Il Codice Vasari



Lorenzo Barberis, "Palazzo Vecchio dalla prospettiva degli Uffizi del Vasari" (2011). Una foto di cui si capirà il perché.

“Il Codice da Vinci” (2003) di Dan Brown è un’opera di grande successo che ha sostanzialmente volgarizzato, semplificandolo all’infinito, il concetto di quel capolavoro che è “Il Pendolo di Foucault”. “Dan Brown potrebbe essere un personaggio dei miei romanzi” ha affermato Eco, legittimamente sprezzante (e forse un filo irritato dal maggiore successo economico…): ovvero uno dei confusionari e complottardi occultisti del Pendolo. 

L'idea del Giovanni  come Maria Maddalena nell'Ultima Cena di Leonardo, con tutto quello che ne consegue era stata infatti già caldeggiata da Baigent all'inizio degli anni '80, e veniva liquidata da Eco nell'arco di una paginetta: una combinazione casuale dei dati a disposizione dei protagonisti portava a questa verità, che essi rifiutavano come troppo banale.

Ma la realtà supera sempre la fantasia, si sa: anche in ambito esoterico. E a quanto pare, uno dei misteri di Leonardo sta per essere davvero disvelato in questo faditico 2012. La più vasta opera di Leonardo, difatti, risultava perduta: si tratta della Battaglia d’Anghiari, realizzata dall’autore durante il suo periodo fiorentino, in sfida col rivale di sempre Michelangelo, presso la sala dei Cinquecento, il parlamento fiorentino, presso il palazzo del governo, Palazzo Vecchio.


La Battaglia d'Anghiari, in una ricostruzione del Rubens.

Firenze infatti, con la caduta dei Medici, era tornata provvisoriamente repubblica e il Gonfaloniere Pier Soderini aveva deciso di celebrare l’evento con il contributo delle due immense glorie locali, che avrebbero illustrato i grandi trionfi del comune repubblicano.

La tradizione vuole che Leonardo, cercando di recuperare l’antica tecnica dell’Encausto, ricavata da oscure indicazioni di Plinio il Vecchio e dalle sue personali e geniali speculazioni, avesse però fallito miseramente, rovinando un’opera che sarebbe stata, altrimenti, il suo capolavoro.

Così, nel 1557, Giorgio Vasari avrebbe poi coperto tale opera con una nuova battaglia. Tuttavia una scritta beffarda e inspiegabile su uno stendardo dei comattenti, “Cerca Trova”, fece ipotizzare a molti che in verità il fondatore della critica d’arte – e ammiratore devoto di Leonardo – avesse semplicemente celato il dipinto. Forse Vasari non aveva dovuto gettare un velo pietoso sul fallimento del maestro, ma coprire un’opera in realtà riuscita, ma sgradita al governo dei Medici, tornati nel frattempo al potere in città.


 "Chi cerca trova" suggerisce beffardo Vasari nel suo affresco d'ordinanza.

Ovviamente, la critica accademica ufficiale trovava troppo banale e fantasiosa una spiegazione di questo tipo: ammessa e non concessa l’esistenza di un “capolavoro segreto” (idea già in sé troppo romanzesca), un fine intellettuale rinascimentale come il Vasari si sarebbe ridotto ad una indicazione così palese e grossolana? Ridicolo!

Si vede che non avevano mai letto “La lettera rubata” di Poe.

I tecnici restauratori, guidati dall’ingegner Saracini, fautori della presenza del dipinto, hanno dovuto attendere l’irruente Renzi il Magnifico, già ansioso di completare la facciata di San Lorenzo coi disegni originali di Michelangelo, e che nel caso del codice di Vasari ha visto un’altra opportunità di successo. E così, in questo ermetico 2012, anche il dipinto perduto di Leonardo rivede la luce.


Renzi il Magnifico celebra il suo successo in posa plastica.

Una cosa curiosa, che nessuno ha citato nella ricostruzione ufficiale, è il fatto che la Battaglia di Anghiari è in realtà già sotto la signoria medicea. Lo scontro è del 1440; la signoria dei Medici, con Cosimo il Vecchio, si consolida definitivamente nel 1434, pur restando formalmente Firenze una Repubblica per tutta questa prima signoria medicea.


La pazzia bestialissima della guerra in uno dei bozzetti di Leonardo.

Se il dipinto non fosse drasticamente fallito, cosa avrebbe allora spinto ad occultarlo? Forse la rappresentazione della guerra operata da Leonardo, tutt’altro che encomiastica. Già lo scontro scelto è strano: la battaglia di Anghiari è poco gloriosa, come ricorda negli stessi anni il Machiavelli: “Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò”. Non a caso, nella battaglia vediamo i cavalieri contendersi furiosi il gonfalone fiorentino, calpestando i fanti caduti a terra. Un rimando al dato storico della battaglia, ma anche una critica alla "pazzia bestialissima" della guerra, come Leonardo, pur ingegnere bellico all’occorrenza, la considerava. Il volto dei cavalieri è deformato in una rabbia animalesca, per nulla signorile; e il fatto che ad essere calpestati dai cavalieri siano qui membri della fanteria potrebbe addirittura trasparire come una rappresentazione dell’oppressione sociale che nella guerra si riproduce (finché non verrà la polvere da sparo a fare da livella). Insomma, un soggetto sgradito sia al comune che alla signoria, opportunamente mascherato dal Vasari, che sembra dirci con quella sua indicazione che sotto il dipinto propagandistico del conflitto sta una verace rappresentazione realizzata da una mano ben più grande della sua. Cerca, Trova. Ma certo un accademico troverebbe questa lettura al tempo stesso troppo banale e troppo fantasiosa.

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Su questo blog della Mondovì esoterica, poi, non posso mancare di ricordare che Leonardo ha una sia pur tenue connessione col nostro territorio: se non proprio col monregalese, almeno con la vicina Saluzzo. Nel 1511 infatti Leonardo esalta il marmo della pregevole cava di Mon Bracco presso il marchesato saluzzese, di cui scrive in questi termini:

 “Monbracho sopra saluzo sopra la certosa un miglio a piè di Monviso a una miniera di pietra faldata la quale e biancha come marmo di carrara senza machule che è della dureza del porfido obpiu delle quali il compare mio maestro benedetto scultore a impromesso donarmene una tabulletta x li colori.” Adì 5 di genaro 1511.

Il “Mastro Benedetto” amico di Leonardo è Benedetto Briosco, scultore rinascimentale nato a Pavia verso il 1460, che aveva esordito nel 1477 – la sua prima opera che ci è nota è il bassorilievo di una Fuga in Egitto del 1484; dal 1489 è molto attivo a Milano e dal 1492 alla certosa di Pavia, dove lavora fino al 1507, mostrando anche, in alcune delle sue ultime opere, l’intervenuto influsso di Leonardo. Nel 1508 il Briosco è a Saluzzo, dove lavora alla tomba del duca Ludovico II nella chiesa di San Giovanni, fino al 1512; morirà poco dopo, nel 1517, nella sua Pavia. Due anni dopo, nel 1519, sarebbe morto anche Leonardo, ad Amboise. Gli storici dell’arte dibattono di una sua eventuale presenza in loco, nel Saluzzese, per salutare il vecchio amico e discepolo (“compare”, perché Leonardo era stato testimone di battesimo dei suoi figli) durante una delle sue quattro traversate delle Alpi. 


Graffiti di Mombracco, presso Sanfront.

E forse anche, aggiungiamo noi, per visitare quello che era comunque il centro più visibile del Piemonte esoterico d’allora, il glorioso marchesato saluzzese tanto decantato dal Boccaccio nel suo Griselda di Saluzzo, dove la Fontana della Giovinezza del 1420 al castello della Manta (oggi sede del FAI) è probabilmente il primo grande ciclo laico del rinascimento italiano. E forse, chissà, anche i misteriosi graffiti preistorici del Monte Bracco stesso, strane Y rovesciate, forse antropomorfe, come quelle che saranno poi care a Bosch.


L'uomo rovesciato a Y, un simbolo alchemico rinascimentale tanto caro a Bosch, negli stessi anni.

Ma anche qui: gli storici locali si spendono per una tale gloria, quelli ufficiali sono ovviamente più sdegnosi. Del resto, come abbiamo visto, l’ipotesi più riduttiva non è sempre quella più giusta.

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