La leggerezza del menhir

Lorenzo Barberis, "L'insostenibile leggerezza del menhir" (2011)

Durante una passeggiata nel parco sotto casa nostra, l'altro ieri, mi sono soffermato come al solito ad ammirare i cinque menhir che adornano il finto anfiteatro, anonimi residui di un vecchio laboratorio di scultura tenutosi verso il 2005 presso la Mostra dell'Artigianato di Piazza. 

Mi sono sempre piaciute quelle cinque grosse pietre squadrate, abbandonate forse un po' troppo casualmente, con ermetico understatement, ai margini del semicerchio del finto anfiteatro ormai abbandonato (un tempo vi si tenevano le rassegne di musica giovanile, sospese dopo che un folle che si autonominava Lucifero aveva minacciato di sparare sulla folla lì convenuta per via, pare, del satanismo della musica stessa). Mi sono così stupito a notare - su osservazione del mio amico Fabrizio - che la mia scultura preferita, quello che credevo un puro e nudo menhir, era invece decorato con una sottile piuma scolpita su di esso, come la penna di un ciclopico volatile miracolosamente pietrificatasi nel tempo. 

Fabrizio ha notato correttamente come richiamasse la celebre cover del quarto album dei Led Zeppelin (1971), il più esoterico della band, in cui ognuno dei componenti sceglie per sé un simbolo ermetico. Il cantante Jimmy Page, che aveva del resto acquisito la Boleskine House, la villa di Crowley sul Loch Ness, assume il celebre e criptico simbolo ZOSO; il simbolo della piuma inscritta nel cerchio, tradizionale emblema della filosofia, viene assunto da Robert Plant, anch'egli affascinato dal tema occulto. Nella scultura di Mondovì il riferimento alla leggerezza della piuma viene esaltata dalla apparente pesantezza della pietra, con un rimando neoplatonico di sapore michelangiolesco (l'artista che deve solo liberare lo spirito ideale dell'Arte dalla prigionia della materia grezza). Insomma, un interessante ritrovamento, cui ha fatto seguito poco dopo un'altra interessante scoperta. Ma ne tratterò in un prossimo post.

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