Captain America



Ho inaugurato il nuovo anno col recente film su Capitan America, l’ennesimo dell’eterno rinascimento dei supermen col cinema digitale del nuovo millennio (spoiler alert as usual). Il film in sé non era male, per una certa meta-letterarietà nell’interpretare il personaggio (il Cap del film era, all’inizio, un eroe finzionale usato per pura propaganda, con tanto di merchandising, film e appunto fumetti… fino alla sua ovvia ribellione al ruolo di scimmietta ammaestrata). Non mancava neppure un ormai classico riferimento al nazismo esoterico, con la SS ribelle Teschio Rosso, fondatrice dell’ermetica organizzazione Hydra, e una interessante connessione con la mitologia germanica già presentata nel recente film su Thor, che fra presumere possibili buoni sviluppi nell’unificazione dei due nel prossimo The Avengers, che vedrà la luce in questo 2012.

Tuttavia, tutti spunti non sufficientemente amplificati, in confronto alla grandezza del Cap originale. Creato da Jack Kirby nel 1940 (uscirà a dicembre di quell’anno, anche se già con la numerazione riferita all’anno successivo), il Cap è in un certo senso il terzo grande super, dopo la tesi del Superman alieno del 1938 e l’antitesi del Batman umano del 1939. Ormai la guerra è scoppiata, e i Super divengono lo strumento della propaganda interventista Usa; il Cap anticipa, col suo costume stelle e strisce, quello di Wonder Woman, che l’anno seguente, nel 1941, sarà la prima eroina al femminile di successo. 

Del resto, il suo costume riprendeva comunque lo sgargiante rosso e blu di tuta e mantello di Superman, accentuando però il tema patriottico e introducendo il tema del mutante, che grande fortuna avrà nella successiva età argentea dei comics proprio per mediazione di Kirby, assieme allo sceneggiatore Lee. Il Cap difatti diviene un supersoldato grazie a un siero che ne modifica la struttura genetica (anche se, ovviamente, all’epoca l’interpretazione era più ingenua); cosa che da un lato lo avvicina maggiormente ai suoi lettori comuni mortali, e dall’altro li trascende. Chiusa la serie regolare già nel 1950, nel declino postbellico dei Super cancellati dai crime comics (la desertificazione totale è del 1952), già nel 1953 se ne era tentata una prima, timida ripresa, in chiave di eroe anticomunista, ma con moderato successo. In seguito, il Comics Code di autocensura del 1954, stimolato dalle battaglie del maccartista psichiatra Wertham contro i crime comics, creerà le condizioni per la rinascita dei Super; il Cap ritornerà nel 1964, all’interno dell’universo marvelliano creato da Kirby e Lee dall’inizio dei 1960, scongelato dal blocco di ghiaccio ove era stato ibernato (e in cui veniva adorato dagli eschimesi come un dio: il tema del cargo cult è dominante nei super-comics). Da allora, continua ad essere il pilastro dell’universo Marvel, il simbolo del buon superuomo All American.

Spiace però che tutto questo sia in parte andato perso, nel film, per la sordina messa al tema nazista, per l’ovvia ragione di non giocarsi il fruttuoso mercato tedesco: era interessante soprattutto la comune origine dei poteri di Red Skull e del Cap, derivanti dallo stesso siero. Cosa che avrebbe potuto dare il via a una interessante interpretazione critica, che appare tuttavia assente.



Tra l’altro, in una versione spuria del mito, il superuomo nazista Red Skull era in verità un ragazzo del nord Italia, rapito dagli occupanti tedeschi, il giovane e dotato Tadzio De Santis. Questa la brillante versione del film del 1990, b-movie sulla scia del gotico Batman di Tim Burton (1989), che puntava a risolvere in questo modo il problema del mercato tedesco. Una soluzione che, ben sviluppata, avrebbe fatto la gioia di noi fumettofili italici e di D’Annunzio; ma Hollywood ha preferito conciliare canone e opportunismo politico, e quest’opzione, purtroppo, è andata persa.

Post più popolari