Ah Zacinto...



Oggi ennesima "A Zacinto" a scuola.
La poesia del buon vecchio Foscolo continua ad affascinarmi.
Per questo ho deciso oggi di analizzarla qua.



Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.



Ovviamente, un sonetto. 
Schema metrico classico, ABAB, ABAB, CDE CED.
Foscolo a Zacinto, oggi Zante, ci era nato nel 1778.
E fu un buon profeta: morirà in esilio a Londra, nel 1827.
Ma cosa c'è nel mezzo?




Foscolo nel ritratto più famoso. Di Xavier Fabre (1813), già ritrattista di Alfieri.


Ugo Foscolo intanto non nasce Ugo. Nasce Niccolò dal nonno paterno, ma si rinomina Ugo.
Come il capostipite della famiglia, fondatore di Rialto a Venezia.
Grandi aspirazioni, nonostante la famiglia paterna fosse decisamente ormai povera e decaduta.
A Zacinto ci vive fino al 1785, quando segue il padre medico a Spalato; ma tre anni dopo, nel 1788, ci ritorna alla sua morte. Nel 1792 raggiunge la madre e i fratelli a Venezia, dove completa gli studi.

Nel 1795 aveva esordito nel mondo letterario inviando un'opera a un suo professore a Padova.
Il professore universitario in questione era Melchiorre Cesarotti, il traduttore dei "Canti di Ossian".
Il modello del gotico sepolcrale inglese.
L'opera era il "Tieste", una tragedia sul greco cannibale, dai sottotesti (sotto-Tiesti?) rivoluzionari.
Modello, l'Alfieri di Asti, ovviamente. 
Il governo inizia a guardarlo di storto, va ai Colli Euganei, quelli dell'Arquà del Petrarca.
Qui compone un primo abbozzo del suo romanzo, le Lettere di Laura.
Nel 1797 il suo Tieste va in scena a Venezia.
Ma intanto, il trattato di Campoformio mette il cloroformio alla rivoluzione.
Napoleone cede Venezia all'Austria. 
Paga Pantalone, "il sacrificio della patria è consumato" come dice l'inizio dell'Ortis.
Foscolo è sdegnato, ma lo sdegno è altalenante.

Nel 1798 va infatti nella Milano napoleonica, conosce Parini, che stima, e Monti, di cui concupisce la moglie.
Nel 1799 tenta una prima stampa del suo romanzo, le Ultime Lettere di Jacopo Ortis, che non lo soddisfa.
Nel 1800 pubblica un Ode a Bonaparte Liberatore.
Nel 1801 il fratello si suicida per debiti di gioco (che ha ripianato rubando dalla cassa del suo corpo militare)
Nel 1802 completa l'Ortis, e a Lione tesse ancora un'Ode a Bonaparte. E così arriviamo a Zacinto.




Foscolo ritratto da Andrea Appiani. Nel 1802, quando compone A Zacinto, appunto.


Nel 1803, pubblica i Sonetti, in edizione definitiva. Vi aggiunge i suoi quattro capolavori.

Alla sera.
Alla Musa.
A Zacinto.
In morte del fratello Giovanni.

Nel 1804 è di nuovo in Francia, al fianco di Napoleone.
Nel 1805 vi conosce una nobildonna inglese, Fanny, con cui ha la figura Floriana. La dimentica lì a lungo.
Nel 1806 torna a Milano, dove conosce il giovane Manzoni.
Nel 1807 pubblica I Sepolcri. Contro l'editto napoleonico che istituisce i cimiteri fuori dalle città.
Un toccasana per la salute pubblica.
Una sciagura per un Ossianico come lui. Il Fosco Foscolo.

Nel 1808 comunque ottiene la cattedra di eloquenza a Pavia, erede del Monti.
Nel 1809, però, Napoleone, sempre più censorio e dittatoriale, la sopprime.
Nel 1810 quindi compone l'Aiace, una tragedia antitirannica. Un vecchio vizio.
Nel 1811 viene rappresentata a Milano.
La polizia si irrita per le allusioni a Nap, un Agamennone mal mascherato.
La gente ride per l'invocazione di Teucro agli abitanti di Salamina. "Oh, Salamini!"

Nel 1812 Foscolo è a Firenze.
Nel 1813 vi pubblica la traduzione del Viaggio Sentimentale di Sterne, come Didimo Chierico.
Nel 1814, Napoleone attaccato, Ugo torna a Milano a difenderlo. Invano.
Nel 1815 rifiuta di collaborare coi ritornati austriaci, e va in esilio.
Nel 1816, a Zurigo, sfotte come Didimo Chierico i letterati milanesi austriacanti.
L'Austria cerca di estradarlo, lui fugge in Inghilterra, a Londra.

Qui riunitosi alla figlia Floriana ripubblicherà l'Ortis (1817) e si dedicherà a studi su Petrarca (1821-23), Boccaccio (1825), Dante (1826). Nel 1824 la vita dispendiosa, ormai sopra alle sue possibilità, lo porta in carcere per debiti; uscito si trasferisce in quartieri poveri, dove contrae la tubercolosi. Muore nel 1827, a 49 anni. La figlia Floriana lo segue due anni dopo.


Ma torniamo a Zacinto.








Zakynthos.



Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.



Onde, acque, onde, acque: le prime due strofe ci cullano nel lento movimento del mare Egeo che alterna la morbidità dei flutti all'immobilità del mare, eterno liquido amniotico che non attende altro che di riabbracciare il poeta (penetra anche all'interno del testo, oltre il moto superficiale delle rime: "onde non tacque..."). L'inversione (anastrofe, per i tecnici) spadroneggia, e ci mette così le parole-chiave nei punti giusti, Venere all'inizio del secondo verso, o quell'Ulisse alla fine del terzo.

Le sponde della madre-terra sono sacre, perché ci giace il corpo fanciullo del poeta (da zero a 14 anni, per l'esattezza). Un grembo materno, dunque, ma già vagamente sepolcrale in quel "giacere".

Ma anche il grembo di Venere, visto che l'isola si riflette nelle acque da cui nasce, ancor vergine, la Dea già cantata dal Botticelli. La Dea dell'Amore, della Bellezza, la Dea Madre per eccellenza.

La dea che feconda le acque col suo primo sorriso. Ancora, una notazione che rimanda all'imprinting materno, alla Lorenz, il "risu cognoscere matrem" di Virgilio. E anche - a scuola non si può dire - un rimando al potere fecondante del fallo reciso di Cronos, che genera l'anadiomene dalle acque del mare.

Ma più che a Botticelli o Virgilio, Foscolo mira al colpo gobbo, al cantore cieco, al Colui che può cantare le Acque del Fato. Omero, non nominato probabilmente non a caso. La questione omerica era esplosa proprio coi Canti di Ossian (1760), capolavoro gothico-cimiteriale attribuiti dal suo autore al fantomatico bardo Ossian, l'Omero del Nord. Anche per dimostrare come l'autore fosse, in ambo i casi, un Flatus Vocis.

Comunque il riferimento dotto è appropriato in entrambi i casi: Omero è il primo a parlare di Zacinto, sia in Iliade che in Odissea, attribuendone la fondazione a Zacinto, figlio di re Dardano di Troia, verso il 1600 a.C.; e attribuendone in seguito la conquista da parte di Ulisse, re di Itaca. Ma forse l'innominato aedo che canta le sorti di Ulisse è proprio il Fato, evocato due volte, inappellabile cantore delle gesta di tutti i mortali.

E dopo il simbolico aedo, Ulisse in persona, bello, famoso e sventurato. Ma infine destinato al ritorno. La sua apparizione a fine del terzo verso chiude la lirica, prima del triste congedo: non c'è ritorno per il poeta, cui il Fato prescrive una sepoltura "illacrimata". Senza lacrime, dunque senza acque, senza Zacinto, senza ritorno del figlio al grembo della materna sua terra, al grembo dell'Isola. Così come nell'Itaca di Ulisse, così petrosa, è forse la Pietra di una lapide che viene segretamente evocata. 

Ma al di là dell'analisi tecnica dell'abilità fonosimbolica e retorica, la poesia possiede qualcosa di più, un quid indicibile che continua a sfuggirmi anche dopo questo post. Forse è il richiamo all'universale tema freudiano del ritorno nel grembo della madre terra. Chi può dirlo?

Del resto, non sono l'unico ad esserne rimasto affascinato.

Anche il buon vecchio Edgar Allan Poe, cui è dedicato per un terzo questo blog, nel 1837 dedicò a Zante un suo sonetto, memore di quello foscoliano. L'autore è esplicitamente omaggiato nell'ultimo verso, in italiano nel testo: e dalla melanconia di Ugo forse nasce una parte della malinconia di Poe, che qui sottolinea nel reiterato no-more (il nevermore del corvo?) l'irraggiungibilità dell'Isola. E con questo vi lascio, per ora. Il mistero di Zacinto resta, per me, insvelato. 




To Zante

Fair isle, that from the fairest of all flowers,      
Thy gentlest of all gentle names dost take!        
How many memories of what radiant hours   
At sight of thee and thine at once awake!      

How many scenes of what departed bliss!
How many thoughts of what entombed hopes!
How many visions of a maiden that is
No more-no more upon thy verdant slopes!

No more! alas, that magical sad sound
Transforming all! Thy charms shall please no more-
Thy memory no more! Accursed ground

Henceforth I hold thy flower-enameled shore,
O hyacinthine isle! O purple Zante!
"Isola d'oro! Fior di Levante!"



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