Tangled


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler.


Visto di recente Tangled (2010), il lungometraggio Disney ispirato alla leggenda di Raperonzolo nella versione narrata dai Grimm (1812). In Italia si è tradotto Rapunzel, il nome inglese dell'eroina, data l'intraducibilità del gioco di parole del titolo (reso vagamente nel sottotitolo "L'intreccio della torre"). Tangled significa "ingarbugliato", con molti sensi: quello letterale (Rapunzel impigliata nei suoi capelli) sia simbolico, ovviamente (impigliata nella pericolosa comodità della torre, impigliata nei suoi capelli che, fuori dalla comfort zone artificiosa della sua prigione, la rendono potente ma anche goffa, impacciata, diversa dagli altri).

L'opera mantiene certe aspettative disneyane. Negli aspetti esteriori il film è fedele allo spirito originale della fiaba, sia nell'elemento magico dei capelli dotati di poteri magici sovraumani (un mito di Sansone al femminile), sia nel sottotesto psicologico con la cattiva Gothel accentuata nel suo ruolo di ricattatoria madre-matrigna, il tutto sviluppato col giusto grado di ironia.

In qualcosa si ricorda quasi un luogo comune dei poemi eroici e cavallereschi, le mollezze come la prigione ideale dell'eroe, il castello di Atlante in Ariosto, ma anche la torre in cui è imprigionato il protagonista de La vita è sogno di Calderon de La Barca.

Forse un successo così marcato si lega al fatto che il primo digitale dedicato ad una Disney Princess rilegga l'Archetipo più puro della damsell in distress rinchiusa in una torre. Archetipo che, ovviamente, la Disney rilegge nella sua chiave progressista, della principessa che si autolibera (certo non assolutamente da sola: auto-liberarsi è anche capire di aver bisogno di relazioni).

Una trasformazione che è presente in sottotraccia nell'epopea disneyana fin dalle sue origini, in fondo, ma che qui diviene come non mai esplicita, ed iconica. In un certo senso, abbiamo un aggiornamento di Cenerentola: là la matrigna castrante era tale in senso punitivo (anni '50), qui la trappola in cui è impaniata nelle sue comodità, nella sua comfort-zone, è creata da una mamma/falsa-amica molto più anni 2000.

Come nella realtà, l'uscita dalla soffocante cella famigliare dalle pareti imbottite può essere forzata più dall'incontro con un giovane guascone che con un troppo rispettoso nice guy (e anche questo è un topos consolidato, da Pride and Prejudice in poi, per tutta la migliore fiction sentimentale).

Interessante il fatto che all'inizio Rapunzel e Flynn dovevano essere due teenager imprigionati per magia nel mondo medioevale (anche qui, tangled, magari con qualche ironia di secondo livello per i nerd sull'entanglement quantico), che confermerebbe l'idea di una metafora moderna.


Appare curioso che il classico subliminale SEX disegnato nei capelli colto subito dai complottisti massonico-disneyani (qui da noi il trolleggiante Centro San Giorgio) per una volta non sembri peregrino, perché nei confronti dell'adorabile mascalzone Flynn Rider (un rovesciamento, sia pure bonario, del classico principe senza macchia e paura) hanno effettivamente una valenza sottilmente, simbolicamente erotica.

Ma in realtà, dalla Laura del Petrarca in poi, il significato dei "nodi d'amore" dei capelli non ha alcun mistero esoterico.

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