Tron And Domination


"Tron Legacy" (2011)

Ho visto di recente il "Tron Legacy" disneyano, su cui la massonica casa di produzione ha molto puntato. 

Probabilmente ero anche prevenuto a casa dalla stroncatura di un mio amico su Wundergammer, ma effettivamente il film è stato una totale delusione, anche in considerazione del valore quasi mitico assunto, nel tempo, dal lisergico "Tron" di Lisberger nel 1982, l'anno di nascita del cyberpunk che, se si fonda sul coevo "Blade Runner" per l'immaginario urbano esterno, deriva la sua città virtuale del cyberspazio da questo "film per ragazzi" della Disney.  Un film così innovativo, all'epoca, da non aver potuto concorrere all'Oscar per gli effetti speciali, poiché la giuria era interdetta se considerare legale un così massiccio uso di computer grafica.

Quorra
In gioventù, Tron era quasi una promessa: se gli eredi del buon vecchio zio Walt ci hanno annunciato il cyberspazio, vuoi che non sia tutto parte di un piano per consegnarci a breve un caschetto virtuale che ci immerga, senza smaterializzarci, nel fantastico mondo di Tron? E in effetti, nel 1992 le promesse sembravano compiute con i primi moduli di interfaccia esterno e il mediocre "Tagliaerbe", che scopiazzava male il Tron della nostra infanzia. Poi nulla: il cyberspazio squadrato, nella grafica CAD tridimensionale che avevo conosciuto a fine anni '80 sui computer dell'ITIS nel laboratorio di disegno di mio padre, rimase soltanto nei fumetti italici di Nathan Never, dove ancora appare oggi nell'albo celebrativo del ventennale. Da Matrix (1999) in poi, la realtà virtuale del futuro è per forza di cose indistinguibile dal reale. 

Tron Cars

Appare giusto, ovviamente, per il rigore dell'estrapolazione, se già oggi la computer graphic è in grado di realismi caravaggeschi impressionanti: e tuttavia la sintesi grafica di Tron aveva un fascino ineguagliato, un amarcord simbolico che speravo il suo sequel mi potesse far assaporare, in un attimo di ReTro(n)futuro. La trama è sciatta, improvvisata, una stanca imitazione dell'originale: si è persa l'unica legittima occasione di tornare a far manierismo sul ciberspazio in 8-bit delle origini, persino le moto virtuali non tracciano più gli archetipi percorsi rettilinei ma insulse scie luminose. Si salva solo il castello iniziale della Disney in versione virtualizzata, e tutto sommato la bella di turno, Olivia Wilde, cyberprogramma senziente appassionata di Jules Verne. Tutto il resto si perde nelle nebbie del cyberspazio che non fu.


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