Neorealismo Magico


Cent'Anni di Solitudine secondo una interpretazione pittorica libera ma efficace. Da qui.

La scorsa puntata del laboratorio di scrittura creativa (clicca l'etichetta "Creative Writing" per le puntate precedenti) è stata dedicata alla revisione della propria opera, svolta in modo intrecciato. Un lavoro estremamente utile, da cui per quanto mi riguarda sono nate indicazioni molto interessanti su un mio vecchio racconto. Ma non vi è molto materiale al proposito per un post di letteratura ermetica.

Tuttavia nel laboratorio si è accennato a Gabriel Garcia Marquez come esempio di uno stile molto ricco, quasi barocco, ma in cui i vari aggettivi ed orpelli del linguaggio non sono mai usati casualmente. E su Marquez qualche osservazione è possibile.

Marquez è infatti l'autore simbolo del Realismo Magico in letteratura, con il suo "Cent'Anni di Solitudine" (1967) che è solitamente la pietra di paragone per tale genere. Nel Realismo Magico l'elemento fantastico e sovrannaturale si cala in un contesto per il resto piuttosto naturalistico, anche se descritto spesso con uno stile sovraccarico e fiammeggiante. 

In verità, questo termine associato di solito ad autori sudamericani - tra questi, la mia preferita è Isabel Allende - nasce in connessione alla scena italiana, così spesso (e ingiustamente) considerata la patria del più torvo realismo, nel canone gramsciano Manzoni-Verga-Realismo postbellico che la inquadra. Il termine verrebbe coniato nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh, in relazione allo stile pittorico della metafisica di De Chirico, che aveva inaugurato, nel 1910, la grande stagione del sur-realismo europeo. 

L'idea del superamento della realtà implicito nei due nomi, italiano e francese, si precisa nell'evocazione di qualcosa di esplicitamente "magico", per indicare un sovrannaturale bizzarro, non riconducibile alla consueta antinomia inferno-paradiso della pittura religiosa, ma più vicino semmai agli onirici testi dell'alchimia rinascimentale che tanto affascinavano, negli stessi anni, Jung.

In letteratura italiana, poi, saranno Massimo Bontempelli e Dino Buzzati (il primo oggi purtroppo quasi dimenticato dal grande pubblico) a tenere alta la bandiera di questo fantastico inquietante e moderno. Poi, in America Latina, naturalmente propensa alle bizzarrie del barocco mediterraneo, questa tendenza sarà catalizzata da Borges, che tuttavia non la portò mai, per un'ironica pigrizia, alla dimensione del romanzo.

Quest'onore spettò a Marquez, che divenne così il modello di questo moderno e sfuggente genere letterario. L'idea di tentarne una disamina esoterica è improba per la tremenda ricchezza e stratificazione dell'opera; citiamo allora, come al solito, la sua connessione con la Mondovì esoterica.

Anche qui da noi, difatti, i Cent'Anni sono stati citati, a un certo punto, da una delle innumerevoli realtà artistiche e culturali che fermentano sotto il volto apparentemente immobile della città. Si tratta di una vecchia galleria d'arte che operava a Mondovì verso la fine degli anni '90, e per cui mi capitò di recensire alcune valide mostre per un giornale ugualmente scomparso, appunto il "Mondovì". 

Il nome assunto era quello di Melquiades, l'alchimista, che svolge un ruolo centrale nello sviluppo della vasta storia dinastica, elaborando tra l'altro la profezia che ne esplica la fine. Oggi ne sopravvive qualche sporadica attestazione nei curriculum online di vari autori che esposero in quegli spazi, stando alla solita onniscienza di Google.

Forse era un caso che il nome scelto tra i tanti personaggi dell'opera fosse proprio quello più connesso con la sfera ermetica, il magico nel realismo appunto. Ma ad ogni modo molti degli autori esposti presentavano temi dal sapore vagamente esoterico e surrealista. Alla forza degli archetipi, a quanto pare, non si sfugge.

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