Contamin/Azioni


Un simbolico testa a testa tra Marco Roascio (sx) e Chris Russell  (dx).
Due passanti sbirciano divertiti.
Photo by Lorenzo Barberis 2012.




"Contaminazione" era una parola chiave dell'arte alla metà degli anni '90. Ai tempi ero all'università, a Torino, e in giro devo averla sentita usare millemila volte. Del resto la grande novità di quegli anni era il cinema di Quentin Tarantino che, da Pulp Fiction (1994) in poi, oltre a rimescolare i ritmi narrativi remixava i generi del cinema popolare ridandogli dignità artistica: gangster con la katana, serial killer psicopatici contro vampiri maya, alberghi infestati da vip cocainomani, streghe e cadaveri nell'armadio, and so on. L'elemento unificante era il costante sottotono da crime story, che nell'Italia del 1994 pareva, chissà perché, particolarmente adeguata. Credo che le Contaminazioni siano iniziate a declinare con gli anni 2000, o meglio: dal 2001 in poi la metafora estetica si colorò di un più ingombrante sottotesto politico, evocando il melange multietnico contro i cultori dello scontro da civiltà. E ovviamente, è stato tutto molto più complesso di così.



Alana Lake (sfondo) e L..B. (primo piano).
Photo by Lorenzo Barberis 2012.


Comunque, il gusto per la contaminazione mi è tornato in mente ieri sera, durante un evento collegato della bella mostra di Roascio di cui ho parlato nella mia ultima recensione monregalese. L'autore infatti ha portato le sue Manifest/Azioni in piazza, creando un grande lavoro collettivo con la partecipazione di due artisti suoi amici, l'inglese Alana Lake e l'americano Chris Russell. I due artisti anglofoni hanno visitato quest'estate il Piemonte meridionale per un interessante progetto artistico residenziale a Monchiero, di cui ha parlato con competenza lo stesso Roascio sul giornale online cuneese, TargatoCN. La loro produzione è estremamente interessante, come si potrà notare anche da un esame sommario dei due siti di riferimento, cosa che consiglio caldamente; e avere approfittato dell'occasione per portarli a Mondovì è indubbiamente un bel successo per la Meridiana e per Marco.



L'albero.

I due artisti inglesi hanno offerto il contributo dei segni loro tipici, tra cui è spiccato nel grande lavoro questo albero che porta incastonata una piccola cappella votiva, richiamo al campanile del Moro nella chiesa di San Pietro, simbolo della piazza in cui si è svolto l'evento e, per estensione, di tutta la città di Mondovì. A fianco degli interventi dei due artisti, tuttavia, l'opera di Marco ha accolto il contributo di qualsiasi passante abbia voluto contribuire al sorgere di quest'opera globale: il pattern dell'artista, sempre riconoscibile e sempre però originale, ha permesso poi di unificare tutti i contributi in un lavoro dotato di una estetica in qualche modo compiuta.



Il risultato finale


E questo, all'incirca, è il risultato verso la fine della serata, ovviamente sempre ancora in progress come una babelica cattedrale medioevale. A fianco dell'albero, che ha geminato terminazioni vagamente tecnologiche, sono fioriti altri disegni e altri segni, di livello diseguale. Tra casette e ghirigori spicca una alternativa Torre del Belvedere, con una diversa lettura della sua struttura gotica, che rimanda all'altro simbolo della città, orologio simmetrico di quello del Moro. Probabilmente Marco posterà sui suoi molteplici siti la dovuta documentazione dell'opera finita, ma in fondo la cosa più interessante è il procedimento, che avevamo già in parte sperimentato con la puntata visuale del Laboratorio di Scrittura e che spero si potrà, in altre forme, replicare. In fondo, è il modo definitivo per avvicinare il pubblico all'arte: farlo cadere all'interno dell'Opera Aperta, come insegna (dal '64) Umberto Eco.

P.S.: Naturalmente, ho partecipato anch'io all'opera collettiva con uno dei miei disegni in stile underground cyberpunk. Ma a questa sotto-cooperazione Barberis/Roascio merita che dedichi un apposito, prossimo post.


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