Edgar


Naomi Watts as Helen Gandy, la segretaria di Hoover, in "J. Edgar" (2011)

Visto ieri "J. Edgar" (2011), il recente film di Clint Eastwood dove Leonardo Di Caprio interpreta lo storico direttore dell'FBI, Hoover (spoiler alert as usual). Per chi è affascinato di complottismo, Hoover costituisce una pietra miliare di ogni cospirazione dalla sua salita al potere fino alla morte - sia pure in disgrazia - nel 1972. Ed Eastwood non delude, realizzando un affresco a fosche tinte del potente ed enigmatico personaggio, confermando anche la diceria che gli attribuiva una tormentata relazione omosex col suo fedelissimo e inseparabile braccio destro Tolson.

L'impostazione del film in particolare è interessante. Si parte dalla fine, quando un Hoover ormai declinante - siamo nel 1963 - detta a un giovane agente la sua biografia. Espediente classico, all'apparenza, ma che qui gioca sul fatto che Hoover diede una importanza fondamentale alla riscrittura della realtà costruendo egli stesso il proprio mito di super-agente FBI. Sul finale infatti la narrazione che abbiamo visto viene rovesciata in più punti dal fido Tolson, che accusa Edgar di aver descritto lui quelle scene per "farne dei fumetti" (in particolare la celebre definizione di "G-Men" messa in bocca a un gangster nemico, per governative men).

Questo elemento, con cui il regista ci spinge a mettere in dubbio ogni elemento della narrazione, si riflette nel gioco di specchi attraverso le quali spesso ci sono mostrate le scene del film stesso. Quello che appare, inclusa appunto l'omosessualità di Hoover, che qui viene data per certa, ma anche quello che viene eliminato, e sono parti importanti della biografia hooveriana e della storia dell'FBI.

Infatti, con una radicale scelta narrativa, abbiamo solo i due estremi della vicenda: l'ascesa e il declino.


Nell'America dell'hard boiled non bastava coordinare le indagini. Bisognava anche mettersi in posa per i fan.

J. Edgar Hoover era nato il primo gennaio del 1895, l’anno che ci dà l’automobile, il cinema, il fumetto e la fantascienza. Laureatosi in legge nel 1917, nel dopoguerra aveva iniziato a lavorare nel debole Bureau of Investigation fondato nel 1908; nel 1924 viene chiamato a dirigerlo, per fronteggiare il rampante gangsterismo dell'età proibizionista e in seguito la violenta criminalità dell'età della depressione, nei '30. Li affronta con l'applicazione di metodi scientifici, impronte digitali e analisi di laboratorio, e la creazione di un vastissimo archivio di informazioni.

Con lo scoppio del caso di Baby Lindbergh nel 1934 il Bureau ha la sua grande occasione, come descritto nel film, e dopo aver risolto il caso portando alla condanna a morte del colpevole nel 1936, l'FBI ottiene la sua definitiva consacrazione giusto in tempo per fare la sua parte, come detto, nella guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra, le risorse vengono rivolte contro la minaccia comunista; con la fine del maccartismo (1954), il progetto di controspionaggio diviene segreto (1956), e verrà disvelato solo nel 1971, a un anno dalla morte di Hoover stesso.


Una delle prime celebrazioni di Hoover, in un fumetto supereroistico del 1942, dove il capo dell'FBI diviene membro onorario della Justice Society of America. Col declino del genere supereroico, l'FBI troverà posto nel fumetto poliziesco, contrastando i crime comics che, come i film d'anteguerra, celebravano i pericoli pubblici come eroi popolari.


"True FBI Cases", le parole che metteranno in difficoltà Hoover. Quasi sempre sulla prima pagina, del resto.


The F.B.I. Story, il film del 1959. (le immagini dei fumetti sono tratte da questa interessantissima ricerca qui)

Sono gli anni dei "fumetti di Hoover", e tutta questa parte viene sostanzialmente elisa dal film di Eastwood, mentre è oggetto di attenzione nel film celebrativo sull’FBI della Warner Bros, del 1959, da cui si ripartirà per un telefilm ugualmente encomiastico, nello stesso anno del  magnifico film Disney, “FBI – Operazione gatto” (1965), che illustra i benefici dell’FBI ai bambini (questa volta, in lotta contro i classici gangster: ormai c'è la distensione).

Proprio gli anni su cui si sofferma appunto "J. Edgar", affiancando alla costruzione del mito il declino dell'uomo, che non riesce infine a fermare coi suoi metodi l'ascesa del reverendo nero Martin Luther King. 

Dopo la sua morte, Hoover diviene una presenza fissa dell'immaginario hollywoodiano, fino al presente film dedicato in esclusiva. Copiaincollando da Wikipedia, difatti, troviamo.



Ma non prima della sua morte, è chiaro. I letali dossier di Hoover, forse, non erano solo parte del mito.

Insomma, quello di Eastwood è un affresco che, per usare una definizione eretica, potremmo definire "manzoniano": nel senso, ovviamente, del Cinque Maggio, dove il don Lisander, partendo dalla fine di un mito, dalla "spoglia immemore orba di tanto spiro" aveva evitato la pedissequa ricostruzione delle imprese del grande dittatore, ripercorrendole in modo ellittico, "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", soffermandosi poi sul finale per lanciare l'ombra di una potenziale tardiva conversione (un fanservice voluto dagli sponsor, probabilmente). Lasciandoci con l'interrogativo che, in fondo, può valere anche per Hoover: "Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza". E comunque, Egdar, grazie per i fumetti.




La locandina americana è più subliminale. Alla periferia dell'impero, invece, si fa esplicito riferimento all'FBI fin dal titolo.


La connessione FBI - Impronte digitali non è esclusiva di Eastwood, del resto.


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