fare con la cultura italiana e mediterrenea in generale. In verità, è vero l'opposto: il mito vampirico nasce nell'area mediterranea, a partire dal mito delle Lilitu mesopotamiche e poi ebraiche, inizialmente "signore dell'aria" apportatori di pestilenze per i sumeri e quindi "signore della notte" per il popolo ebraico, che ne accentuò il carattere di succhiatrici di sangue e le collegò al mito del primo uomo, Adamo, il cui figlio Caino sarebbe stato, per certe leggende, un discendente della Lilith primordiale.

Anche la cultura greca tratta di figure femminee di tipo vampirico, le Lamie: metà donne metà draghi, immuni ad armi comuni, bevevano il sangue delle loro vittime, di preferenza bambini. Duride di Samo narra la storia di una primigenia Lamia libica la quale, unitasi a Zeus, ebbe dei figli che Hera la spinse ad uccidere, errando poi nottetempo ad uccidere i bambini delle altre madri.
Altro mostro protovampirico erano le Empuse, splendide fanciulle nella parte superiore del corpo, mostruose nella parte inferiore, che ugualmente si cibavano di sangue e carne umana. Da notare come il mito vampirico, nei suoi primordi mediterranei, sia marcatamente un mito femminile, collegato alla condanna patriarcale delle antiche dee che spesso possedevano un volto crudele e non rifuggivano le offerte di sangue (un mito che origina numerose altre figure simili: Sirene, Arpie, Erinni o Furie, Moire o Parche, e via dicendo).

Nel mondo romano, il mito delle Lamie sopravvive nelle Striges, note anche col nome di Mormos: metà donne, metà uccelli notturni, esse si cibano del sangue delle vittime, di preferenza infanti. Stando ad Ovidio la Strix deve il suo nome alle sue strida terrificanti. Creature che si nutrivano di sangue, ma di natura più spiritica, erano anche i Lemuri, spettri delle anime che si aggiravano nei cimiteri, e i Succubi femminili e gli Incubi maschili, che tormentavano nel sonno. In questi casi, spesso più che il sangue il mostro si limitava ad un vampirismo di tipo psichico, deprivando il vivente della sua energia.

Per i romani, poi, soprattutto, la suzione del sangue per fini magici era una accusa ideale da scagliare sui propri nemici per giustificare la propria superiorità morale: accusa rivolta innanzitutto contro i popoli celtici, quindi contro i cartaginesi, che praticavano entrambi, in effetti, riti legati al sangue, quando non al sacrificio umano reale. L'accusa sarà poi rivolta alle faide interne (Sallustio accusa Catilina di sigillare le sue riunioni bevendo coi cospiratori una coppa di sangue umano), riflettendo tuttavia una reale sopravvivenza dei culti tiestei, mescolati alla galassia dei culti eterodossi sopravvissuti nell'eterogeneo "corteo di Dioniso" che faceva da controcanto al rito apollineo ufficiale. Alla fine l'accusa venne rivolta verso le nuove religioni misteriche importate da oriente, ivi inclusi ebraismo e cristianesimo, che diffusero il mito mesopotamico delle Lilitu, a cui si ricollegarono i vari dualismi gnostici di stampo ofitico (devoti al Serpente) e Cainita.

Questa antichità classica del mito vampirico verrà in qualche modo riconosciuta anche nel '700, quando il mito vampirico rinascerà sulla scorta della sua sopravvivenza nordica. Il più autorevole scrittore che si cimenterà all'epoca col mito, Goethe, sceglierà difatti di rifarsi al mito della Fidanzata di Corinto (1797), narrata ad Adriano dal liberto Flegione: Filinnio, cristiana, ama un pagano, ma la madre glielo vieta. Lei si uccide e quindi torna sulla terra in forma di vampiro, alla ricerca dell'amore perduto. 

La figura delle donne-vampiro classiche sarà una presenza ricorrente dell'immaginario vampirico dell'arte decadente tardo-ottocentesca: verso gli anni '90 del secolo troviamo difatti le tre Lamie dipinte dal rusicrociano Waterhouse, qui unificate in un'unica immagine di copertina, o la fortunatissima Lilith di John Collins e diversi altri, cui forse dedicheremo in futuro un apposito post. Ma per ora, l'importanza del mito classico nell'immaginario vampirico ci pare dimostrata. Nel prossimo post, vedremo come esso sopravviverà nella grande masquerade medioevale.

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