Ossi Mori




La scorsa riunione del laboratorio di scrittura creativa ci ha visti affrontare il tema della costruzione di ambienti, personaggi, dialoghi, e sotto il profilo dello stile, il principe delle figure retoriche: l'Ossimoro.

Gli ossimori sono contraddizioni in termini, “ottuse acutezze”, per parafrasare l'etimologia greca: una affermazione assurda, che al tempo stesso però contiene al suo interno una certa qual verità. Anche una falsa traduzione italiana ci condurrebbe alla verità: Ossi Mori, cioè neri, all'opposto del tipico candore delle ossa.

E soprattutto l'ossimoro del contrasto tra Bianco e Nero è sempre stato amato dalla tradizione iniziatica occidentale e orientale, quasi una porta che permette di penetrare segreti che vanno oltre il regno del dicibile.

In Orientele parole-ossimoro che indicano il bilanciamento di due principi sono frequenti, e tale concetto è espresso nella più nota di esse, lo Yin-Yang. L'esoterismo occidentale invece ha sempre visto il raggiungimento della conoscenza alchemica come realizzazione di una impossibile "coincidentia oppositorum", la Concordia Discors, la sovrapposizione di opposti principi, Albedo e Nigredo, bianco e nero, luce e tenebra.

Non a caso “Luce Nera”, un tipico esempio utilizzato per spiegare gli ossimori nelle scuole superiori, è anche un termine  adottato per indicare la sapienza iniziatica, spesso diabolica, evocando l'idea di una conoscenza - luce - che conduce nelle tenebre. Simmetricamente, per induzione (ma è meno frequente), la mistica divina dovrebbe essere la Tenebra Bianca, così tanta luce da far sperdere l'inutile principio individuale, il mare in cui è "dolce naufragare", per citare un'altro fortunato ossimoro poetico (c'è anche l'Allegria di Naufragi di Ungaretti, del resto).




Vasilij Kandinskij, "Blue de ciel", 1940

La bellissima cover dei Comici Spaventati Guerrieri.


Se però l'uso dell'ossimoro come punto di forza della poesia è indubbiamente diffuso nel Novecento, particolarmente interessante è il caso di Stefano Benni (n. 1947), dove un ossimoro percorre tutto "Comici Spaventati Guerrieri" (1986), il suo secondo romanzo dopo il successo del fantascientifico "Terra!" (1983). Benni non è autore strettamente ermetico, benché sconfini spesso e volentieri nel fantastico e ad Edgar Allan Poe, il maestro del racconto horror moderno, dedica un sentito omaggio nel suo capolavoro, la raccolta "Il Bar sotto il mare" (1987), di poco successiva a questi Guerrieri (e di cui dovrò, un giorno, parlare).


Il romanzo (spoiler alert), ossimorico fin dal titolo, è un giallo, ma non esoterico: all'apparenza, il tipico giallo di matrice realistica, alla Maigret. Un giovane viene ucciso in un condominio borghese, l'inchiesta scoperchia gli altarini dell'ipocrisia del ceto medio, e così via. Tuttavia, è già interessante che l'opera sia un calco, piuttosto preciso, del Pasticciaccio Brutto di Gadda, ambientato nel 1927 del fascismo trionfante,  composto nel 1957 dei primi vagiti del boom economico, e divenuto nel 1963 il modello del postmoderno italiano per quanto riguardava il romanzo. Testo doppio e linguisticamente sperimentale, il romanzo di Gadda parla di una inchiesta nel sordido mondo della Roma fascista per parlare, indirettamente, della corruzione morale profonda e strisciante dell'Italietta mussoliniana. Benni compie la stessa operazione sull'Italia di Tangentopoli, all'apice del suo grottesco splendore e però ormai così vicina al suo tracollo. Al suo inizio finale.


Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo compleanno svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. Se ci si sveglia anche solo una volta in meno non si recupera più, si sputa la pallina, consummatum est, diceva Lucio che era stato professore di latino e italiano, ed era inoltre Curioso in altre scienze, le naturali le filosofiche le zoologiche (in particolare i batteri), la botanica urbana, i cinesi, il concetto di inizio finale.


Benni introduce l'Inizio Finale fin dalle prime battute, senza spiegare di che si tratti. Comprendiamo solo che è l'ossessione di L.L., insignificante ma simpatico professorino in pensione, come un altro potrebbe, che so, appassionarsi di esoterismo, cabala o numerologia. Però non ci chiarisce cos'è, lasciandolo in sospeso come interrogativo subliminale.


Se avessi vent'anni, pensa Lucertola, sarei come Leone, Leone l'allegro, mio allievo preferito. Amante anche lui dei batteri e del concetto di inizio finale.


Più avanti, scopriamo che questo concetto accomuna Lucertola a Leone, il suo allievo preferito. Che, presto si scoprirà, sarà la vittima del delitto in questione.



Mesi e mesi a pensare alla morte e teorizzare sull'inizio finale, solo o con un allievo canarino. E a chi capita? Non a lui, ma a Leone, Leone l'allegro. Funere mersit acerbo, muore giovane chi è caro agli dèi un cazzo, professore. Come possono il Fato il Supremo il Caso le Parche il Dio Burlone fare simili errori?

L'Inizio Finale inizia a precisarsi, avvicinandosi in qualche modo alla Morte. Appare quasi essere la preparazione Zen di Lucio Lucertola alla morte, che viene in qualche modo turbata dall'alterazione dell'ordine delle cose, con la scomparsa del vitale Leone. Qui il professor Lucio decide di improvvisarsi investigatore dilettante, davanti all'indifferenza delle forze dell'ordine ufficiali. Più avanti, però, il senso dell'ossimoro sembra cambiare ancora.

Ed eccolo improvvisamente nella quiete di una strada deserta, mai vista prima. Ci sono grandi alberi ai lati, del tipo Bagurolopys palmata, che la ombreggiano tutta e fanno una grande galleria verde sopra la sua testa. Un cartello avverte: gli effetti di luce di questa galleria vegetale sono stati studiati dall'architetto Monet. In fondo alla strada c'è sua moglie, seduta su una panchina. Ha in mano un libro. Gli sorride. "Così poi ce l'hai fatta a scriverlo..."
Mostra il libro al professore stupito. Ha la copertina color grigio registro e sopra c'è scritto: L'originale pensiero di uno dei più controversi maestri contemporanei: Lucio Lu-certola. E il titolo a lettere rosse: L'inizio finale. Ovvero: prolegomeni a una teoria della conclusione delle partenze.
Il professore arrossisce d'orgoglio.
"L'hai letto?"
"Come tutte le cose che scrivevi," dice la moglie.

Nella scena onirica, il professor Lucertola ormai stremato dalla lunga (e vana) ricerca, prefigura la sua morte, reincontra la moglie morta che in un Eden surrealistico gli porge il suo libro, finalmente compiuto. L'inizio finale è dunque non solo l'inizio della fine che precede la morte, ma anche il nuovo inizio che la segue: la conclusione della partenza.

Il signor Lucertola soffre della sindrome dell'inizio finale o di Huang Tze. Semplicemente non ce la fa più. Tutto in lui è consumato, tutto è al lumicino.

Inizio Finale è poi il titolo della quarta parte, del "Quarto Movimento" dell'opera, in cui Lucio Lucertola si dirige verso il suo compimento senza aver risolto l'enigma di Leone, come avveniva nel Pasticciaccio Brutto, d'altronde. Benni, da buon postmoderno, nega con Gadda al lettore il suo happy ending, lasciando il romanzo quale opera aperta al lettore. Un classico, appunto, Inizio Finale.

Naturalmente, il romanzo va molto oltre allo sviluppo di questo ossimoro, che però è comunque una chiave di lettura importante. "Inizio finale" può essere anche un riferimento al genere del giallo, che ha il suo inizio nella fine (l'omicidio, che giunge al culmine di una serie di motivazioni e di eventi) e la sua fine quando si è ricostruito l'inizio (chi ha commesso l'omicidio, ma anche perché, con una necessaria ricostruzione di un passato piuttosto ampio). Inoltre, "Inizio finale" può rimandare anche al rapporto che si instaura tra il romanzo di Benni e quello di Gadda: la Fine, ovvero il presente, è già contenuto nel suo Inizio, lo spirito dei rampanti anni '80 italiani affonda le sue radici in certi aspetti già della società dell'era fascista.

Il modo migliore di concludere questa rilettura, dunque, ci pare riprendere ovviamente non la fine, ma l'inizio del romanzo. La breve (e immaginaria) citazione iniziale, che anticipa l'apparizione del professor Lucertola. Anche in essa appare il concetto di Inizio Finale, su più livelli, e poi è molto bella.




Il paesaggio era molto diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città vivevano milioni di uomini dentro case altissime e uguali. Nell'era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato) risulta che esse fossero più densamente abitate nelle zone dell'anello esterno, le cosidette periferie. Frammenti di un libro dell'epoca così descrivono queste grandi costruzioni: «Se le si osserva con attenzione, c'è in ognuna di esse una riga sottile che le percorre. Un presagio di quello che sarà. Di come la maceria si ritaglierà».




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