Risorgimento Strisciante


L'incontro romantico al Pozzo.

Vista ieri una bella mostra dedicata al Risorgimento qui in Mondovì, all'interno delle celebrazioni unitarie finora piuttosto sottotono, come in tutt'Italia del resto, visto che il 150 - di cui ormai nessuno parla più - è surclassato dalla crisi globale e del paese, uno dei punti più bassi della storia.

"Strisce di Risorgimento", titolo (involontariamente?) allusivo a un orecchio malizioso, racconta infatti il movimento di unificazione nazionale ricorrendo al medium del fumetto, evocando una carrellata molto ampia e interessante della ricezione di questo fenomeno.

Qui si possono trovare tutte le informazioni sull'allestimento di Mondovì, che consiglio senz'altro di visitare a chiunque sia in zona, e qui le informazioni sulla mostra sotto il profilo fumettistico, organizzata dal Museo nazionale del fumetto di Lucca, ma con una collaborazione piemontese da parte dello studio Gaidano&Matta  di Chieri.

La mostra era ricchissima di materiale, a dimostrazione del successo del tema dell'epopea fondativa della nostra nazione nell'immaginario disegnato. Per contro, il Risorgimento non ha funzionato nel cinema, il "gemello maggiore" del fumetto, e invano Ciampi invocava - ancor prima di diventare presidente delle celebrazioni e poi dimettersi - un film sul Risorgimento che lo facesse apprezzare ai giovini. Ma i pochi film validi, a partire da "Senso" (1954) di Visconti, mi sembrano quelli dell'anti-risorgimento, della distruzione di un mito che filmicamente non era mai realmente cominciato, scapigliatura neorealista alla fratelli Boito contro un romanticismo manzonian-carducciano totalmente letterario.


Anita discinta in tutto il suo splendore rivoluzionario.

Spiace per Ciampi, ma temo che i giovini non abbiano apprezzato più di tanto nemmeno i fumetti didattici, dai primi esperimenti della retorica risorgimentalista della stampa massonica da Corriere della Sera dei Piccoli (l'unca a rivendicare tale mito in modo in fondo legittimo e autentico), che nel 1908 raccoglieva, nel segno del fumetto infantile, una ricca tradizione di vignettistica umoristica che, questa sì, aveva interpretato i volti del risorgimento come archetipi della satira italiana.

Ai massoni seguì la forzatura del fascismo mussoliniano che riscopre da Mameli che "i bimbi d'Italia si chiaman Balilla" e allo scugnizzo genovese protorisorgimentale dedica il suo giornale a fumetti (nato contro la strisciante fronda del "Giornalino" cattolico). 

Poi, postbellicamente, Garibaldi fu certo omaggiato simbolicamente anche dal Biancofiore, ma fu soprattutto il Fro.De.Pop., il fronte democratico del popolo (si, nemmeno Guareschi ci credeva: i comunisti si erano autodenominati Fro.De. popolare, meglio del M'in.Cul.Pop. fascista) ad assumere Garibaldi nel simbolo quale proprio eroe proto-resistenziale (e Guareschi, il primo intellettuale italiano a comprendere davvero la potenza iconica dei cartoon, lo modificò lievissimamente sotto il profilo grafico in modo che rovesciato desse il ritratto di Stalin). Del resto, il Tex Killer nazionale, garibaldino in camicia gialla da Yellow the Kid, operava in un West coevo della nostra indipendenza, uno scenario che avrebbe aleggiato nelle successive riabilitazioni dei briganti meridionali.



Garibaldi fu ferita

Con gli anni '70 infatti, l'attacco a tenaglia dei sessantottardi libertari e dei neoborbonici ultracattolici, entrambi volti ad esaltare i Briganti contro l'Invasione Sabauda, il tema diventava topico di un fumetto colto, critico, rivolto a un pubblico adulto se non intellettuale, comunque in continuità cartoonesca con le politicissime vignette al vetriolo della stampa satirica già ottocentesca.

Ci vorranno gli anni '80 della prima, strisciante Leganord a ricompattare catto-e-comunisti, Linus e Giornalino, attorno alla resistenza come nuovamente positivo simbolo unitario, certo sempre intorno al mito di Garibaldi più che attorno all'astuzia scettica di un Cavour.

Da allora non si registrano particolari sommovimenti simbolici in ambito fumettaro, salvo constatare la timidezza con cui ancora oggi si riscrive il mito archetipo dell'unificazione. In fondo, siamo sempre nei dintorni della rivisitazione umoristica (con punte talora eccezionali, come Artibani e Cavazzano) oppure alla storia del risorgimento in salsa western ricalcato dai vecchi numeri di Tex.



Supergirl's Death

L'unica vera operazione che resterebbe da fare (già suggerita in tono ironico da Repubblica, vedi sotto) è la connessione diretta tra l'archetipo del Risorgimento e l'archetipo del fumetto, rendendo definitivamente Garibaldi un superuomo dotato di superpoteri, con una partner sexy come Anita e un arcinemico terribile come Pio IX (realmente dotato, in effetti, del superpotere dell'Infallibilità, acquisito proprio in quegli anni). Mazzini sarebbe perfetto nel ruolo del maestro ninja dall'aria zen, mentre Cavour è l'irascibile Jameson che cerca di screditare il supereroe agli occhi del bonario commissario Vittorio Emanuele II. Disegnatore d'obbligo, ovviamente, il talentuoso José Garibaldi, che dal portfolio sembra ben disposto alle contaminazioni.

In fin dei conti, anche Superman era l'Eroe dei due Mondi.



La Repubblica garibaldina



Il crowleyano Stalin di Guareschi, 1948.


José Garibaldi's Superman

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