Il Ventaglio


Con colpevole ritardo scrivo alcune considerazioni sul bello spettacolo "Il Ventaglio" visto qui a Mondovì agli inizi di questo febbraio 2012. E dire che c'era anche una gustosa coincidenza, una di quelle sincronicità che sarebbero piaciute a Jung: dopo aver visto e apprezzato il bell'allestimento della compagnia del Teatro Giacosa di Ivrea, ho scoperto che i filmati promozionali dell'opera sono stati realizzati da un mio vecchio amico (visionateli qua per un parere sul suo lavoro e sull'opera, che consiglio vivamente di vedere dal vivo).

Mi accorgo che stasera c'è un nuovo spettacolo della stagione teatrale monregalese e decido così di rimediare. "Il Ventaglio" (1763) è l'opera più importante della fase di Carlo Goldoni (1707-1793) a Parigi, quale commediografo ufficiale della Comedie Italienne. In teoria, la massima consacrazione intellettuale possibile; in realtà, un esilio lontano da quella Venezia, unico luogo dove le sue innovative commedie erano state pienamente apprezzate, nel lungo decennio d'oro dal 1748 al 1761. 

I francesi l'avevano omaggiato quale il Moliere Italiano, ma poi il pubblico da lui voleva ciò che ci si aspetta dalla Commedia dell'Arte: canovacci semplici, su cui gli attori potessero intrattenere all'improvviso con i consueti lazzi delle maschere. E gli stessi attori che si trovava per le mani a Parigi non erano adeguati al suo stile, troppo complesso e avanzato. Egli allora scrive "Il Ventaglio", in cui sperimenta una scrittura scenica totalmente diversa dal suo solito, basata sulla centralità del ventaglio attorno cui ruotano una serie di personaggi costruiti, all'apparenza, secondo lo schema più stereotipato che il pubblico si attendeva. In sottofondo, uno spirito più corrosivo, cupo, nostalgico e cinico di quanto Goldoni ci aveva portato ad aspettare.

Gli schieramenti degli interpreti su dividono in due su questa commedia: per alcuni capolavoro da decifrare, per altri invece opera minore rispetto alla grande età veneziana. Ammetto di essere da sempre stato tentato di iscrivermi alla prima schiera, per l'ammirazione che provo per Goldoni; ed evidentemente anche la compagnia Giacosa condivide una certa passione per l'opera, perché ne ha fatto emergere tutta la natura sulfurea tramite una interpretazione che, rispettando rigorosamente la lettera del testo, lo smonta (o lo rivela) intervenendo su scelte di recitazione (ho apprezzato soprattutto la scarmigliata Giannina, che nella sua miscela di rozzezza e astuzia contadina diviene una perfetta anti-Locandiera) ma anche di allestimento (che pare rimandare a un film di Tim Burton, per i toni cupi e bizzarri insieme) e di trovarobato (il ventaglio che da bianco diviene gradualmente nero durante la rappresentazione, mentre il cosmo sociale del piccolo borgo delle Case Nuove si sfalda e poi si ricompone fittiziamente, è un simbolismo dalla valenza vagamente alchemica nel suo passaggio albedo-nigredo).

Ovviamente, la rapida discesa nel caos più oscuro (che i commedianti mettono in scena calcando legittimamente la mano) potrebbe esser solo una raffinata metafora di quanto sia sottile il ghiaccio su cui pattinano le convenzioni sociali. Ma Goldoni, che era vicino a circoli filomassonici che avevano preso male il decreto di proibizione del 1751, esalta in modo mascherato la massoneria  nella sua ultima opera al Sant'Angelo, "Le Donne Curiose" del 1753, poco dopo il massimo successo ottenuto con la Locandiera nello stesso anno. Sarà lo stesso Goldoni, nel 1784, a rivendicare la massonicità del formalmente anonimo "circolo" attorno a cui ruota il testo: cosa che fa ipotizzare che proprio a Parigi abbia avuto una desiderata iniziazione massonica (difficile, perché proibita, in Italia), una possibile ragione, assieme al prestigio poetico, per il trasferimento. Le donne del titolo, ovviamente, sono curiose di comprendere la reale natura di quel "circolo per soli uomini" che è la loggia massonica, e ci si introducono segretamente (curioso che tale sitazione sia ripresa, pari pari, in una puntata dei Flintstones del 1966, abbastanza nota tra gli appassionati di questo genere di temi). Qui ampi scorci della commedia, come è chiaro basata sul presupposto rassicurante che in loggia, ovviamente, ci si limita a una buona mangiata tra amici, niente ricerca di "oro disputabile" e "lapis philosophorum".



Comunque sia, tornando alla nostra rappresentazione del "Ventaglio", la suggestione dell'oggetto scenico è particolarmente appropriata: il protagonista Evaristo (Eu-Aristos, il buon aristocratico, in verità solo un ricco borghese) è invaghito di Candida, ingenua fanciulla che pare proprio rappresentare l'iniziale principio bianco (ma anche un rimando a quel Candido che Voltaire aveva pubblicato appena sei anni prima, sempre a Parigi?). Egli sceglie dunque di donarle un ventaglio tramite la mediazione di Giannina, sorella del suo servo Moracchio (forse simbolo del principio oscuro che si inocula nella commedia, che in questa messa in scena diviene anche vagamente incestuoso), che la opprime cercando di sposarla al benestante locandiere Coronato (anche qui, un nome regale per un umile borghese). Ma Candida assiste allo scambio dal balcone, si insospettisce di una tresca tra l'amato e la contadina e inizia la degradazione del borgo microcosmico. Candida finge di cedere alle profferte del Barone del Cedro, mentre Giannina, fallita la sua mediazione, rischia di dover cedere alle mire di Coronato.

Solo il recupero materiale del ventaglio (che Evaristo recupera al prezzo di una Tabacchiera d'Oro, d'enorme valore, così come lo stolto cavaliere invano sprecava i denari a comprare un boccettino d'oro per far rinvenire la Locandiera falsa svenuta) riesce a chiudere ironicamente l'opera ("Un ventaglio di Parigi", rassicura falsamente Evaristo sul finale). Evaristo sposa Candida, contento lui; Giannina lo scialbo Crispino, da lei sostanzialmente dominato come il debole Fabrizio nella Locandiera (simbolo più dell'indipendenza femminile raggiunta tramite un accorto matrimonio, che di chissà qual profondo amore). Quasi un'Antilocandiera, insomma, se teniamo anche conto del fatto che a sbrogliare tutta la matassa - per fortuna e non per abilità - sia il Conte di Rocca Marina, il nobile inetto e borioso che era schernito per la sua vacuità nell'opera-simbolo della produzione goldoniana.

In questa interpetazione al nero, il finale è dato dal duplice suicidio dei due amanti respinti, Coronato e il Barone del Cedro, che chiudono la rappresentazione in una appropriata nota grandguignolesca, da Weird Tale.

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