Fools























Visto ieri sera qui a Mondovì una bella rappresentazione del "Fools" di Neal Simon, un'opera di cui finora avevo solo sentito parlare. (allerta spoiler as usual, of course). Simon, classe 1927, è divenuto famoso per "A piedi nudi nel parco" (1963) e "La strana coppia" (1965), trasposti al cinema rispettivamente nel 1967 e nel 1968. Le commedie del secondo periodo sono più riflessive di quelle degli anni '60, maggiormente ispirate all'intrattenimento puro; e tra queste "Fools" (1981) è una delle più significative. Il gioco in fondo è quello già dei surrealisti e del teatro dell'assurdo, da "La cantatrice calva" (1950) di Ionesco in poi; ma in fondo già il Socrate di Aristofane, per quanto intelligentissimo e non stupido, giocava su un (voluto) fraintendimento del linguaggio per abbindolare il prossimo con riuscito meccanismo comico. Ovviamente le tre opere sono diversissime tra loro, ci mancherebbe, ma accomunate da questa propensione filosofica al metalinguaggio.

In Fools l'incomunicabilità deriva dalla maledizione del piccolo villaggio russo di fine Ottocento dove è ambientata la storia, profezia che si autoavvera per il convincimento degli abitanti di essere maledetti alla stolidità, stupidità che coincide in sostanza - il vecchio trucco - con la perdita delle normali convenzioni del linguaggio. Il sagace ed entusiasta maestro protagonista riesce a ideare  maieuticamente un modo per illuderli di aver annullato la maledizione, e così l'effetto placebo fa la sua parte e i cittadini ritornano stupidi come tutte le persone normali. 

Un'opera estremamente interessante, dunque, messa in scena nel mio caso da una compagnia di dilettanti estremamente bravi e convincenti. Un'ultima piccola annotazione da appassionato di fantascienza ed ermetismo: la risposta al senso della vita, che lo stupido medico del villaggio si affanna a identificare in un numero, uno dei motivi portanti dell'opera, è una probabile "citazione" di un precedente prodotto "popular" come "Guida galattica per autostoppisti" (1979) di Douglas Adams, che ironizza su una diffusa tentazione della tradizione ermetica occidentale a codificare "la formula dell'universo" (riproposta in chiave seria, di recente, anche in Lost). La foto di copertina è tratta da una vecchia copertina di Time, che dimostra come Simon sia almeno in USA una icona del contemporaneo; le immagini qui sotto invece vengono da un recente allestimento di "Barefoot in the park".













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