I Tributi Della Plebe


Katniss cooptata come sacrificio umano in Hunger Games

Ho recentemente visto al cinema il film sci-fi del momento, "Hunger Games" (2012). Il film è tratto da un recente romanzo di successo negli Usa, dal titolo omonimo, uscito il 14 settembre 2008 (un giorno dopo una data per me particolarmente significativa). Come arcinoto, il film descrive le avventure di una fanciulla, Katniss, scelta come "Tributo", ovvero vittima sacrificale dei mortali giochi gladiatorii dei giochi dell'"era della fame".


Schwarzie ai blocchi di partenza in The Running Man

Il film non mi è dispiaciuto, nonostante le critiche fossero oscillanti (spoiler alert, come al solito). Personalmente, mi aveva indirizzato in positivo il parere del buon vecchio Stephen King. Per quanto le sue ultime cose non mi abbiano più convinto granché, il Re è stato anche un maestro nella fantascienza distopica basata sull'intrattenimento futuribile "reality style", col suo "The Running Man" (1982), sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, da cui anche un film fracassone ma divertente con Schwarzenegger, nel 1987. Quindi, se The King aveva dato l'ok, il film meritava un'occhiata.



Una delle rare immagini presentabili del manga "Battle Royale" che sono riuscito ad ottenere.

In teoria, buona prassi sarebbe quella di leggere il romanzo prima di recensire il film: ma "Hunger Games" nasce con una mentalità evidentemente cinematografica: l'autrice letteraria, Suzanne Collins, dichiara di essere stata ispirata dalla visione del film nipponico "Battle Royale" (libro del 1999, film del 2000), che costituisce probabilmente l'ultima pietra miliare del genere prima di questo nuovo adattamento occidentale.

Tuttavia, la trama nipponica appare ai miei occhi meno interessante, basata su una debole giustificazione volta a consentire, a quanto pare, lo scatenarsi di scene di ultraviolenza (dominante infatti nel manga, ancor più significativo forse come prodotto nipponico). In questo film, invece, la violenza visiva è abbastanza trattenuta, certo in parte anche per opportunismo (rivolgersi a un pubblico più vasto) ma permettendo di fatto un ragionamento più sfumato sulla società del futuro a partire dai suoi giochi gladiatorii.


Il pensieroso minotauro del preraffaelita Watts.

Anche l'archetipo di fondo che viene messo in scena, lo voglia la Collins o no, è profondamente occidentale. Il tema dei ventiquattro giovani, dodici fanciulli e dodici fanciulle, che vengono offerti in sacrificio a un Moloch (qui, potremmo dire, quello della società dello spettacolo) con la giustificazione di un antico tributo di sottomissione bellica, trova le sue origini nel mito del Minotauro (e, nell'America precolombiana, nelle Battaglie dei Fiori della crudele civiltà incaica).

Ancor più centrale in tutto questo tipo di fantascienza è il tema gladiatorio di stampo romano (Nei "Games" è esplicito: l'America del futuro si chiama "Panem", un evidente riferimento ai "panem et circenses" che tenevano buoni i proletari dell'antica Roma). Un tema che mi ha sempre affascinato, perché è l'unico pezzo, a mio avviso, di immaginario italiano saldamente radicato nell'immaginario statunitense, soprattutto fantascientifico (c'è, ovviamente, anche la Mafia: ma la mafia è archetipo più vasto, che può diventare flessibilmente narcotraffico sudamericano o yakuza cyberpunk).





La decima vittima (1965) di Elio Petri. Che il Grande Fratello abbia ripreso qualcosa?

Per gli statunitensi, dunque, Roma è l'America del passato, e Roma è il Colosseo, e il Colosseo sono i giochi gladiatori. Essi tuttavia di Roma sono il momento di declino: il momento in cui la violenza non è agita, ma osservata, non è più strumento funzionale di dominio, ma imbelle momento ludico. Quindi, la fantascienza distopica, quando tratta di un futuribile capitalismo americano, lo mostra spesso in decadenza attorno a giochi gladiatori. 

Il caso più celebre è "La settima vittima" (1953) di Sheckley, dove l'omicidio è legalizzato, come gioco gladiatorio per le masse e come sport riservato per l'élite dei cacciatori. Il padre della SF sociologica  tornerà sul tema in un romanzo, "Anonima Aldilà" (1958) di Sheckley, dove l'immortalità tecnologica ha portato al rifiorire di giochi gladiatorii, in un generale deprezzamento dell'omicidio (si può sempre ritornare agevolmente in vita). Significativo che il racconto sheckleyano sia stato ripreso nel grande film di SF italiana di Elio Petri, "La Decima Vittima" (1965), negli anni del Boom, con tanto del vero Colosseo tra le allucinate scenografie optical del film.


La settimana dell'odio in 1984. Ma certo noi siamo più civili di così.

Ovviamente, il successo di "Hunger Games" deriva anche dalla rilettura efficace del principale fenomeno mediatico degli anni 2000, la nascita effettiva di quei Reality Show preconizzati dalla fantascienza. Certo, per ora i reality sono relativamente incruenti, benché l'ottica della "eliminazione" dei concorrenti non può che rimandare allo stesso meccanismo. Tra l'altro è curioso che il capostipite, il "Grande Fratello" (ideato nel 1997, realizzato nel 1999), debba il suo nome alla più celebre distopia comunista, "1984" (1948) di Orwell, dove era una finta guerra reale a creare lo spettacolo della violenza per intrattenere i prolet nelle Settimane dell'Odio.

In "Hunger Games" si celebra invece il declino del capitalismo. I giochi della fame si disputano in un futuro distopico in cui la povertà è tornata nell'Occidente americanizzato; l'alta tecnologia dei pochi ricchi convive con la miseria pretecnologica delle masse asservite. Il ritorno della moda - in entrambi gli scenari - a uno stile ottocentesco può certo essere un rimando al ritorno al capitalismo spietato della Londra dickensiana, o anche una sorta di "nella mia fine è il mio principio": gli Hunger Games mostrano la fine di un ciclo, i giochi gladiatorii del capitalismo nato col vapore, il telaio meccanico e le colonie indipendenti. 



Interessante l'ambiguità capitalistica che percorre tutto il film (non svelata esplicitamente allo spettatore di primo livello): l'eroina non è tanto tale in quanto prona ai valori bellici formalmente esaltati (è una brava cacciatrice, ma compete con giocatori che sono allenati dalla primissima infanzia a giochi come questo), ma in quanto si adegua in fretta alla furberia da reality, impara a giocare col pubblico, attrarlo dalla sua parte ed ottenerne i bonus quando la regia del programma vorrebbe metterla in difficoltà. 

Quello che, a Hollywood, fanno del resto già i gladiatori d'età romana, come docet "Il gladiatore" (2000) di Ridley Scott.


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