The Reaper's Image


Al quarto incontro del laboratorio di scrittura creativa si è lavorato sull'analisi di un testo narrativo come chiave per comprendere meglio i meccanismi del racconto e quindi apprendere a padroneggiarli. Molti spunti continuano a riguardare la letteratura fantastica: si è lavorato su "I Giorni Perduti" di Buzzati e si è letto un brano di "On Writing" di Stephen King, dove il Re del Maine teorizza che un racconto deve nascere in modo spontaneo, senza "tramare": tramare è come mentire. Egli stesso ammette di averlo fatto, talvolta, ma di non andarne fiero. Una teoria in contraddizione, a quanto pare, con la Filosofia della Composizione di Edgar Allan Poe, un riferimento che l'autore americano doveva avere sicuramente ben presente.

Visto che per casa ci è toccato di analizzare un racconto, ho deciso di leggere una raccolta di King per vedere se e quanto questa sua teoria passasse nella pratica letteraria. La raccolta che di lui ho in casa è "Scheletri"; la prima, quella che contiene "Nebbia", il mio racconto di King preferito. Forse perché è del 1976, il mio anno di nascita, forse perché è il più Lovecraftiano degli scritti di King. Ma "Nebbia" (che a me appare, comunque, accuratamente costruito) è già quasi un romanzo breve: analizziamo un altro racconto.

E a questo punto, cominciamo dal più antico, "The Reaper's Image", L'immagine della Falciatrice così come viene tradotto in italiano (ma non sarebbe stato meglio Mietitrice, più caratteristico della morte?). Il racconto King l'ha scritto a 18 anni, nel 1965. 

Il protagonista, l'antiquario Johnson Spangler visita, guidato dal timoroso custode Carlin, il museo della collezione Samuel Claggert, un industriale di fine Ottocento che ha raccolto ogni genere di cose bizzarre e curiose da lui ritenute vera arte, "atroci sculture" e "mostruosità su tela".

Di queste, una sola ha valore: un antico specchio da un quarto di milione di dollari (del '65...), costruito dall'artigiano inglese John DeIver, vissuto nell'età elisabettiana (primi del '600). Lo specchio, in sé, non sembrerebbe stregato: "nessun simbolo magico" sul pavimento di casa DeIver alla sua morte, niente "documenti che puzzavano di zolfo, e avevano una goccia di sangue sulla linea tratteggiata". Il suo enorme valore è legato al fatto che ne sopravvivano solo cinque al mondo, e alla superficie vagamente ingrandente e deformante.

Lo specchio è stato nascosto dopo che la miss Sandra Bates ha cercato di distruggerlo, per via dell'incidente che è avvenuto al di lei fratello minore, e che Carlin racconta con trepidazione: il ragazzo ha visto una imperfezione nera nello specchio, che il mito ha amplificato nella Mietitrice. Ovviamente Spangler lo irride, negando valore alle superstizioni. (oltre all'episodio di Bates, apprendiamo che ve ne è stato uno in Inghilterra ancora nel 1709, e uno in America nel 1749). Egli dunque fissa lo specchio (posto davanti ad una statua di Adone, un "Adone cieco" lo chiama King, per indicare la vuotezza dello sguardo) per esaminarlo e vede anch'egli un piccolo lembo nero, che scambia per un pezzo di scotch. Subito comprende che ha assistito al fenomeno dello specchio DeIver, e ne inorridisce. Lo spazio dello specchio, "quasi tridimensionale"; gli sembra improvvisamente inquietante e innaturale. Una sete fortissima lo colpisce, fa per andare a bere...

...e come tutti quelli che han visto il Mietitore dello specchio, sparisce nel nulla. Niente di eclatante, niente "finire sotto un'automobile", o "saltare da una finestra", come diceva prima sprezzante lo stesso Spangler.

Il racconto dell'orrore non è in sé affatto malvagio, anche se ancora molto convenzionale. Tuttavia al lettore un minimo sospettoso apparirà, se si deve essere onesti, estremamente costruito.

Tutto il racconto appare come una polemica metaletteraria di King stesso nei confronti dell'orrore come trovarobato di creature mostruose, bizzarre e raccapriccianti.

Lo specchio di De Iver è uno di tali residui del passato, dell'Old England (Iver stesso è un antico borgo inglese). Quindi King dice che "qualcosa" di quel trovarobato orrorifico dell'età elisabettiana sia valido ma, per lui, proprio la parte meno fiammeggiante, meno appariscente (John De(Iv)e(r) è contemporaneo e quasi omonimo di John Dee, il mago elisabettiano cui Lovecraft attribuì il Necronomicon in inglese, ma a differenza dell'occultista non traccia pentacoli e non firma patti col sangue - almeno all'apparenza).

I suoi specchi hanno però effettivamente poteri sovrannaturali (questo e uno, distrutto nella Battaglia d'Inghilterra - il bombardamento aereo tedesco nella seconda guerra mondiale, hanno una pessima fama: e solo cinque ne sopravvivono, cosa indubbiamente curiosa, che fa pensare siano stati distrutti, come anche questo ha rischiato) probabilmente causati da quella "lieve bombatura" che deforma lo spazio, facendolo apparire "quasi tridimensionale". Appare che siano dunque porte verso un'altra dimensione, anche se non viene detto apertamente.

Così come l'apparire della Mietitrice è tutto meno che evidente: sia il ragazzo Bates che l'antiquario vedono solo una minima ombra scura, simile a un incrinatura o a uno scotch nero: niente di eclatante o terrificante. E anche la loro fine è inquietante ma poco appariscente: essi spariscono, senza spiegazione. Inghiottiti, forse, dal quadro come varco dimensionale, più che falciati dalla Morte come metafora terrena. Tale ipotesi è accentuata dalle speranze di Carlin, che non lo copre sperando che, come un occhio, a star sempre aperto si guasti, si accechi, diventi opaco.

L'idea a cui rimanda, forse, è quella di Nietzche: "se guardi dentro l'Abisso, l'abisso guarda te". Quello dello specchio è un abisso, ma un abisso vivo, che ti fissa e ti costringe a fissarlo. La seduzione avviene su un piano ottico, a cui rimanda anche l'Adone cieco, statua pietrificata, possibile allusione allo specchio di Perseo in grado di riflettere lo sguardo raggelante di Medusa.

King ricostruisce anche, in controluce, la storia dello specchio: sappiamo che cattura una nobildonna nel 1709, ed è in America (evidentemente venduto lontano dalla famiglia...) nel 1746, quando pietrifica un mercante. Dal 1897 al 1920 è a New York, dove cattura il giudice Crater, e alcuni anni prima aveva catturato il giovane Bates (citazione, quest'ultimo, del Norman Bates protagonista di Psycho, di soli cinque anni prima. Esempio di un orrore non più sovrannaturale, ma psicologico).

Quindi King riconosce al trovarobato dell'orrore del passato un certo valore: ma come un magazzino polveroso dove selezionare solo le cose migliori perché più sfumate meno appariscenti, e dare loro maggiore evidenza. Un racconto programmatico, che King metterà in scena, calando sempre il suo orrore nella concretezza della quotidianità americana.

Spontaneo o costruito? Dipende dai casi, probabilmente, e lo stesso King ha ammesso di aver fatto ricorso, controvoglia, qualche volta alla Trama. Forse agli inizi, inevitabilmente meno sicuro del successo, avrà fatto più ricorso al labor limae. Sta di fatto che questo primo racconto sembra profondamente in linea con la filosofia della composizione di Poe, pur ottenendo già l'inquietudine non in mettere, ma in levare, secondo la linea compositiva tipica dell'autore di Portland.


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