Centocinquant'anni di inquietudine


E così ieri, 17 marzo 2012, sono ufficialmente finite le celebrazioni per l'Unità d'Italia. Da tempo volevo scrivere due righe sul nostro inno nazionale, ingiustamente bistrattato, mentre a mio avviso è particolarmente interessante. In concomitanza con questa fine dell'anno di celebrazioni, è tornata alla ribalta la proposta di insegnare l'inno nelle scuole; e quindi mi pare il momento giusto per scrivere la mia analisi, ovviamente venata della solita lettura ermetica che caratterizza questo blog.

Innanzitutto, il suo autore, Goffredo Mameli, figura fulgida, si sarebbe detto un tempo, di patriota. Nato a Genova nel 1827, diviene mazziniano nel 1847 e, con ogni probabilità, anche massone. Compone quindi l'Inno nel contesto dei moti genovesi di quell'anno. Il musicista Michele Novaro, genovese e patriota anch'egli, lo riceve a Torino e immediatamente, fortemente turbato dalla sua potenza poetica, lo mette in musica.

Molto interessante la ricostruzione dello stesso Novaro, una narrazione dell'esperienza estetica e creativa tipicamente romantica e ottocentesca.

"Io sentii - diceva il Maestro nell'aprile del '75  - io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia."

Sembra di leggere, mutatis mutandis, la descrizione della genesi del Mago della Sabbia di Hoffmann o, passando in ambito musicale, del Trillo del Diavolo di Tartini. Ma ovviamente il nostro buon vecchio Poe dubiterebbe di questa ostentata foga creativa, che dalla musica si riverbera anche, implicitamente, sulla poesia.


Comunque sia, intanto Mameli aveva superato la fase della poesia nella pratica: nel 1848, con 300 volontari, partecipa alla Prima Guerra d'Indipendenza marciando su Milano; nel 1849 è a difendere dai papisti francesi la Repubblica di Roma di Garibaldi, dove muore d'infezione per una ferita riportata alla gamba, a soli ventidue anni.


L'ispirato Mameli in atteggiamento romantico.

Vediamo dunque la canzone maledetta di questo ventenne morto giovane come ogni rockstar.


Fratelli d'Italia,
L'Italia s'è desta;
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa. 
Dov'è la Vittoria? 
Le porga la chioma;
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci  a coorte! 
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.


La prima strofa, quella noto con qualche approssimazione persino dai calciatori della nazionale, cade subito sotto gli strali della critica cattolica tradizionalista, la prima, con largo anticipo sul governo d'Adro, ad esaminare con scetticismo il testo.

I Fratelli d'Italia sarebbero certo gli italiani degni di questo nome, ma anche i Fratelli massoni, in un rimando agli ideali della Fraternité rivoluzionaria. L'Italia si desta: è il Risorgimento dalle tenebre medioevali. Infatti si cinge la testa dell'Elmo di Scipione l'Africano, il glorioso difensore della Roma - Roma repubblicana, sia chiaro - invasa da Cartagine. La Vittoria porge la chioma a Roma, in modo che Ella gliela tagli, come si usava presso i romani per le schiave, a differenziarle dalle donne libere. Immagine efficace e piuttosto forte, che mette molti dubbi su quanto cristiano sia quell'Iddio che ha creato i destini fatali della Città Eterna. Indubbiamente, dato il contesto, sembra più un dio pagano. Anche la Coorte del ritornello è un rimando all'esercito romano, e il Dulce et decorum pro patria mori deriva ovviamente da lì. Inutile sottolineare come, caso rato in letteratura, Mameli sia stato fedele alle sue parole.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.


La seconda strofa, già meno nota, è una disamina politica in versi della necessità dell'unione nazionale, a cui subliminalmente rimanda ancor oggi Napolitano quando sottolinea come, divisa in ipotetici staterelli regionali, l'Italia perderebbe il suo peso nel concerto delle Nazioni.

Uniamoci, amiamoci;
L'unione e l'amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore. 
Giuriamo far libero
Il suolo natio:
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?


L'appello all'unità e all'Amore che, ricordiamolo, vince sempre sull'odio paiono invece fare sponda al Silvio nazionale, e l'appello al Signore potrebbe addirittura sapere di reminiscenza del biancofiore. Ma la critica antirisorgimentale sostiene, ovviamente, che le vie del Signore non sono quelle infinite della tradizione cattolica, ma un rimando al Grande Architetto dell'Universo. Ciò sarebbe reso evidente da quel "per Dio" estremamente imbarazzante, poiché era una (relativamente blanda) espressione blasfema ottocentesca, quella che i francesi eufemizzano in "Parbleu!".


La grande Legnano ottocentesca di Amos Cassoli

Dall'Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.

La quarta strofa è densissima di riferimenti storici, è un tentativo di condensare la storia unitaria in una singola stanza, dopo l'iniziale e doveroso riferimento alla gloria di Roma fin dall'inizio dell'Inno. Dopo l'iniziale riferimento geografico, sempre di stampo unitaristico, troviamo citata la Battaglia di Legnano (1176) dei liberi comuni milanesi contro Federico Barbarossa. 

A questa sintetica noticina si deve la trasformazione, nelle scuole patrie (almeno ai tempi delle mie elementari: ora non so) di Barbarossa in un demone mediano tra il pirata Barbanera e l'uxoricida rituale Barbablù; con l'opposizione del Carroccio di Alberto da Giussano e della sua Compagnia della Morte, che sta in ottima compagnia con l'estetica eroico-mortifera di Mameli. 

Appare curioso che questa estetica sia stata inizialmente ripresa dalla Lega Lombarda di Umberto Bossi, prima del superamento nel 1997 per la più esoterica "Padania" celtica, con le sue ampolle sacre, il suo Dio Po (imbarazzante come il "Per Dio" dell'inno) e il pentacolo magico del  Sole delle Alpi.


L'antifascismo criptato di Panzeri fa il controcanto alle Ultime Parole Famose di Ferrucci.

Ferruccio Ferrucci (1489 - 1530) è l'ormai sconosciuto condottiero rinascimentale della Firenze repubblicana. Seguace in gioventù del Savonarola, a capo delle Bande Nere che difendevano la città dopo la cacciata dei Medici nel 1527, venne ucciso nel 1530, ormai disarmato, da Fabrizio Maramaldo, capitano di ventura al servizio di Carlo V. La sua frase storica "Vile, tu uccidi un uomo morto!" e l'antonomasia per cui Maramaldo è sinonimo di traditore deriva ovviamente dal fatto che Maramaldo era un italiano che combatteva per l'Impero contro la sua stessa patria. Anche lui vedrà una sua gloria (o meglio, ignominia) poetica, citato in modo obliquo dalla canzone di fine ventennio "Maramao perché sei morto" (1939) di Panzeri, particolarmente invisa al regime per il riferimento alla morte del padre di Ciano, appena scomparso e al centro della celebrazione del regime. Il gerarca, e con lui i fascisti tutti, veniva implicitamente equiparato a un maramaldo, un traditore dell'Italia (la canzone venne scritta da mano ignota sulla sua tomba monumentale). E da allora Maramao divenne anche una sorta di sbeffeggio sarcastico, oggi ugualmente caduto nel dimenticatoio.


La Propaganda è l'anima del commercio nell'Italia fascista

Lo sfottò, forse, era reso più sarcastico dal fatto che i fascisti si erano invece appropriati del verso sottostante, trasformando il quattordicenne Gianbattista Perasso detto Balilla (1735 - 1781) nel nome dell'inquadramento paramilitare dell'infanzia e, a cascata, dekka vettura di punta della FIAT, del principale   giornale a fumetti e dell'antenato pretecnologico dei videogame, il calciobalilla. Il riferimento era già singolare in sé, perché Balilla aveva sì avviato a sassate l'intifada della Repubblica di Genova contro gli austriaci, sì, ma si opponeva anche ai piemontesi allora alleati all'Impero. Ancora una volta, l'Italia subliminale di Mameli è repubblicana, e chi si allea all'invasore un traditore. Mussolini ha aggiunto solo un altro elemento di imbarazzo.


L'avvio dei Vespri siciliani in Hayez, con lo svenimento della fanciulla violata dai francesi.

Giunto ormai alle soglie dell'Ottocento Mameli torna indietro e recupera ancora i Vespri del 1282-1302, dato che quell'unità d'Italia fino allora si era limitata a moti nella parte alta dello stivale, ed era necessario aggiungere un po' di Sicilia alle Alpi per mostrare quell'afflato davvero unanime. Di spirito unitario in verità non c'è gran ché, dato che non vi è nemmeno una spinta all'autogoverno, magari vagamente repubblicano, ma solo un passaggio di consegne dai Francesi agli Spagnoli.

Curioso il metodo per riconoscere l'odiato straniero; stando a Wikipedia "Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, mostrassero loro dei ceci («cìciri», nella lingua siciliana) e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi". La cadrega leghista di Aldo, Giovanni e Giacomo ha un suo precedente illustre.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.



L'ultimo verso è praticamente del tutto sconosciuto, probabilmente perché anche il più imbarazzante nei nuovi equilibri dell'Europa unita. Sul fatto che basti un giunco per piegare le spade vendute, ovvero dei traditori della patria, mi pare un bell'esempio di wishful thinking; l'Aquila d'Austria invece perderà davvero le penne dopo la maledizione finale del morituro Mameli. 

Difficile dire se a bruciarle il cuore sia stato il sangue d'Italia che generosamente il poeta si preparava ad offrire per la patria, fedele al suo iettatorio ritornello; ma in effetti il caso italiano fu per il glorioso impero l'inizio della Fine, culminato nella dissoluzione del 1918. E del resto, nemmeno al Cosacco, quella Russia degli Czar che era l'altro pilastro della Santa Alleanza, l'inno nazionale portò troppo bene.

Comunque sia, da buon appassionato di letteratura orrorifica, l'immagine finale dell'eliminazione del vampiro tramite sangue benedetto - un grande classico - mi piace alquanto. Per cui, personalmente, sono favorevole al mantenimento dell'Inno che dal 1946 caratterizza l'Italia.

Repubblicana come il Mameli aveva voluto: un'altra sua postuma vittoria.

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