(m)orozzo



Torno a parlare del valido lavoro del Cabalinguista Marco Roascio, artista monregalese che, come me, ama giocare con le parole in evocazioni dal gusto ermetico. Nei precedenti post dedicati all'autore avevo presentato la sua arte e poi un suo interessante, recente lavoro sulla mappa di Mondovì, che collimava con mie simili ricerche. Il breve (as)saggio si concludeva con la connessione sottolineata dalla "testa di capra" monregalese e il confinante comune di Morozzo.

Nel 2002 infatti Roascio si era cimentato in un interessante, duplice lavoro cabalistico e giornalistico. Nel 2002 infatti aveva segnalato un decadente cartello morozzese, ottenendone una rapida sostituzione con un'immagine ben più elegante e consona. Un plauso all'amministrazione solerte, e un plauso anche al giornalinguista, che si è rivelato in grado di produrre, cosa rara, effetti concreti col sapiente uso delle sue parole.

Roascio non poteva restare indifferente a un simile successo, e nel 2010 elaborò il lavoro in una delle sue tipiche composizioni, in cui a partire dalla foto originaria elabora linee di sviluppo cromaticamente immaginifiche e febbricitanti, in cui le lamiere rossastre si torcono nel tramutarsi dalla decadenza al nuovo splendore della cartellonistica stradale.

Le opere di Roascio (che è a sua volta un toponimo delle nostre zone...) si strutturano solitamente di per sé su tempi lunghi, con successive sedimentazioni sia dei giochi linguistici di tipo anagrammatico che nelle elaborazioni grafiche, che procedono per accumulazione progressiva del viluppo dei segni. Qui, però, siamo probabilmente per ora alla sua opera-limite, con una strutturazione di nove anni che va dal palindromo 2002 al primi dei Nuovi Anni Dieci.

Il fatto che proprio Morozzo abbia stimolato in Roascio un simile lavoro non è forse casuale.

Da sempre anch'io bramo di riconnettere il più possibile Morozzo alla Mondovì ermetica, per una semplice ragione: tra le molte perle ermetiche della mia città, una gliela contende Morozzo. Una connessione a Nostradamus, nel suo viaggio torinese.



Com'è noto, infatti, Nostradamus fu a Torino nel 1556. Pare lo volessero in Piemonte i Savoia: Emanuele Filiberto lo invitava in città, ancora francese, per la sua competenza di medico e alchimista. Al Duca infatti serviva un erede: la necessità divenne più stringente dopo che la vittoria di San Quintino (1557) e poi la pace di Cateau Cambresis (1559) avevano stabilito che il ducato tornasse in mani sabaude, ma dopo la nascita di un figlio. Nostradamus diede al duca Testa di Ferro un unguento (simile al balsamo della Maddalena, che ungeva il re di Francia...) che ne avrebbe aumentato le energie, profetizzandogli la nascita de "le plus grand captain de son temps". Testa d'Fer ci credeva poco, probabilmente, perché nel 1561, pur consultando l'occultista (questa la data del consulto ufficiale, a Nizza), poneva l'università a Mondovì (possibile capitale alternativa?) e si dimostrava quindi scettico sulla possibilità di riottenere in breve il prezioso boccone dai francesi. 

Ma invece il figlio nacque nel 1562, e fu Carlo Emanuele, detto "testa di fuoco" per la facilità ad accendersi (opposta alla ferrea solidità paterna) e forse anche una certa propensione all'ermetismo, a ciò collegato. Nel 1563 la capitale tornò a Torino. Per Mondovì fu la fine dei sogni di gloria: dopo una vana lite legale nel 1564, nel 1565 fu sancito il ritorno dello studium sabaudo nella capitale, cosa che avvenne nel 1566.


La Cascina Vittoria, residenza di Nostradamus a Torino

Ma che c'entra Morozzo? C'entra. Perché Nostradamus era ospite, a Torino, presso la cascina La Vittoria, dove scrisse questa famosa incisione:

"Nostre Damvs aloge ici on ilia le paradis lenfer le pvrgatoire ie ma pelle la victoire qvi mhonore avrala gloire qvi me meprise ovra la rvine hntiere"

Ovvero, "Nostradamus ha alloggiato qui; Qui ci sono il Paradiso, L'Inferno, Il Purgatorio. Io mi chiamo la Vittoria. Chi mi onora avrà la Gloria. Chi mi sprezza avrà la Rovina Intera."

Ovviamente le interpretazioni ermetiche si sono sprecate, e molto della fama della Torino dualistica, Bianca e Nera, deriva da qui. La cascina venne comunque abbattuta verso il 1960, in modo eternamente deprecato, e giustamente, da tutti gli ermetisti torinesi, pur essendo, a quanto pare, salva la lapide famosa.


Cascina Vittoria / Morozzo a Torino, abbattuta (1960 c.)

Un fatto trascurato, però, è che l'ermetica cascina detta La Vittoria si chiamava, in verità Cascina Morozzo. Si ignora il motivo preciso, ma è presumibilmente da ricollegarsi alla famiglia nobiliare dei Morozzo, di area monregalese (Emanuele Morozzo della Rocca, nel 1888, fu un insigne storico della città monregalese). 

L'unica cosa di cui solitamente essi non tengono conto nelle loro cabale è che gli ermetici parlano sempre per spaeculum et in aenigmate: e quindi, probabilmente, Nostradamus profetava (o rivelava segretamente a chi avrebbe poi dovuto agire, anche a secoli di distanza...) che la Vittoria piemontese fosse legata non tanto alla Cascina Morozzo, ma a Morozzo - che qui, simbolicamente, vale forse per l'intera Mondovì ermetica. 

Del resto, Morozzo rimanda a Mondovì anche nel nome, che evoca non a caso il Moro, il mitico fondatore saraceno di Mondovì: anche nel mito fondante del comune morozzese, infatti, vi è una figura moresca, nella fattispecie femminile, che determina la sua fondazione: la Morozza. Forse il tutto è un classico riferimento al Moro Rozzo, la pietra grezza della Nigredo alchemica, sui cui deve lavorare il cabalinguistica, per trasformarla nell'Oro Rosso della Rubedo, lo scopo finale di ogni Ars Regia. Rossa come le sinuose e ironiche travi di metallo che Roascio ha provveduto, simbolicamente, a forgiare.





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