La Donna della Domenica



La copertina originale della "Donna della domenica", che chiarisce il ruolo di vero protagonista di Massimo Campi, con la sua ossessione  per la "villotta in Monferrato"

In occasione dei suoi quarant’anni, “La Stampa” ha ripubblicato “La donna della Domenica” (1972), il capostipite insuperato del moderno giallo italiano, di Fruttero e Lucentini. Ed ecco quindi un libro adatto di cui scrivere di domenica, in questa domenica delle prime primarie per il primo cittadino, qui a Mondovì (Allerta spoiler, as usual).

In realtà, su questo blog ermetico sarebbe più appropriato scrivere del secondo romanzo del commissario Santamaria, “A che punto è la notte” (1979), il romanzo ermetico citato anche ne “Il pendolo di Foucault”; e non escludo anzi in futuro di riprenderlo. “La donna della Domenica”, infatti, formalmente non presenta un testo esplicitamente ermetico. Però.


Il laido Garrone ha appena lanciato la sua silenziosa allusione sessuale
a una scandalizzata Anna Carla, nel film di Comencini del 1975.

Però, rileggendolo con gli occhi smaliziati di oggi, mi sono reso conto di un profondo sottotesto esoterico, che già prepara il trionfo occultistico di “A che punto è la notte”, che già apre quegli anni ’80 che il Pendolo chiuderà nel senso di un sotterraneo occultismo.

Innanzitutto la vittima, il viscido architetto Garrone, è un voluto rovesciamento di un altro archetipo torinese, il Garrone eroe buono del “Cuore” di De Amicis. Garrone, architetto fallito, figura disgustosa nella sua compiaciuta laidezza, così ostentata da riuscire simpatica, ruota ai margini più periferici della Torino Bene, snobistica ed elitaria nella sua maniera sfuggente e impalpabile che angoscia i funzionari di polizia, meridionali, abituati alle più tracotanti, ma più chiare, gerarchie romane.

E questa Torino Bene, qui definita l’Ambiente, è chiaramente la Torino Massonica. “Il grande chirurgo … l’altissimo magistrato … il senatore del partito di maggioranza … contavano meno di un tranquillo impiegato delle Acque Potabili … ma che le rarissime volte che li incontrava per strada … li poteva salutare col “ciao”.”“Ecco cos’era l’Ambiente”, riflette il commissario siciliano Santamaria, perplesso e distante.

Ma forse l’Ambiente non è solo il giro delle Logge, dove l’impiegatuccio piccoloborghese può essere il gran maestro di gente di lignaggio superiore: forse c’è un baluginare della Torino ermetica, e forse questa chiave ci dà proprio l’anno d’ambientazione. Scritto nel 1972, la Donna ci parla però di una Torino di un poco precedente, probabilmente anteriore al 1968 che appare, nell’opera, incombente, sul punto di esplodere ma non ancora esploso. Il gallerista d’antichità Vollero sembra preoccupato soprattutto del dilagare dell’Arte Povera, apparsa in città verso il 1965, che da circa un anno sta portando i suoi affezionati clienti ad abbandonarlo per quegli assemblaggi mostruosi di sacchi, legni e lamiere. L’anno, forse, è dunque il 1966, l’annus diaboli celebrato a Torino da innumeri eventi dal sapore ermetico, non ultima la fondazione della chiesa luciferiana locale. Sono gli anni del pittore ermetico Lorenzo Alessandri, con i suoi quadri inquietanti e la fama di Papa Nero della città.





L'Ambiente radunato ad ammirare la Leda al Cigno di Vottero ricorda in qualche modo un preludio a scene alla Eyes Wide Shut di Kubrick (terza immagine).

Il modus operandi del delitto, poi, è chiaramente rituale: Garrone viene ucciso col fallo di pietra del suo studio, un fallo rituale da lui ripreso e tramutato in oggetto seriale con la collaborazione di un equivoco marmorista industriale: il suo unico successo commerciale, a parte il misterioso colpo che andava preparando al momento della sua uccisione, anche questo – sappiamo abbastanza subito – relativo a delle Pietre.
Al fallo dedicherà una disamina apertamente ermetica l’altrettanto inquietante Monsignor Passalacqua, che non si capisce se affascinato dal fallo rituale per banale trasposizione freudiana o per un, più inquietante ancora, segreto interesse rituale.

Ma anche tutto il coté di volgarità sessuale in cui sguazza Garrone non è inquietante agli occhi di Santamaria per l’elemento erotico, ma per la sua bizzarra nobilitazione tramite la categoria rituale, per quell’occhieggiamento all’Eyes Wide Shut di provincia torinese che, ovviamente (qui è la maestria) resta sempre un passo dietro le quinte. Ma ben percettibile.




Il manifesto di Comencini, nel 1975, non rinuncia ad occhieggiare in modo ingannevole il boccaccesco (ma con che perizia grafica).  La volgarità di Garrone e lo snobismo della Dosio sono le due facce della stessa medaglia.

E al delitto rituale fa riferimento, ovviamente, quella coppia di “vecchie zie” trentenni che sono Massimo Campi e Anna Carla Dosio. È lei, la Donna della Domenica, a scrivere appunto (per celia, in teoria…) all’amico del cuore “Io dell’architetto Garrone ne ho abbastanza. Omicidio rituale o no, facciamolo fuori una buona volta. Ci guadagneremmo tutti e due.”, riferendosi all’idea dell’amico. Ovviamente, nella lettera del romanzo l’omicidio deve eliminare Garrone dal loro personale Teatrino delle Ombre, dove è venuto a rappresentare la figura archetipa del Cattivo Gusto. Troppo eccessiva, troppo volgare, però, ora che ha preso il vizio di fare ad Anna Carla dei vaghi cenni erotici, con l’abilità di aspettare che nessuno li guardi.
Il desiderio, ovviamente, viene compiuto, e l’indagine porta a scoprire che le Pietre di cui si occupava il Garrone non hanno a che fare con un qualche rito esoterico; ma il sospetto è lasciato aleggiare fino all’ultimo, rinfocolato quando nuovamente uno degli indagatori dilettanti – lo sono tutti, nel romanzo – viene ucciso di nuovo con una pietra, con un colpo di un pestello marmoreo.  




La schermata iniziale del film, al fondo di quella Via Po dove ho vissuto per i quattro anni universitari, e le due vestali dell'Ambiente, Massimo Campi ed Anna Carla.

Il finale assolve le due ambigue vestali dell’Ambiente, Campi ed Anna Carla, portando la condanna su una causa ben più prosaica, ben più concreta. Ma nulla può impedire di pensare, con Borges, che quella del romanzo è una conclusione ingannevole. Il vero giallo è forse comprendere i segreti indizi che ci mostrano come Garrone sia stato la vittima di qualche misteriosa setta che si aggira per la collina torinese, capro sacrificale di qualche oscuro rituale, magari da celebrarsi in quella "villotta in Monferrato", o comunque nel cuore della provincia piemontese, che è l'ossessione del raffinato Campi.

Non manca del resto un accenno a Mondovì, nel corpo del testo, evocata per un piatto di ceramica col galletto e i pizzi blu che appare, sia pur spezzato a metà, nel fatale giro al Balloon di Campi e Riviera. Non manca nemmeno un Barberis, che appare poco dopo, come testimone assolutamente marginale, subito superato, uno dei volti anonimi della tentacolare burocrazia che avviluppa, tra le altre serpi, il caso.

Forse per questo “La donna della domenica” è, oltre al resto, anche il chiaro modello stilistico di un bel romanzo monregalese, “Il diavolo in Piazza” di Ernesto Billò, che opera la stessa operazione sulla nostra città, con lo stesso effetto di ermetica evocazione in sottofondo. Ma anche questo è un altro discorso, di cui dovrò un giorno parlare.


Il nuovo sceneggiato, del 2012. Dovrò vederlo. 

Ma sostituire Jacqueline Bisset come Anna Carla è sicuramente difficile.

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