La Mole ai tempi del colera


Lorenzo Barberis, "Anti-Molestatori", 2012

Con un mese esatto di ritardo, finalmente "sbobino", per così dire, le foto effettuate durante l'ultima gita di classe a Torino, il Cinque Marzo, in occasione (casuale) della visita del presidente Napolitano in città. Dato che il Presidente giungeva per porre la firma fatale sugli accordi per la Tav, la città era tagliata in due dagli autoblindi della polizia per rendere impossibile ogni contestazione degli oppositori della Grande Opera. Per tale ragione la città era deserta: nessuna macchina e pochi passanti frettolosi sotto un cielo plumbeo e una fitta pioggia sottile che davano al tutto un surreale aspetto di decadenza cyberpunk, come la città fosse sottoposta a una qualche futuribile quarantena. La Mole ai tempi del colera, appunto.


Lorenzo Barberis, "Molellino", 2012

Ad ogni modo, per vie traverse e contorte tra i vari blocchi siamo giunti al Museo del Cinema. Nonostante la mia fascinazione per la Torino ermetica (o forse proprio per questo) non ero mai entrato al suo interno nei quattro miei anni di università, quando ancora era solamente il folle monumento di Antonelli, la sinagoga post-unitaria programmata per svettare sopra ogni chiesa nel profilo della città, abbandonata dagli stessi ebrei spaventati dai rischi di un'eccessiva hybris. 


Lorenzo Barberis, "La Mole Interna", 2012

L'aveva allora acquisita il comune per farne il suo vero scopo, il Museo del Risorgimento, e Nietzche era impazzito, nel 1888, vedendola completare: si era trasferito alle sue pendici dicendo che era un accumulatore mesmerico di cui voleva sfruttare il benefico influsso. Non credo sia stata la follia del grande filosofo a bloccare l'opera, ma la necessità dei Savoia di conciliarsi con la Chiesa, e di smussare la retorica risorgimentale. Dopodiché, Torino dimenticò il risorgimento, persa dietro il culto dell'Auto, per riscoprire la cultura col declino industriale. Ma a questo punto, ebbri di postmoderno, più che il Risorgimento si volle celebrare il Cinema, che a Torino aveva visto i suoi precoci natali italiani.


Lorenzo Barberis, "Mol(e)och", 2012

Meglio così, ovviamente: in questo modo, nella piramide convessa della Mole domina trionfante il ciclopico Moloch di "Cabiria", il primo colossal della storia, voluto da Pastrone e D'Annunzio nella Torino del 1912 per celebrare Roma, i fasti della guerra di Libia e propiziare la Grande Guerra futurista ormai prossima a venire.


Lorenzo Barberis, "Il Fascio, la Fiamma, la Sphera", 2012

Il museo era interessante, indubbiamente, nella sua capacità di ricostruire, più che il Cinema, la preistoria del cinema, con tutte quelle macchine bizzarre che hanno simulato il movimento in mille modi differenti prima dell'avvento dei fratelli Lumiere, poco più di un secolo fa. Ma a me indubbiamente ha dato soprattutto soddisfazione salire sull'alta guglia della Mole (ormai, se teniamo conto delle superstizioni locali, ero comunque laureato) ed osservare la città dal suo Punto d'osservazione Ideale. La vista era ovviamente bloccata in parte dalle solite sbarre protettive e da queste misteriose sfere fiammeggianti di metallo che credo siano parte del design originale. Messa in prospettiva con la torre littoria del Fascio di piazza Castello crea un bel gioco di rimandi.


Lorenzo Barberis, "Rob o'Cop", 2012

Il resto del Museo, a parte la preistoria del cinema, non mi ha impressionato più di tanto. Ma non potevo mancare di riportare l'armatura originale di Robocop, dati gli schieramenti di forze dell'ordine in piena tenuta antisommossa al di fuori del museo, in difesa delle magnifiche sorti progressive del Tav.


Lorenzo Barberis, "Me and my Buddie", 2012

Pomeriggio, visita al MAO, il Museo delle Arti Orientali, che merita un plauso per l'azzeccata ironia del nome e per il ricco programma di eventi organizzati - fossi a Torino, li seguirei tutti. Dopo una foto all'ingresso col padrone di casa, un Buddha scolpito dall'aria vagamente (neo?)classica, la visita ha concesso di tuffarsi in un trionfo di quell'orientalismo che a Torino è di casa, l'evoluzione logica e naturale delle ricerche ermetiche quando l'Egitto dei faraoni ha smesso di essere sufficientemente esotico per gli occultisti. Se ancora Napoleone poteva farsi ammirare da quattromila anni di storia all'ombra delle Piramidi, Hitler il suo Graal teosofico doveva andarlo a cercare in Tibet.


Lorenzo Barberis, "Gil Ganesh", 2012

Il museo era ricchissimo di mappe, indicazioni ed illustrazioni chiare ed esaurienti, ma io ho preferito lasciarmi guidare dalla suggestione. Qui sopra un trittico con una popputa Grande Dea e un Ganesh, che nei primi anni del liceo mi capitava di confondere con il Gilgamesh protoeroe mesopotamico.


Lorenzo Barberis, "Space Budda", 2012

Tra le mille variazioni sul tema del Buddha mi ha colpito in particolare questo acuminato illuminato, che sembra portare una Mole antonelliana in testa ed esser vestito come un futuribile astronauta alieno di un film anni '50.


Lorenzo Barberis, "Thinking of Kali", 2012

Quanto a questo viluppi di corpi e braccia, non so se si tratti della Dea Kali, ma certo a questo mi ha fatto pensare. La Dea Nera o la Dea del Tempo (è la stessa cosa: lo stesso principio di distruzione) dell'Induismo, cui è consacrata la città di Kalikut, la nostra Calcutta, è indubbiamente il fulcro delle nostre misinterpretazioni dell'oriente da occidentali orientaleggianti. Mi ricordo di averla conosciuta, la prima volta, con Salgari o Verne (il giro del mondo, in questo caso) nel suo volto di dea distruttiva e al tempo stesso, inquietantemente, sensuale. Ma se Kalì è nuda è solo perché simboleggia la caduta di ogni velo dell'illusione, e se tiene una corona di teste mozzate al collo e fra le mani è per lo stesso sic transit gloria mundi. Per cui concludo con un'immagine fuori di questa serie, tratta da un interessante blog orientale. Dato che siamo davvero in tempoidi Kali Yuga, mi sembra una chiusura adeguata.


Sull'Oriente, meglio rimandarvi a chi ne sa più di me.

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