Oscar alla carriera



Ho saputo oggi che è morto Oscar Luigi Scalfaro, una figura che, bene o male, ha segnato tutta la storia della nostra Italia repubblicana.

Nato nel 1918, l’anno di fine della Grande Guerra, nel 1930 entra in quell’Azione Cattolica per cui la chiesa aveva ottenuto libertà d’azione in cambio del concordato del 1929, in cui investiva Mussolini quale Uomo della Provvidenza.
Scalfaro tenne sempre alla giacca lo stemmino dell’AC, perfino da presidente della Repubblica.

Nel 1941 diviene magistrato, e ovviamente giura fedeltà al fascismo, nel 1943, per entrare in magistratura. Con la resistenza, passa dall’altra parte, dove si distingue per essere l’ultimo giudice ad aver comminato condanne a morte nell’Italia repubblicana, nel 1945.

Nel 1946 abbandona la toga – ma non l’A.C. – per la politica; nel 1950 diviene celebre per un episodio, in cui, con tanto di forza pubblica, costringe a “rivestirsi” una signora che in piena estate aveva osato scoprire le spalle. Il marito lo sfida a duello, lui rifiuta, e Totò, principe de Curtis, si dichiara pubblicamente sdegnato.
Però l’episodio non è inutile, perché lo nota Mario Scelba, leader della destra DC, che lo chiama nel suo governo allo colloca allo strategico sottosegretariato per lo spettacolo.

Sono gli anni in cui il futuro predecessore Cossiga pasticcia con Gladio e operazioni Stay Behind, per sua stessa rivendicazione; Scalfaro invece si mette subito in luce per il conservatorismo accentuato, scontrandosi con numerosi personaggi perfino della destra liberale, quale Guareschi. Sono gli anni in cui si tenta anche, sulla scia degli USA, la censura nei confronti dei fumetti, che alla fine qui da noi fallisce anche per l'opposizione guareschiana.

Nel 1960 Scalfaro è il più strenuo oppositore dell’apertura a sinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’area di governo (in seconda fila, ma ben più rilevante già allora, Giulio Andreotti). Passata questa linea, la sua posizione nel partito si fece più defilata, nel tentativo costante di impedire perlomeno, con successo, i famosi “equilibri più avanzati”; ovvero il coinvolgimento del PCI nell’area di governo.

Nel 1972 Andreotti lo chiama nel proprio primo governo; Craxi lo renderà ministro degli Interni durante il suo lungo (per l’epoca) governo, 1983-1987.

Nel 1992 subentra a Cossiga quale presidente della repubblica, in una staffetta della destra DC a condizioni, però, molto cambiate: è scoppiata Tangentopoli e, proprio nella difficile transizione al nuovo presidente, la strage di Capaci.

Nel 1993 scoppia uno scandalo legato ai presunti fondi neri dei servizi segreti del SISDE (una discreta ricostruzione della vicenda qui). Scalfaro però intervenne in TV a reti unificate pronunciando il celebre “Io non ci sto”, rifiutando cioè categoricamente di essere accomunato dagli 007 sotto inchiesta agli altri personaggi affondanti della prima repubblica (e con, dalla sua, lo scudo innegabile della Presidenza, che ebbe di sicuro un certo ruolo nel diverso destino…).

Nel 1994 così Scalfaro ha un suo ruolo nella crisi del governo Berlusconi: dopo che questi si era dimesso per via dell’avviso di garanzia ricevuto, avrebbe favorito un passo indietro del cavaliere oscuro in favore del suo ministro Dini, ritenuto uomo di fiducia. Dini invece, nell’arco di un anno di governo, passò da ministro del Berlusconi I a leader di un partito (nato per l’occasione) a favore dell’Ulivo di Prodi nel 1996.

Nel 1999, cessato l’incarico presidenziale, divenne senatore a vita e nume tutelare della sinistra per il ruolo avuto nel celebre “ribaltone”, con una cordiale dimenticanza del suo passato non esattamente progressista.
Ma del resto Scalfaro stesso negli ultimi tempi sembrava sempre più disinteressato a perseguire signore scollacciate, compiaciuto del ruolo di garante della Costituzione che aveva visto nascere agli esordi della sua carriera politica.

Ricordo che quand'ero al liceo e iniziavo a interessarmi di politica mi confondeva inizialmente la vocale finale di Scalfaro e Scalfari; un errore tanto più rischioso quanto più le posizioni politiche dei (già allora) due grandi vecchi erano differenti. Probabilmente in un futuro più o meno remoto i giovani progressisti confonderanno definitivamente le due figure nel composito pantheon del partito. Ma, ormai, la cosa non avrà più importanza.

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