Sacra


La Sacra appare nel suo misterioso splendore dietro il rudere di una sua antica dipendenza, nel tragitto di ascesa.

Bella visita con dei cari amici lo scorso lunedì alla Sacra di San Michele, un interessantissimo monumento ricco di addentellati ermetici.

Il primo storico che ce ne parla, il monaco Guglielmo, colloca la sua costruzione nel 966 d.C. (una delle tante variazioni del 666, col rovesciamento della prima cifra) e la pone sotto il pontificato di Silvestro II, il papa che traghettò la chiesa oltre l'anno Mille, suscitando il terrore per il suo intento di restaurare, col 1000, l'Impero a Roma assieme ad Ottone III. Anche l'adozione del nome di Silvestro, regnante sotto Costantino, non era benaugurale, dando l'idea di una chiusura del ciclo aperto col primo pontefice riconosciuto dall'Impero nel 313, e quindi del possibile avvio dell'apocalisse, ipotizzata sotto Pietro II. Nessun altro pontefice riprenderà tale nome.

In verità, Silvestro II, al secolo Gerberto d'Aurillac, non era ancora regnante al sorgere dell'abbazia, ma potrebbe avervi presenziato in modo simbolico come vescovo, pontefice ancora solo in potenza. Egli era del resto un insigne studioso d'astronomia, materia che alla Sacra, come vedremo, è celebrata da uno dei più grandi portali gotici; e già allora era in odore di alta magia, avendo egli introdotto, dagli arabi, il concetto di Zero, prima ignoto in occidente (curiosa la concomitanza tra questa scoperta e la sua celebrazione del Mille, uno con tre zeri appunto).




La Sacra inoltre era una rara Abbatia Nullius, ovvero soggetta all'autorità di nessun vescovo e perciò estremamente potente. Non a caso, Umberto Eco ha sempre dichiarato di essersi ispirato alla Sacra per il suo monastero ermetico del Nome della Rosa (1980); e avrebbe desiderato tale location anche per il film con Sean Connery che ne era stato poi ricavato, ma la cosa sfumò per i costi proibitivi di portare una troupe in un luogo così impervio. Dante Ferretti, il massimo scenografo italiano, si ispirò dunque ad essa per riedificare il set a Roma. Eco descrive la sua abbazia così: "Sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo senza soluzione di tinte e di materia e diventasse mastio e torrione"; una descrizione che si attaglia perfettamente alla Sacra. Del resto, anche alla Sacra il Trecento segna l'avvio della decadenza, anche se meno estrema di quella di Eco, e sebbene la chiesa di conservi, del monastero restano solo rovine, in ambo i casi.

Nel 1381 infatti, dopo non meglio precisati "gravi disordini" sotto l'ultimo abate, l'abbazia diventa commendataria, ovvero l'abate non vi è più residente, ed essa viene ridotta a priorato. Nel 1622 i Savoia fanno sopprimere l'abbazia e ne incamerano i beni. E' qui - non nel '300, come in Eco... - che la struttura, ormai vuota, viene distrutta negli scontri coi francesi, il primo dei quali si segna nel 1629, poi nuovamente nel 1693 e nel 1706. La Sacra era ormai ridotta a romitaggio, con un singolo custode eremitica della tradizione.

La rinascita avviene con la Restaurazione e i restauri operati dai Savoia alla più antica gloria sacrale della regione, così vicina al nuovo gusto gotico. Nel 1836, poi, Carlo Alberto vi pone addirittura la sede dei padri rosminiani, sotto il progressista abate Antonio Rosmini. Vi vengono anche traslate 24 salme dei Savoia, dalla cattedrale; i rosminiani resteranno alla Sacra anche dopo il 1867, con la rottura tra il papa e la dinastia.

Nel 1937 il fascismo restaurerà il complesso apponendovi la sua firma con tre fasci littori nello spazio dell'altare della chiesa; la scelta di Eco della Sacra quale luogo del suo romanzo (1980) e del film conseguente (1986), e - quasi a contrastare l'appropriazione - la visita di Woytila nel 1991 porta poi, nel 1994, all'adozione della Sacra come monumento-simbolo del Piemonte.



Un luogo al centro di un complesso conflitto simbolico e spirituale, dunque. I calcoli del mondo ermetico hanno evidenziato, del resto, come la Sacra si trovi esattamente a metà strada tra San Michele nel Gargano, in puglia, e Mont Saint Michel in Francia, creando una grande linea di ley, la "lancia sacra" con cui l'arcangelo sconfigge il serpente cosmico. Prolungata da un lato, essa lambisce i confini delle isole celtiche, Inghilterra (dove si trova il Saint Micheal Mount) e Irlanda, mentre dall'altro sfiora la Turchia e quindi giunge in Terrasanta.




Avvicinandoci all'imponente ingresso, un moderno San Michele Arcangelo ci accoglie. Egli non stringe la spada, ma essa è infissa nella roccia da cui è ricavato il basamento (come il pavimento dell'intero complesso) in attesa di essere arturianamente snudata per combattere il demonio, che sta sprofondando, sotto i suoi piedi, all'inferno. L'opera è un bronzo di cinque metri dello scultore Moroder, omonimo del remaker di Metropolis (film ermetico quanti altri mai), e del 2005. Opera moderna, ma che ben si amalgama al complesso, nel suo simbolismo non banale e nel giusto equilibrio tra conservazione e innovazione.





Entrati, il lungo Scalone dei Morti con le tombe dei monaci passati ci ricorda le Carceri d'Invenzione di Piranesi, con quel suo gusto così vicino alle suggestioni del neogotico, come conferma anche la bella incisione ottocentesca aggiunta in bella mostra, con tanto di serpente che striscia fuori dalla roccia e un gruppo di non-morti che ci tende un agguato in alto come nelle migliori sessioni di Dungeon and Dragons.






Salendo, usciamo in un cortile interno tramite la Porta dello Zodiaco, realizzata nei primi anni del 1100 dal sapiente Mastro Niccolò: il più celebre portale del monastero, un ciclo di grande potenza iconografica e dall'enigmatico significato ermetico. Si tratta del più antico ciclo relativo allo zodiaco nell'età romanica, realizzato con grande maestria. I pilastri interni presentano i segni zodiacali e le costellazioni, quelli esterni raffigurano vari animali immaginari, che per simmetria coll'elemento celeste dovrebbero raffigurare la varietà di creature della terra. Già i segni presentano in sé alcuni curiosi rimandi ermetici: ad esempio, il Cancro è realizzato in un modo tale che, se rovesciato, dà la testa di un vescovo dall'aria sogghignante, vagamente simile al vescovo priapico della Sirenetta. Forse, dato il culto astrologico di Gerberto d'Aurillac, è proprio lui ad essere celebrato nel portale (e, a questo punto, anche da Disney nella Sirenetta).



Ma la figurazione più interessante è quella dei capitelli. Iniziando dal lato sinistro interno, una donna che offre i seni ai due serpenti è il simbolo del Vizio, e forse apocalittica Donna Scarlatta in connubio col Serpente cosmico che Michele combatte, ma ricorda anche l'eterna Dea dei Serpenti di Creta ed altre divinità più primigenie a cui ella rimanda.

Al suo fianco, si intravvede un capitello su cui svetta un trionfo di Aquile, forse le Aquile imperiali che Gerberto d'Aurillac voleva, coi suoi riti psicomagici, tornare a far svettare su Roma.




La serie prosegue sul lato esterno: vizioso è anche tritone che le fa da specchio, immagine a sua volta - ma maschile - del Vizio, e forse del Serpente Cosmico. Non si può non pensare all'Abraxas, il sigillo gnostico del dio sapienziale di quelle eresie ofitiche volte alla rivalutazione dell'Avversario in un riequilibrio dualistico: anch'esso infatti era effigiato come un sirenide maschile a due ampie code, simbolo della sua eterna dualità. Al suo fianco, una figura leonina, altro simbolo dell'Impero, occhieggia imponente.




Nel lato destro interno, Caino e Abele completano il quadro delle colonne del Male su un capitello che si accompagna invece a una pura decorazione corinzia, all'apparenza: ma se esaminiamo con cura le foglie d'acanto, notiamo che tra esse si celano delle pigne molto simili a pannocchie di granturco, secondo tradizione l'elemento che significa iniziaticamente il fatto che l'ordine templare - e dei costruttori di cattedrali - aveva già scoperto l'America in età medioevale, pur tenendo celato questo evento. L'associazione coi due fratelli edenici potrebbe alludere al fatto che l'America, oltre che Atlantide, è anche l'Eden, posto da Dante in effetti al centro dell'opposto emisfero delle acque.



Sul lato destro esterno, invece, troviamo ufficialmente Sansone e Dalila e e Sansone che abbatte il tempio dei Filistei (è visibile meglio sotto, nella foto dei contrafforti neogotici). Notiamo che Dalila non taglia qui i capelli a Sansone nel sonno, ma i due sono intenti a lottare, appunto, "accapigliandosi", ovvero prendendosi per i capelli. Una ierogamia, dunque, presentata non come unione armonica tra principio maschile e femminile, ma disarmonica, in forma di lotta, con una connessione al tema del "Vizio" che contraddistingue molto del portale. Anche il "muoia Sansone con tutti i filistei", dunque, va forse visto in una chiave diversa, e l'uomo collegato alla colonna non sta tentando di abbattere l'edificio, ma all'opposto lo sta reggendo, e simboleggia dunque i costruttori dell'Abbazia, forse lo stesso Mastro Nicolao.




Sul pilastro centrale non può mancare, ovviamente, una figurazione di un Baffometto, l'idolo templare, i cui lunghi "baffi" (appunto) si dipartono in questo caso dalla bocca spalancata.






Lungo i due pilastri che chiudono il portale sono decorati vari simboli allegorici fra tralci di vite, simboli delle "ricchezze della Terra" simmetriche alle "ricchezze del cielo". Qui vediamo (disposto in orizzontale per praticità di veduta) una immagine oscena che rimanda ai "riti bogomili" attribuiti ai templari, una rosa canina a cinque punte (quella dei riti rosacrociani) e un coniglio, animale psicopompo della tradizione popolare.

Del resto, come vediamo dalla decorazione alla base, tali simboli fuoriescono tutti dalla Bucca Inferos, il portale dei demoni infernali simmetrico all'Umbilicus Mundi del mito classico. Esso è rappresentato due volte, alla base di ogni colonna: una volta in prospettiva frontale, una volta di lato. Più che esseri terrestri essi sono dunque esseri inferi, speculari alle figure celestiali.




Il portale sfocia dunque sull'esterno, dove notiamo i contrafforti neogotici aggiunti alla chiesa per consolidamento sul finire dell'Ottocento neogotico, ad opera dell'architetto Alfredo d'Andrade. Con questa luce mistica i contrafforti a sesto acuto sono molto suggestivi, bisogna ammettere, e il concetto di un edificio sacro medioevale esclude il suo compimento, perché sarebbe pericolosa sfida a Dio; quindi anch'essi hanno  in fondo un loro perché estetico nell'insieme della Sacra.




Si giunge così al portale della chiesa, al fianco del quale è affissa una lapide romana del 100 d.C.. La lapide ripresenta vari simboli ripresi nel portale: la rosa canina a cinque punte, rosacrociana, e due conigli psicopompi. Sopra due draghi-delfini, sotto un leone che caccia due gazzelle, chiudono una lapide ricca di simbolismi animali ripresi dal contiguo portale appena visto. Sotto, le tre figure in rotazione sono un aggiunta di "cristianizzazione" della lapide, e simboleggiano la Ruota della Fortuna, ove una figura regna, una è passata e sprofondata nel passato, una si prepara a venire: Regno, Regnavi, Regnabo. Il simbolismo, diffuso poi dai tarocchi, nel millenarismo dei secoli in cui la Sacra è edificata ha di solito il senso di un rimando preciso: l'età passata è il tempo biblico, l'Età del Padre, superato dall'Età del Figlio, il cristianesimo, l'età attuale, mentre si attende l'Età dello Spirito, la Terza Aetate, che si pensava in arrivo col Mille (e che oggi i mistici cristiani identificano con l'Acquarium Age).





Il portale della Chiesa è un dono ottocentesco di Carlo Felice, nel 1826, accolto dall'elegante porticato gotico originale dove torna il tema dei tralci simili a pannocchie di grano. L'elemento più curioso è però costituito dal portale: al centro, il trionfo delle armi di San Michele, e in alto la sua spada fiammeggiante che trafigge il serpente.





Il serpente, però, non è trafitto, ma solo incrociato alla spada, e presenta, come si può vedere, due volti diversi: uno terribile, uno invece sereno. L'aspetto di questo diavolo è non solo decisamente ottocentesco, ma somiglia passabilmente a Carlo Alberto, l'erede al trono di Carlo Felice. La stempiatura, i baffi rigogliosi, le labbra carnose, la linea degli occhi sono quelle. Del resto, Carlo Alberto era visto come la vergogna - ma anche il terrore - del restaurato antico regime, dato che nel 1821 aveva appoggiato da reggente i moti dei rivoluzionari massoni concedendo la prima bozza della sua costituzione liberale, lo Statuto Albertino. Un colpo di testa prontamente stroncato dal reazionario Carlo Felice, ma che forse vedeva nell'erede, poi apparentemente calmatosi, un "serpente a due teste": quella rivoluzionaria e quella - all'apparenza - fedele alla reazione. La testa di un monaco, di epoca medioevale, scruta sdegnoso tutta la situazione dall'angolo destro dell'arco.





Nel trionfo d'armi, poi, alla croce cristiana si sovrappone un triangolo: simbolo spurio, perché non è certo la Trinità ad essere crocifissa. Richiama di più il simbolo alchemico dello zolfo (elemento diabolico per eccellenza) come appare anche sulla Porta Alchemica di Roma, misto in quel caso ad altri simboli.






All'interno la chiesa, costruita tra 1160 e 1220, ospita dal 1836 le tombe di un buon numero di Savoia portati qui da Carlo Alberto nel 1836. Gli imponenti e spogli sarcofagi di pietra grigia stazionano .sotto un paio di scheletri che arringano una folla preoccupata di nobili ed alto clero, quello coronato in retorica posa oratoria, l'altro (che pure parla, come mostra il cartiglio pre-fumettistico) comodamente sdraiato e avvolto da un lungo serpente.





Gli archi gotici della chiesa dimostrano l'avvenuto passaggio al gotico, e i bafometti posti in posizione angolare confermano la sua valenza ermetica, ma a un livello che, pure eccelso, pare paradossalmente minore rispetto al trionfo sublime del portale zodiacale. Il Trecento, del resto, è un secolo di declino per la Sacra, e sono piuttosto gli affreschi Quattro - Cinquecenteschi a presentare qualche curiosità esoterica.



Il ciclo più vasto, che accoglie il visitatore all'ingresso, è la Deposizione di Cristo, dove i soldati romani hanno i volti cancellati per damnatio memoriae (qui ne vediamo uno, sotto la Maddalena e Giuseppe d'Arimatea).




Il San Giorgio e il drago richiama al tema della lotta tra Michele e il Serpente; curiosa soprattutto la principessa prigioniera, incatenata al drago, il cui vestito decorato con alberi rimanda alla fusione tra lei e il bosco retrostante, forse simbolo del suo ruolo simbolico di divinità naturale.




Tra le bestie ammansite da San Giovanni Battista, assieme alla convenzionale triplice figurazione del vizio anche dantesca, Leone, Leopardo e Lupa, appare anche un Unicorno dalla curiosa barbetta caprina.




Similmente, tra le gambe di San Cristoforo trionfa ancora una volta l'onnipresente Sirena.




Dipinti successivi, di sapore controriformistico, sono meno gustosi e soprattutto più scuri, e il giusto divieto del flash mi ha impedito di ottenerne immagini accettabili (l'Addolorata di qui sopra è una delle migliori, per dire). Interessante il San Michele del periodo, di cui riprendo la foto del sito della sagra.

Il fascismo, che nel 1937 restaurerà l'interno, lascerà anche lui il suo marchio in tre bei fasci littori in marmo che dominano nei pressi dell'altare.



Usciamo alla luce da un altro portale minore: la visita è finita. Ci accoglie il volto urlante speculare al silenzioso monaco del portale d'ingresso. La sua disperazione forse è collegata alla rovina del corpo centrale del monastero, di cui restano solo più moncherini e lacerti (del resto, ha ispirato il Nome della Rosa, no?).




Gettiamo uno sguardo alla Torre della Bell'Alda, legata alla leggenda di una fanciulla che si sarebbe gettata dal torrione per sfuggire agli assalitori, uscendone illesa per intervento divino. La fanciulla poi avrebbe riprovato l'esperimento, con esito ben diverso.



Il panorama, oggettivamente, è bellissimo.




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