Nel Mezzo Del Cammin


 L. Osterely, "Dante e Beatrice" (1875 c.)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai in una selva oscura
che la diritta vita era smarrita.

Così scriveva il Dante Aligheri del 1313 parlando del sè stesso del 1300 spaccato: ignorando, ovviamente, di essere ben oltre il 50% del suo percorso esistenziale, dato che gli restavano ormai solo più sette anni di vita. Non una considerazione così amena da fare nel proprio trentacinquesimo compleanno, ma credo che nessun letterato vi possa sfuggire - e anche gli omini sanza lettere, in fondo, conoscono questo passo per reminiscenze di scuola o di quiz televisivo.
In fondo il sommo poeta (l'unico, probabilmente, per cui tale termine possa essere usato senza intenzione sarcastica) nel suo Pellegrino identifica l'iniziato medio - solo una volta egli è chiamato Dante da Beatr-ix, la personificazione della teologia - e quindi il settanta totale ha un valore statistico, di valor medio; il che va già meglio, ma ovviamente non mi soddisfa.

Guardando al passato, ricordo con una certa vertigine quei venticinque anni, che sembrano ieri, in cui mi auto-citavo il piemontesissimo Guido Gozzano, che proclamava ironico ma non troppo "ho venticinq'anni: son vecchio" forse anche lui sedotto dal parallelo col trentacinque dantiano, anche lui a meno di dieci anni della scomparsa, all'atto di affermarlo.

Ma tralasciamo le sensazioni mortifere che, in fondo, il compleanno mi stimola sotterraneamente: la sensazione di aver iniziato "the second half of your life" è innegabile, ma mi auguro, dunque, che sia una seconda metà in senso simbolico, di una nuova fase - di acme, non declinante - dell'esistenza, cui aggiungere magari un terzo trentacinque, o almeno un terzo trentatrè dantesco. Ecco, sì, così inizieremmo a ragionare.

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