Vampiri Italiani. L'Età Moderna.





Terza parte del mio studio sui vampiri italiani.

Abbiamo visto come, già all'interno del Medioevo, i due principali poli del rinascente umanesimo italiano fossero in qualche modo collegati al retroterra culturale dell'immaginario vampirico: Firenze per i demoni infernali di Dante e per i gaudenti narratori che festeggiano mentre fuori il popolo muore di peste in Boccaccio (che sarà, su questo, ripreso da Poe); Venezia per il suo lunghissimo ed esteso carnevale, al cui immaginario si ispirerà la Masquerade vampirica. La peste del 1348 non fu ovviamente l'unica: la tumultuosa espansione delle città mercantili italiane si accompagnò per i tre secoli successivi a nuove decimazioni seguite da susseguenti esplosioni demografiche fino all'ultima grande peste del 1630-31, quella che farà da sfondo alle vicende dei Promessi Sposi manzoniani (di recente anch'essi "vampirizzati" ne "I promessi morsi").

Venezia sviluppò tuttavia nel tempo un ruolo ancor più fondante, essendo più vicina di Firenze a quei territori slavi dove il mito draculico del vampiro si andava diffondendo per via della propaganda di Mattia Corvino (1450-1490 c.) contro Vlad Tepes; Il fenomeno accentuato dal declino di Firenze con la morte di Lorenzo (1492), evento che segna il passaggio all'Età Moderna.

Col tempo infatti, più che l'originaria Transilvania, era l'area della Serbia ad esser divenuta il fulcro delle leggende vampiriche. La cosa è pienamente logica: nella sua area di origine difatti Vlad Dracul continuava ad essere, non a torto, un eroe della difesa nazionale dall'invasione turca; è nelle zone limitrofe che tale propaganda aveva attecchito sconfinando poi nella mitologia popolare.

La pestilenza che colpisce Venezia tra 1575 e 1577 diffonde anche qui un mito vampirico, quello del Nachzehrer, il Laceratore di Sudari, revenant in grado di risorgere lacerando a morsi il proprio velo funebre. Risalgono a gennaio di quest'anno prove archeologiche rinvenute a Venezia circa l'esorcismo di uno di questi supposti ritornanti, una donna il cui teschio è stato bloccato nella bocca con un mattone, il cui volto (e il teschio conservato) vediamo nell'immagine di copertina del post.


In particolare, però, è nelle campagne dell'Istria, l'ampia penisola triangolare appartenente al territorio veneziano e confinante con la Serbia, che troviamo il primo vampiro che passa dal folklore alla cultura alta.
 
Se in Serbia era diffuso il mito del vampiro zingaro, che poteva essere ucciso solo dal mezzo-vampiro suo figlio, il Dhampir (non a caso ripreso da un importante fumetto italiano degli ultimi anni), l'Istria sviluppò invece lo Strigon, sopravvivenza delle Striges romane. Come esse lo Strigon si nutre di sangue, prediligendo quello delle fanciulle. Può essere vinto dal Kresniki, l'uomo “nato con la camicia”, ovvero col sacco amniotico, il quale gli deve piantare nel cuore un ramo appuntito di biancospino selvatico.

Lo Strigon che dà il via a tutta la ricezione colta del fenomeno vampirico è Jure Grando, morto nel 1656, riesumato nel 1672 ed esorcizzato come vampiro. Come si vede dalle date, si tratta di un l proto-vampiro rispetto alla grande fioritura serbo-settecentesca: ma è ancora più rilevante il fatto che sia il primo di tali vampiri a passare nella ricezione saggistico-letteraria.

Di Jure Grando (il cui nome può richiamare “La Grande Legge”: che in ambito vampirico non può essere che quella della Masquerade, che egli violava...) parlò difatti per primo nel 1689 Johann Weichard von Valvasor nella sua storia del ducato di Carnia e quindi nel 1690 Erasmus di Francesco nel suo commentario all'opera del Valvassore. Nel 1704 una nuova opera, Magia Posthuma, viene elaborata a studiare il fenomeno latente dei Revenant, che esploderà solo dopo l'acquisizione della Serbia da parte dell'Impero nel 1718, quindi con un grande anticipo rispetto alla data presunta di inizio del fenomeno.

Da allora, il vampiro usciva dalle leggende popolari, e arrivava finalmente alla sua diffusione moderna.

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